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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







5 febbraio 2012

Che Dio ci aiuti!!!

L’hanno definita “Il don Matteo in gonnella", Elena Sofia Ricci, nei panni di suor Angela, alle prese con un convento che per far fronte alle spese diventa convitto e bar.
Un luogo dove molte storie umane trovano famiglia, dove soprattutto ogni cosa che accade è giudicata, non con quel giudicare del mondo che è un tranciare giudizi inappellabili che distruggono le persone, un giudizio che non è mai la condanna di chi sbaglia ma un dire male al male e bene al bene, un rendere ragione della ragionevolezza del bene.

Non so come la pensa la nostra suor Gloria, del convento di Pietrarubbia, non me ne voglia, per certe esuberanze che sono l’amore per la quotidianità, suor Angela ci ha fatto pensare a lei.

Mi sono imbattuta per caso ieri sera in questa fiction e ho pensato che forse in tempi come i nostri, dove nessuno dice le cose più semplici e che buon senso, utili alla vita, ben venga anche una 



Suor Angela televisiva.
Siamo abituati a sentir parlare della Chiesa solo per dire che non merita l’8 per mille, non paga a sufficienza l’ ICI, che è piagata dalla pedofilia, senza che mai si tenga conto di come invece la fede sia per molti il motore della propria vita, il motivo per cui guardare ai giovani, agli anziani, alla comunità civile non come a un problema, ma a un occasione. Insomma in questo preciso momento storico, va bene anche una suora, che racconti come sposare Cristo non sia un togliersi dal mondo, come la fede non sia un di meno, ma un essenziale per assaporare la vita, se solo suscita curiosità, magari qualcuno poi andrà a Pietrarubbia ad incontrare una suora vera.

Del resto, sentire dire in TV che “ Il perdono è un grande dono” non capita spesso.

Sentire qualcuno che a un marito in crisi dice: ”Capita a tutti di avere un dubbio un’angoscia, capita anche a me, non è che noi suore siamo diverse da tutti gli altri, e quando mi succede io prego e chiedo al mio Amore di ricordarmi perché l’ho scelto e perché lui ha scelto me”.

Che Dio ci aiuti!


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17 ottobre 2011

Anno della Fede

Cari fratelli e sorelle,

... approfitto volentieri di questa occasione per annunciare che ho deciso di indire uno speciale Anno della Fede, che avrà inizio l’11 ottobre 2012 – 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II – e si concluderà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’universo. Le motivazioni, le finalità e le linee direttrici di questo “Anno”, le ho esposte in una Lettera Apostolica che verrà pubblicata nei prossimi giorni. Il Servo di Dio Paolo VI indisse un analogo “Anno della fede” nel 1967, in occasione del diciannovesimo centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo, e in un periodo di grandi rivolgimenti culturali. Ritengo che, trascorso mezzo secolo dall’apertura del Concilio, legata alla felice memoria del Beato Papa Giovanni XXIII, sia opportuno richiamare la bellezza e la centralità della fede, l’esigenza di rafforzarla e approfondirla a livello personale e comunitario, e farlo in prospettiva non tanto celebrativa, ma piuttosto missionaria, nella prospettiva, appunto, della missione ad gentes e della nuova evangelizzazione.

BENEDETTO XVI

Domenica, 16 ottobre 2011


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9 ottobre 2011

Omar, Erika e quel perdono che salva

Che volto ha un assassino? Che volto ha un assassino redento, pentito, tornato a respirare l’aria della libertà?

Devono essere queste le domande che l’altra sera hanno tenuto i telespettatori davanti al televisore a far impennare l’auditel per Matrix. Ma un assassino è un uomo che spesso ha la stessa faccia mite del vicino di casa, del figlio gentile del tuo panettiere.

Omar Favaro, che assieme ad Erika Nardo il 21 febbraio 2001 uccise a coltellate la mamma e il fratellino di lei, Susy e Gianluca, di 11 anni, a un anno dal suo rilascio e a poche settimane dal rilascio di Erika, non ha resistito al richiamo della TV e ha deciso di confessarsi davanti alle telecamere di MATRIX, intervistato dal giornalista Alessio Vinci.

Ci è sembrato un uomo che ha scontato la pena degli uomini ma che non finirà mai di scontare la pena che gli ha inflitto la sua coscienza. I particolari del delitto poteva risparmiarceli, come quel racconto dettagliato che pareva ancora una volta dividere le colpe tra i due in modo da far pesare la bilancia più dall’altra parte che dalla sua. Ci sono cose che hanno bisogno di pudore e silenzio. A che pro, raccontarci che Erika voleva uccidere anche il padre, perché infliggere a quell’uomo che con inumana fede e amore, ha perdonato, accolto, seguito quella figlia ogni giorno della sua vita, questo ricordo pubblico?

Mi veniva da implorare pietà, pietà per i vivi, per l’ing. Nardo, marito cui hanno ucciso la moglie, padre a cui hanno ucciso il figlio e padre anche di chi ha compiuto quel gesto. Pietà per Erika, figlia assassina che le cronache rivelano ora essere donna rinata, figlia amata oltre la misura umana, da un padre che non l’ha mai abbandonata un istante.

Il giornalista ha chiesto a Omar perché non sia andato all’estero, perché presentarsi in TV dando un volto a quel nome e lui ha risposto che non vuole scappare, ha una donna che lo ama, che ama l’uomo che è ora e vuole vivere, lavorare, formarsi una famiglia, non è facile e forse han creduto che la Tv potesse aiutarli a trovare una nuova dimensione, o almeno un lavoro.

Mentre la pubblicità, impietosa, sempre uguale a se stessa qualunque cosa accada, scorreva sullo schermo ho pensato alle parole di San Paolo: “Vagliate tutto e trattenete ciò che vale” e mi son detta che la cosa da salvare di tutta quella storia raccontata in tv è la possibilità che ci è stata data di fare nostro il ricordo del gesto di una madre, l’ultimo gesto disperato che pareva voler salvare sua figlia prima che se stessa.

La testimonianza resa con la vita, di una donna che mentre moriva per mano di sua figlia diceva: “Ti perdono”.
Quel - ti perdono - prima di morire, rappresenta la condanna e allo stesso tempo la possibilità di resurrezione per quella adolescente inquieta divenuta ora donna.

Quel “ti perdono” è per noi che lo abbiamo ascoltato, pronunciato da Omar, la testimonianza di un amore grande, quasi disumano, che offre a tutti noi la possibilità di guardare a quella madre come la testimone di un amore che salva anche la più grande atrocità.


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5 luglio 2011

Sposati e sii sottomessa

Costanza Miriano è nata 40 anni fa a Perugia e vive a Roma. E’ sposata, e sottomessa, almeno così le piace dire e ha quattro bambini, due maschi e due femmine. E’ cattolica e dunque, quasi sempre di buonumore. E’ giornalista RAI, al tg3. Avrebbe anche studiato lettere classiche, ma, visto che ogni tanto le viene il dubbio che l’aoristo passivo sia un insetto particolarmente mite, non sa cos’altro aggiungere al suo curriculum, se non che ha corso varie maratone, il che poi è venuto utile nel gestire una famiglia estrema. E’ rappresentante di classe, ed esperta in multitasking, in grado contemporaneamente di : aggiornare il blog, colorare “nei bordi”,  correggere, male, un compito e bruciare uno sformato!

 “Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura”, in libreria per Vallecchi Editore.
Ne è autrice Costanza Miriano,Nel libro sono riportate una raccolta di lettere esilaranti e originali di donne sposate o in procinto di sposarsi che chiedono all’Autrice consigli su come comportarsi in certi casi o sul perché gli uomini si comportino in un certo modo.
Costanza risponde in maniera molto semplice e amichevole, partendo dalla sua personale esperienza familiare, arrivando ad affermare che “l’uomo nel vestirsi diventa daltonico” oppure che “ha quello sguardo da cacciatore che potrebbe rivelarsi utilissimo se una beccaccia sfrecciasse in salotto, ma che lo rende totalmente inetto a reperire il burro nel frigo”.
Costanza Miriano scrive quindi di amore, matrimonio e famiglia. “Sposare un uomo e vivere con lui – scrive nel libro – è un’avventura meravigliosa. È la sfida dell’impegno, di giocarsi tutto, di accogliere e accompagnare nuove vite. Una sfida che si può affrontare solo se ognuno fa la sua parte. L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio. Sta alle donne, è scritto dentro di loro, accogliere la vita, e continuare a farlo ogni giorno. Anche quando la visione della camera dei figli dopo un pomeriggio di gioco fa venire voglia di prendere a testate la loro scrivania”.
La “sottomissione” di cui parla non è quella di “lavare i piatti e fare le faccende di casa”. Viene ripresa innanzitutto dalla Lettera di San Paolo, ma che riguarda  un altro tipo di servizio: “Può significare – scrive l’Autrice –  accogliere le inclinazioni dell’altro, per esempio non organizzare una cena che a lui non va, oppure organizzarne un’altra che lui vuole. Cercare di indovinarne i desideri…”.
Un libro allora rivolto a tutti, non solo alle donne, ma anche a chi vuole mettersi in discussione e magari sorridendo. E inoltre la possibilità di continuare a dialogare con Costanza Miriano e con altri lettori o lettrici più o meno sottomesse, attraverso il blog http://costanzamiriano.wordpress.com/
 


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28 giugno 2011

Fano: strupro sulla spiaggia

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani? A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi.

Il male esiste da sempre. Si potrebbe dire che è il desiderio dell’uomo di fare da sé, di stare fuori da ogni regola, di essere anche per un solo attimo, Dio.
Un attimo che può rovinare la sua vita e quella degli altri, a volte irrimediabilmente.
L’altra sera tre sedicenni sul lungomare di Fano hanno conosciuto tre ragazze, loro coetanee, poteva essere una tiepida serata estiva, dove si ride, si scherza, ci si conosce e chissà, magari nascono amicizie. Invece hanno trascinato una delle ragazze su un tratto di spiaggia libera e a turno l’hanno violentata.

In un attimo hanno rovinato la vita di quella ragazza e la loro.
Erano in tre, forse avevano bevuto, ma nemmeno uno di loro ha avuto il coraggio di dire “no”, di riconoscere il male, di scegliere il bene.
Nessuno di loro ha avuto un barlume di umanità, la lucidità di dire “fermiamoci”.
Come animali, spinti dall’istinto e non dal cuore, comandati da quel creapopoli che hanno in mezzo alle gambe, forti dell’essere branco prima che uomini.

Non si sono lasciati intimidire dalla paura della vittima, dalle sue grida, dalle sue lacrime, su quella sabbia umida del lungomare, si sono sentiti padroni del mondo.
Arrestati negano la violenza.

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani?
A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi. Che sentono di aver vissuto a pieno una serata solo se bevono sino a stare male.
A questi giovani uomini che non guardano alle loro coetanee con il batticuore e l’emozione della scoperta, a queste giovani donne che sembrano cercare la parità dei sessi nella parità dei comportamenti.

Questa quindicenne vittima della violenza, crescerà, diventerà una donna, guarderà agli uomini con sospetto, con diffidenza, chissà se potrà mai scacciare quel dolore, la paura. Quel senso d’impotenza che quella notte ha generato in lei. Chissà se saprà credere ancora nella tenerezza, nella spontaneità di un abbraccio, nella dolcezza di cui è fatto l’amore.
E i tre ragazzi, che spero paghino per quanto hanno fatto, imparino che al male fatto non c’è rimedio, ma c’è la possibilità di ritornare ad essere uomini veri, questa volta veri, uomini capaci di discernere il bene e il male, di amare una donna, di vivere l’amicizia, e non è amicizia quella che si consolida nelle violenze di gruppo.
E noi? Noi adulti, capaci di amareggiarci davanti a questa gioventù. In fondo questi sono figli, studenti, nipoti nostri. Qualche amarezza, qualche domanda deve pur roderci dentro, perché sono cresciuti alla nostra tavola, magari con l’iPod nelle orecchie per non sentirci.


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3 maggio 2011

Osama Bin Laden è morto. Giustizia è fatta?n

«Osama Bin Laden è stato ucciso. Giustizia è fatta». L'annuncio del presidente americano Barack Obama in diretta tv, scuote gli Stati Uniti e rimbalza nei cinque continenti. Il ricercato numero uno al mondo, il simbolo del terrore, l'uomo che ha incarnato il Male a partire dalla terribile strage dell’11 settembre di 10 anni fa a New York, è morto.
Che dire, sarò contro corrente, io non so gioire per una persona morta. Capisco il desiderio di giustizia che passa per l’eliminazione di chi ha perpetrato tanto male, comprendo che ci sono uomini che catturati vivi e processati rischiano di diventare un’icona fondamentalista.
La mia fede è fragile e quindi non sono nemmeno certa che ci sia per tutti gli uomini la possibilità di cambiare, credo che ci siano certi uomini dove il male, il demonio hanno messo casa, penso a terribili carnefici che liberati o fuggiti hanno reiterato le loro atrocità. Ma un uomo che augura la morte o la procura ad un altro essere umano per me è come se abdicasse alla sua umanità.
Non penso che la morte di Bin Laden ci faccia sentire più al sicuro dal fondamentalismo islamico, siamo tutti più vulnerabili. Ma penso anche che ci sia un altro islam, con la faccia pulita, più pericoloso del fondamentalismo violento, perché più subdolo, perché sembra non chiedere uno sforzo, una reazione, anzi, ogni reazione la fa apparire in gesto di razzismo, di ribellione.
Penso ai musulmani che senza chiedere permesso si inginocchiano sulla piazza del Duomo in preghiera, al muezzin che alla periferia di Milano, da un altoparlante eletto a minareto invita alla preghiera “Allah è grande! Testimonio che non vi è altro Dio se non Allah! Testimonio che Maometto è l’inviato di Allah!”, diceva in lingua arab.
Credo che sarà questo islam apparentemente moderato a crearci dei problemi, perché non cerca un’integrazione, una mescolanza di culture e tradizioni, ma la sottomissione di noi “infedeli”.
E noi distratti, incerti e confusi, guardiamo a questo islam con indifferenza o con simpatia, nella certezza di molti che l’accoglienza non chieda il rispetto delle leggi di chi accoglie, ma anzi, chieda a chi accoglie di abdicare alle proprie leggi, alla propria tradizione, in segno di un mal interpretato rispetto.
Insomma Bin Laden è stato ucciso, ma il relativismo prospera.


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21 aprile 2011

Mascio o femmina? Ti blocco la pubertà

Iniezioni mensili ai ragazzini di 12 anni per bloccare la pubertà: in Gran Bretagna una clinica del servizio sanitario nazionale è stata autorizzata a somministrarle a ragazzini confusi sulla loro identità sessuale

Hai una figlia adolescente, che detesta i maschi perché si lavano poco, parlano solo di calcio e invece ha una spiccata preferenza per la sua amica del cuore, con cui parla fitto fitto, a volte la chiama persino “amooooore” con quella voce stridula che a volte ti irrita?
Oppure, hai un figlio adolescente, che preferisce giocare con gli amici a pallone, passare le sere al computer e detesta le ragazze che parlano solo di moda e di trucco, e ridono alle spalle dei ragazzi?

Magari pensi sia normale per degli adolescenti.

A pensarci bene eri così anche tu, poi invece hai incontrato una lei che ti ha fatto vedere il mondo con altri occhi, e tutto di lei ti sembrava bello, anche passare delle ore a guardare le vetrine dei negozi, hai scoperto la bellezza della differenza, hai visto che quella ragazza non era solo trucco e tacchi, ma capace di guardare al futuro, fare progetti, completarti.

Caro padre, sappi che in Inghilterra a questi adolescenti normali avrebbero bloccato la pubertà.
A fin di bene s’intende, in attesa di una loro decisione finale, per lasciare loro il tempo e il peso di dover scegliere se essere maschi o femmine, indipendentemente dal sesso con cui sono nati.

Questa la notizia: “Iniezioni mensili ai ragazzini di 12 anni per bloccare la pubertà: in Gran Bretagna una clinica del servizio sanitario nazionale è stata autorizzata a somministrarle a ragazzini confusi sulla loro identità sessuale di modo che possano fare una scelta oculata prima che nel loro organismo compaiano tratti spiccatamente maschili o femminili. La decisione del National Research Ethics Service di dare luce verde alla terapia presso l'unico centro del Regno specializzato nella cura dei "disordini" di identità di genere è stata presa nei giorni scorsi e oggi ne dà notizia il Daily Telegraph. “

Come a dire che in questo mondo incerto, nulla è sicuro, nemmeno il sesso del nascituro, perché chissà, magari potrebbe scegliere di sacrificare quello che è, la realtà ineludibile a un sogno, un desiderio.

Ma come si fa a mettere sulle spalle di un adolescente confuso il peso di decidere di cambiare sesso? Che razza di adulti siamo?

Temo che nella nostra società non siano gli adolescenti ad essere confusi, ma i loro padri, i loro maestri, gli adulti che dovrebbero essere per i giovani la roccia con cui confrontarsi e che invece, incapaci di guardare alle cose per come sono temporeggiano, chiamano libertà persino la scelta di cambiare genere, temono le differenze perché sono i primi a non capirne la ricchezza, e credono che l’insoddisfazione, sia una confusione di genere e non il desiderio del cuore di trovare risposte alle proprie domande.


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23 marzo 2011

LIBIA...

 

Sul profilo FB di un grande giornalista, Toni Capuozzo – 22.3.2011
Non è che mi piaccia raccontare le guerre, ma preferirei essere a Tripoli che qui. Perché raccontare le cose che vedi è meglio che stare a casa a pensare. E, a volte, non so cosa pensare. Oggi non ho letto i giornali, per non essere d’accordo con questo o quell’editoriale, e poco dopo essere d’accordo con un editoriale che sostiene il contrario. Che in guerra non esista la verità, è cosa vecchia ma sempre vera. Neppure nei numeri, che pure dovrebbero essere i dettagli più nudi. E qui sono rimasto a due numeri. Le ottomila vittime che Gheddafi, i suoi aerei, le sue truppe, i suoi mercenari hanno provocato, in sei settimane di rivolta, tra i ribelli e la popolazione che li appoggia. Le 67 vittime – ma può darsi che il numero sia stato aggiornato, nelle dichiarazioni del ministero della Sanità libico- provocate tra la popolazione civile dalla incursioni aeree e dai missili della coalizione. Non c’è niente di peggio della conta dei morti, e della contrapposizione algebrica delle vittime, ma i numeri contano. Contano anche quando consideri le ragioni di una guerra, e i suoi retroscena, nobili come l’approvvigionamento di fonti energetiche – perché, posto che la guerra è sempre un guasto, una disgrazia, un corto circuito della ragione, sarebbero nobili le guerre per odio etnico, razziale, religioso, ideologico ? – o meno nobili come calcoli elettorali, affermazioni di leadership continentali. Contano perché ogni guerra, che la chiami con il suo nome o con altre, sottili ed edulcoranti, definizioni, questo è: una conta dei morti, e vediamo chi tiene duro più a lungo. Una conta dei morti e una scommessa sul futuro, sulla vittoria e sulla sconfitta. Per questo nutro perplessità sull’ Odissea alla’alba (ma un nome meno sciagurato, meno promettente di tempi lunghi, non lo potevano trovare, per una guerra in cui l’unica superiorità di Gheddafi è la scommessa sul tempo, ogni giorno che passa un gettone di presenza glorioso ?), perché la vittoria – militare con la no flight zone imposta e politica, con la rimozione di Gheddafi, è poco rosea per l’Italia, che si gioca immigrazione e petrolio e gas, e la sconfitta, con Gheddafi che resta in sella e una Libia ripartita è altrettanto funerea. Ma i numeri sono numeri, anche quando non si possono comparare, anche quando temiamo di doverli proiettare nel futuro, come fanno i demografi. Non so se gli ottomila siano un numero credibile, ma so che lo sarebbero diventati con la caduta di Bengasi. So che i 67 – o quanti siano diventati nel frattempo- possono essere, come gli ottomila, un numero di propaganda, ma so che anche solo una vita inerme è un dazio morale che deve pesare, su chi non si illuda sulla natura chirurgica di qualunque intervento militare, specie dall’alto (come insegna la realtà contemporanea dei droni impegnati per uccisioni mirate in Afghanistan e Pakistan, e come ci ricorda il bombardamento umanitario della Serbia, di cui continuo a ricordare, io che non ho buona memoria, il nome e il cognome di una bambina di tre anni, Milica Krstic, uccisa dalle schegge di ricaduta di una bomba che aveva centrato correttamente e legittimamente la pista dell’aeroporto militare di Batajnica). E dunque questi numeri possono costituire il cuore di una domanda brutale: quanti ne possiamo uccidere, controvoglia, per salvarne quanti ? E’ una domanda cui non saprei rispondere. Perché come molti, sono stato pigro, davanti alla Libia. Ho pensato, prima, all’inizio, che per una qualche benedizione seriale, potesse finire come in Tunisia e in Egitto. Poi ho pensato che ineluttabilmente sarebbe finita in altro modo, con la vittoria scontata e feroce di Gheddafi, che lasciava anche alle anime brutte il conforto di una meditazione sul cinismo dell’Occidente, e sul destino infame dei ribelli. Invece no, non c’è stata un’altra Srebrenica, non siamo diventati tutti caschi blu olandesi. Invece lo stesso paese del generale Morillon, per sue poco limpide ragioni, ha forzato tutti a fare quel che pochi giorni prima sembrava impensabile. E che continua a lasciarmi perplesso, se non contrario. Perplesso e nostalgico di uno stato delle cose in cui – a quale prezzo dei diritti civili faremmo bene a non scordarcelo - Gheddafi bloccava esodi biblici, dava petrolio e gas, faceva folklore con le sue amazzoni, le sue hostess romane, i suoi beduini a Villa Borghese. Uno stato delle cose in cui tante risoluzioni delle Nazioni Unite restano lettera morta – ma non doveva essere disarmato Hezbollah ? – e tanti compunti osservatori raccontano il cinismo del mondo, e il sacrificio delle rivolte sconfitte. Sta andando diversamente, e questo spiazza governo e opposizione. Ma conservo, delle guerre, un’opinione semplice e cruda. Se ci sei, devi almeno vincerla, per non lasciare altre Somalie per strada, per sederti al tavolo dei vincitori, per andare a vedere chi siano, in Libia, quelli che hanno scampato il ruolo di vittime in editoriali pensosi, in film, pièces teatrali e processi all’Aja, con le cicatrici di Iran e Iraq che ancora fanno male, di tanto in tanto


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28 febbraio 2011

Yara, campane a festa per un angelo

Il parroco di Brembate Sopra, don  Corinno ha fatto suonare le campane a festa, ad ogni ora per tutto il giorno, perché “Yara è un Angelo e quando c’è un nuovo angelo bisogna festeggiare”
 

Yara Gambirasio, 13 anni, poco più di una bambina, il viso acqua e sapone, il sorriso metallico di chi porta l’apparecchio in attesa di sfoggiare un sorriso adulto allineato e bello. Sparita nel tragitto dalla palestra a casa il 26 novembre e ritrovata il 26 febbraio a meno di nove chilometri da casa in un campo, il corpo accoltellato, ancora i suoi abiti adosso.

Ricerche, ipotesi, indagini, tutti abbiamo sperato fosse ancora viva, magari segregata in qualche luogo, una fanciulla da liberare come accade nelle fiabe, ma tutti con il passare dei giorni, abbiamo temuto  in silenzio  che quell’assenza fosse presagio di una fiaba che non avrebbe avuto il lieto fine.
Così è stato.
Trovata per caso, da qualcuno che pensava di passare un pomeriggio spensierato tra i cambi di Chignolo D'Isola a far volare un aeromodello e  si è trovato suo malgrado, protagonista di un ritrovamento che di certo non scorderà.

Non ci sono parole capaci di esprimere lo sdegno, lo sconforto e l’orrore,  nel sapere che esistono persone capaci di tanto male, non ci sono parole adeguate a consolare il dolore di una famiglia che ha vissuto questi mesi con una dignità esemplare, salvaguardando gli altri figli da quello che spesso in casi simili si trasforma in un circo mediatico privo di scrupoli e pudore, che in nome del diritto ad informare calpesta la dignità delle vittime e dei più fragili.

Poche immagini di questa bimba sono circolate, ma che ce l’hanno fatta sentire un po’ figlia nostra, Yara, casa , scuola, oratorio e palestra.
La guardi e pensi che è un po’ figlia tua e che è terribile solo immaginare che ci sia per strada, una persona capace di tanta malvagità, capace di infierire su una bambina con un coltello, di non fermarsi davanti alle sue grida, alla sua paura, al suo sgomento, una persona incapace di umana pietà.

Presto gli esperti ci spiegheranno la psicologia dell’orco, ma noi siamo qui a chiederci che faccia abbia un mostro capace di infliggere tanto orrore, un mostro che ancora è per strada, siamo a chiedere che sia scovato e rinchiuso, allontanato da tutte le Yara del mondo.
In questo momento solo l’educazione ricevuta ci impedisce di cercare di lenire il dolore con il desiderio di vendetta, la pietà e la condivisione del dolore con la famiglia Gambirasio ci inducono a pregare perché la loro famiglia rimanga unita, abbiano la forza di reagire, di elaborare il lutto, di non perdere la fiducia negli uomini e nel domani.

Ma chiediamo sia fatta giustizia, perché ci sono altre Yara che escono da scuola,  vanno in palestra o a spasso  con le amiche e noi che siamo adulti,  viviamo la paura di non saperle custodire.

In un mondo fatto di cellulari e di tecnologia, dove quando il telefono squilla non diciamo più “pronto” ma, “dove sei?” , le tragedie come questa ci dicono che di fronte al malvagio i nostri figli sono soli, noi siamo soli, che il male è in noi e che solo la coscienza di essere amati, voluti, perdonati ci educa al bene, rendendoci uomini e non orchi, capaci di vedere il male e di non sceglierlo.
 


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25 febbraio 2011

Amore, amore, amore... chi lo rende eterno?


 Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata

Risulta ogni volta più evidente che non si può dare per scontata la maturità del soggetto umano che si accosta al matrimonio. Indipendentemente dalla loro buona volontà, la realtà è che tanti giovani arrivano al matrimonio senza la coscienza adeguata della natura dell’avventura che stanno per intraprendere. Ciò non si può dare per scontato neanche per i giovani cristiani, che in non poche occasioni si avvicinano al matrimonio in condizioni non dissimili da quelle dei loro amici non cristiani, con l’unica differenza che si sposano in chiesa e hanno quanto meno un desiderio di sposarsi secondo la concezione del matrimonio che la Chiesa difende e testimonia. Questa carenza di coscienza non si può risolvere con i corsi prematrimoniali che conosciamo, i quali per loro propria natura non possono dare risposta alla situazione di quanti li frequentano. Grande è la sfida che si presenta all’intera comunità cristiana: è messa alla prova la sua capacità di generare personalità adulte, uomini e donne, in grado di accostarsi al matrimonio con una minima prospettiva di un esito positivo.

In un intervento come questo, è impossibile affrontare tutta la problematica del matrimonio e della famiglia. Mi concentrerò su una questione che mi sembra essenziale per mettere in luce quella relazione particolare che si stabilisce fra un uomo e una donna.
La crisi della famiglia è una conseguenza della crisi antropologica nella quale ci troviamo. Gli sposi infatti sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé.

Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. «La questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna – ha detto Benedetto XVI – affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?».1
Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è l’aiuto a prendere coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che per loro natura nessuno di loro può dare all’altro.
Quanta violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura propria della persona!
Questa mancanza di coscienza del destino dell’uomo conduce a fondare tutto il rapporto su un inganno, che si può formulare così: la convinzione che il tu può rendere felice l’io. Il rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno dei suoi protagonisti. È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera particolare a scoprire la verità dell’io e del tu, e insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.

In effetti, «il mistero eterno del nostro essere» ci viene rivelato dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata. La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Ciò che il poeta Cesare Pavese dice del piacere si può applicare al rapporto amoroso: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito».

2 Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la propria vocazione. Sentono la necessità l’uno dell’altro per non restare paralizzati nel proprio limite, senza altra prospettiva che la noia della solitudine.

Ma nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella Enciclica Deus caritas est: «l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, […] all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, […] al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono».3
In questo rapporto l’uomo sembra incontrare la promessa che gli fa superare il proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile.4 Per questo storicamente si è percepita una relazione fra l’amore e il divino: «l’amore promette infinità, eternità – una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere».5
È l’esperienza che testimonia il poeta italiano Giacomo Leopardi nel suo inno ad Aspasia:

«Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà».6

La bellezza della donna è percepita dal poeta come un “raggio divino”, come la presenza della divinità. Attraverso la sua bellezza, è Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la natura di questa chiamata, e invece di assecondarla si ferma alla bellezza che vede davanti a sé, presto essa si manifesta incapace di compiere la sua promessa di felicità, di infinito.

«Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
la donna a torto».7

Vuol dire che la donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere. Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a cadere, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.
La bellezza della donna è in realtà “raggio divino”, segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto alla sua natura limitata.8 La sua bellezza grida davanti a noi: «Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?».9 Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. Come se una donna che riceve un mazzo di fiori, rapita dalla loro bellezza, si dimenticasse del volto di chi glieli ha mandati, e del quale sono segno, perdendo il meglio che i fiori recavano. Non riconoscere all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima o poi si manifesta incapace di rispondere al desiderio che ha suscitato.
Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto. Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento della prossima delusione.
Il poeta tedesco Rainer Maria Rilke ha identificato con singolare efficacia il dramma del rapporto amoroso, intuendo che entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita: «Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno». Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza, che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento di sé e della persona amata. Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno, restando aperti alla sorpresa che questa possa riservarci. Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto amoroso, il poeta italiano intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era la Bellezza con la B maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna è un inno alla «cara beltà» che cerca in ogni bellezza; tutto il suo desiderio è che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile.10 È ciò che è accaduto in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Luigi Giussani ha definito questa poesia come una profezia dell’Incarnazione.11
Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni testi che a prima vista possono risultarci paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; […] Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 34-37; 39-40).

In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. In tal modo Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo, la Bellezza fatta carne, più della persona amata, quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro si rinviano e nella quale il loro rapporto si compie. Solo permettendogli di entrare in esso è possibile che il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia della sua pretesa. In questo momento appare in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire un’esperienza del Cristianesimo come pienezza di vita per ogni uomo. Solo nell’orizzonte di questo rapporto più grande, come diceva Rilke, è possibile non consumarsi, perché ciascuno trova in esso il suo compimento umano, sorprendendo in sé una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di gratuità senza limiti, di perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento positivamente.
Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione di cui sono i protagonisti principali, limitandosi a pensare che l’appartenenza alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà.
In ciò si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro suscita costantemente in me, verso Cristo. Così si potrà non passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4, 18) senza riuscire a soddisfare la propria sete.

La coscienza della propria incapacità a risolvere da se stessa il proprio dramma, neppure cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile che non ha potuto evitare di gridare: «Signore, […] dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete». (Gv 4, 15).
Senza un’esperienza di Cristo come pienezza dell’uomo, l’ideale del Cristianesimo per il matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile a realizzarsi. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. In realtà esse sono frutto di una tale intensità dell’esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che «per Dio nulla è impossibile». Solo un’esperienza così può mostrare la razionalità della fede cristiana, come totalmente corrispondente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto così costituisce la migliore proposta educativa per i figli, che attraverso la bellezza del rapporto fra i genitori sono introdotti, come per osmosi, nel significato dell’esistenza.
La loro ragione e la loro libertà sono costantemente sollecitate a non staccarsi da tale bellezza; la stessa bellezza risplendente nella testimonianza degli sposi cristiani che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare.

Valencia, 4-7 luglio 2006
Congresso teologico pastorale in occasione del V Incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI



 


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25 febbraio 2011

L'esperienza più bella innamorarsi

 

(...) Qual è l’origine di questo bene di cui siamo così grati? È l’esperienza cristiana.
Non è sempre stato così, come testimonia la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “è lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?”. E aggiunse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. I discepoli gli dissero: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. (Mt 19,3-6.10)
Non dobbiamo sorprenderci, quindi.
La stessa cosa che a tanti oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli. Solo la grazia di Cristo ha reso possibile vivere la natura originale della relazione fra l’uomo e la donna. È importante guardare a questa origine per poter rispondere alle sfide che dobbiamo affrontare. Noi cattolici non siamo diversi dai più; molti fra noi hanno problemi nella vita familiare. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non sono perseveranti di fronte alle numerose difficoltà esterne e interne che attraversano. E quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le tentazioni della vita. Ce lo ha ricordato il Papa: “Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 25).
Dobbiamo far nostro quello che abbiamo ricevuto per poterlo vivere nella nuova situazione che siamo tenuti ad affrontare, come ci invita Goethe: “Ciò che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo di nuovo per possederlo veramente”.
Per riappropriarci veramente dell’esperienza della famiglia dobbiamo imparare che “la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna – come ha detto Benedetto XVIaffonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da quì. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?”. Davvero la persona amata ci rivela “il mistero eterno del nostro essere”. Nulla ci risveglia talmente, e ci rende così coscienti del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto l’esperienza di essere amato. La sua presenza è un bene così grande che ci fa rendere conto della profondità e della vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Le parole di Cesare Pavese sul piacere si possono applicare alla relazione amorosa: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito”. Un io e un tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito.
In questa esperienza, a entrambi si svela la propria vocazione.
Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un “raggio divino”, ossia un segno che rimanda più oltre, a un’altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi: “Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. Con queste parole il genio di C. S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cede all’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. E la relazione finisce per diventare insopportabile.
Come diceva
Rilke, “questo è il paradosso nell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell’orizzonte di un Amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno”.
 
La più bella esperienza, innamorarsi

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù perché l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37.39). Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo – la Bellezza fatta carne – più della persona amata, questo rapporto appassisce. È Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e col tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l’impeto col quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore, col tempo, si corrompa.
Questa è l’audacia della sua pretesa. Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che appartenere all’ambito della comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4,18) senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma, nemmeno cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: “Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (Gv 4,15).
Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che “a Dio nulla è impossibile”. Solo una tale esperienza può mostrare la razionalità della fede cristiana, come una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto in questo modo costituisce la migliore proposta educativa per i figli. Attraverso la bellezza della relazione fra i genitori, essi vengono introdotti, quasi per osmosi, al significato dell’esistenza. Nella stabilità di questa relazione la loro ragione e la loro libertà vengono costantemente sollecitate a non perdere una tale bellezza. È la stessa bellezza, che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani, che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare
 
 
A Madrid e all’origine del matrimonio con Goethe, Cristo, Pavese e Lewis.
Contributo di Julián Carrón su “EL MUNDO” Alla manifestazione per la famiglia del 30 dicembre 2007, festa della Sacra Famiglia.


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12 febbraio 2011

Chi vuol vivere non fa notizia ma chiede rispetto

Chi vuol vivere non fa notizia ma chiede rispetto

Serata di grande emozione, venerdì 11 febbraio alla sala Conciliare di Nova Milanese dove l’associazione culturale FELICITA MERATI ha presentato - VIVI uomini e donne più forti della malattia.
Il giornalista Fabio Cavallari, reduce da Bruxelles dove aveva presentato il suo libro VIVI storie di uomini e donne più forti della malattia, ha raccontato il suo incontro con tante storie e tante vite di uomini e donne che combattono in modo differente e sempre unico la loro battaglia per vivere e per essere felici. Otto di queste storie sono raccontate nel libro edito da Lindau.
Bruno, che muove solo gli occhi ma fa ancora parte di un gruppo di canti folcloristici, la piccola Giulia, i medici avevano proposto alla madre un aborto terapeutico all’ottavo mese di gravidanza e fissata la data per il 26 dicembre. Giulia invece è nata, i medici non avevano sbagliato la diagnosi, Giulia è handicappata ma grazie all’amore della sua famiglia, degli amici, dei volontari che si avvicendano ogni giorno a casa sua, ha dimostrato che la scienza non è sempre esatta, esiste l’imponderabile. Il suo cervello ha sviluppato e attivato delle risorse impreviste, e quindi a dispetto delle previsioni, Giulia si sposta gattonando, ha imparato a sciare,  sorride e interagisce con le sorelle e con gli amici. E poi ci sono gli altri Daniela, Egle, Massimiliano, Giovanni, Oscar e Claudio, malattie rare, degenerative, patologie sconosciute, condizioni invalidanti tali che se solo venissero ipotizzate a una persona nel pieno della propria efficienza fisica, condurrebbero a una sola risposta:  «No. Non voglio vivere così», ma come ha detto Fabio,  il metodo del “se fossi” non funziona, perché in realtà è solo nel momento in cui ti trovi ad essere in condizioni così invalidanti che scopri quanto davvero sei attaccato alla vita. In queste storie quello che spesso colpisce è che è l’amore il primo attore, la compagnia di amici, familiari, un luogo dove condividere diventa un di più per tutti. Questo non vuol dire che non ci siano fatiche, scoraggiamenti, cedimenti, ma come dice la mamma di Giulia: “Mai vergognarsi di chiedere aiuto”  

Suor Gloria ci ha introdotti con un quadro di Bosch a rifletter sul desiderio di infinito che è di ogni uomo, ma che finisce per essere inascoltato, perché siamo una società che ha paura di stare in silenzio, paura di dare ascolto ai propri desideri più veri.  Ha poi continuato,  dicendo che spesso diamo per scontate tante cose, l’amicizia, il rapporto con gli altri, abbiamo addormentato il desiderio, non desideriamo più nulla di autentico. Certo desideriamo i jeans firmati, le scarpe, le vacanze, cose,  ma nulla di autentico e duraturo. Il desiderio è preghiera, però possiamo pregare ogni giorno ma se non “desideriamo”, quella preghiera sarà vana.
Perché il desiderio è preghiera e prega chi desidera.   
Suor Gloria ha regalato a tutti un momento di grande emozione raccontando la sua esperienza, la sua vita da adolescente ribelle, l’incontro a Lourdes con la fede non tanto dei malati, ma dei sani, degli scout che pregavano in ginocchio. Poi l’incidente, lo scontro, la morte a portata di mano come qualcosa di liberatorio, di meraviglioso, i mesi di infermità , il ritorno alla vita e la decisione di volere un amore infinito.
Una serata che non finisce con lo spegnersi delle luci in sala, ma che può diventare un’occasione per tutti di riflessione e di cambiamento.




23 gennaio 2011

Cristiani, l'olocausto silenzioso

 

Venerdì 21 si è svolto a Nova Milanese l’incontro “Cristiani, l’olocausto silenzioso del terzo millennio” Presenti don Ayad Yako Mansour, sacerdote cattolico iracheno e don Gabriele Mangiarotti sacerdote della diocesi di San Marino Montefeltro e direttore del sito www.culturacattolica.it

“Tutto è partito dalla mia famiglia, da ciò che ho vissuto e respirato in mezzo a loro” ha detto Don Yako, raccontando la sua esperienza. Ottavo di dodici figli, cresciuto in una famiglia cattolica si è laureato in medicina, poi è andato a Nassiriya, soldato di Saddam, unico cristiano in mezzo a mille musulmani. Ha ricordato che come afferma san Paolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20), e quindi anche questa esperienza ha fatto maturare in lui la vocazione al sacerdozio. Don Yako ha ricordato che i cristiani in Iraq sono sempre stati un vero ponte tra oriente ed occidente, portatori di una cultura della famiglia stabile, dell’educazione come valore fondante, del lavoro come passione.

“In occidente avete molte cose positive e belle, ma mancano alcuni elementi dell’esperienza dei cristiani d’oriente, voi vivete una fede più intellettuale. La tragedia che stiamo vivendo, - ha detto don Yako – è come fuoco che mette alla prova la nostra fede. Dobbiamo continuamente rispondere alla domanda: Perché devo rischiare la mia vita?”

Don Gabriele ha detto: “l’incontro con il Signore ci rende fieri di quello che abbiamo incontrato e testimoni, ma sei un testimone credibile solo se sei te stesso perché la fede non è accanto o affianco alla vita ma è la vita. Una fede amica della ragione.”

A don Yako abbiamo chiesto cosa possiamo fare noi, laici e cristiani d’occidente.

Chiara la sua risposta: “Due principalmente gli aiuti che potete darci: sollecitare la comunità internazionale perché i politici iracheni modifichino la Costituzione. (ndr attualmente la Costituzione irachena ha cura di precisare che:

(a) Non può essere approvata nessuna legge che contraddica le regole indiscusse dell’Islam.

(b) Non può essere approvata nessuna legge che contraddica i principi della democrazia.

(c) Non può essere approvata nessuna legge che contraddica i diritti e le libertà fondamentali previsti in questa costituzione.”)

L’altro aiuto che potete darci è quello di non accettare come Europei. che vi siano luoghi nel mondo dove non vi sia libertà. Un paese non può essere libero se non vi è libertà religiosa”.


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10 settembre 2010

Diaconi a Milano

 



A Milano in Duomo mercoledì 8 settembre, 26 seminaristi sono stati ammessi agli ordini sacri, detto in parole grezze, hanno fatto una tappa del loro cammino verso il sacerdozio, hanno vestito per la prima volta l’abito talare, nuovo e splendente come il loro “SI” non ancora definitivo, il cammino è ancora lungo sino a diventare sacerdote per sempre, ma è già un buon cammino.

All’uscita dal Duomo il cielo pieno di nuvole aveva deciso di concedere una tregua.

Amici, parenti, famiglie, aspettavano di poter abbracciare il loro ragazzo, e io tra loro, aspettavo quel ragazzo, figlio di amici, che ho visto nascere, crescere, diventare alto, forte bello, dare le preoccupazioni che tutti danno ai genitori, e le soddisfazioni che spesso noi genitori celiamo dietro ad una sana modestia.

Finalmente i diaconi escono e la piazza di divide in capannelli ognuno a festeggiare il proprio ragazzo, la tonaca volteggia, si sprecano strette di mano, baci, qualche lacrima, frasi di affetto, ognuno reagisce a modo suo, a quest’aria di festa che il vento di precoce autunno non raffredda.

I parroci e preti dell’oratorio venuti con i pullman e i parrocchiani a far festa ai loro ragazzi, qualcuno cresciuto tra i campi dell’oratorio e la sacrestia, altri che sembravano interessati ad altro e invece sono stati rapiti da Cristo giusto per dire che non siamo noi a scegliere ma lui che ci scegli e attende che noi diciamo SI.

In piazza ci sono molti giovani e davanti a questi “ SI” nessuno è indifferente, qualcuno cerca di buttarla sulla goliardia e indicandosi a vicenda dice – il prossimo sarai tu – - no lui - , - no lui - la frase rimbalza e come nel gioco di - ce l’hai -,rimbalza sulla persona sbagliata e questo, come punto da una vespa reagisce, dicendo - io no non posso mi piace troppo la… - e unendo gli indici e i pollici dice più che a parole, la frase si perde tra risa e frastuoni, tutti si radunano per la foto di gruppo con il Duomo alle spalle e le guglie a sorreggere le nuvole.

Ma quel ragazzo del - IO NO - ha detto quello che molti pensano, temono, o non capiscono.

Di questi giovani incamminati verso al sacerdozio il mondo fatica a capire la rinuncia alla sessualità.

Perché è un mondo dove non si capisce nemmeno che uno possa immaginare di avere una sola donna nella vita, figurarsi nemmeno una.

E’ un mondo dove tutto sembra concorrere a dire che è solo il sesso che rende felici, che il sesso viene prima di tutto, spesso prima dell’amore, prima del conoscersi, e qualche volta anche prima del sapere come si chiama l’altro.

Perciò è comprensibile che non si capisca un uomo bello, intelligente, allegro che dice di si a Cristo e alla Chiesa donando tutto se stesso.




Ogni vocazione ha fatiche e rinunce, ogni vocazione vissuta seriamente chiede di essere continuamente rinnovata, ogni vocazione chiede di non essere lasciati soli a viverla.

Tornando sui miei passi perduta tra la folla dei passeggeri in metropolitana che si sfiorano senza guardarsi, che leggono o si immergono nei loro pensieri incuranti di chi passa loro accanto, mi è venuta in mente una cosa che avevo letto di Guareschi:

Don Camillo allargò le braccia:

“Signore cos’è mai questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua autodistruzione? (…) Cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise:

“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi. (…) Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo bisogna aiutare chi ha ancora la fede a mantenerla intatta. (…)”

E ho pensato questi Diaconi sorridenti e felici diventeranno sacerdoti, sono loro che ci aiuteranno a mantenere intatta la nostra fede, quel briciolo di fede che rappresenta il seme da salvare.

Aiuteranno noi, i nostri figli e ei nostri nipoti a guardare alla vita come a un dono, al dolore e alla fatica come a qualcosa che va oltre, alle gioie come a una grazia da condividere, e questo è tutto.





3 settembre 2010

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Continua la mobilitazione internazionale per la liberazione di Mohammadi Ashtiani rinchiusa nel braccio della morte dal 2006

«Hanno torturato mia madre Sakineh
Ora l'Europa non dia tregua all'Iran»

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Il caso - Continua la mobilitazione internazionale per la liberazione di Mohammadi Ashtiani rinchiusa nel braccio della morte dal 2006

«Hanno torturato mia madre Sakineh
Ora l'Europa non dia tregua all'Iran»

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Caro Sajjad, mi emoziona molto parlarle. Armin Arefi, di La Règle du Jeu, è qui con me e tradurrà la nostra conversazione. Innanzitutto, dove si trova lei, in questo momento?
«A Tabriz, la città in cui mia madre è detenuta. Sono per la strada. E la chiamo da un cellulare».
Pensa che potremo parlare tranquillamente?
«Credo di sì. Cambio spessissimo numero di telefono per sfuggire agli ascolti telefonici. Tentiamo».
Come sono le autorità nei suoi confronti? Subisce pressioni? Tentativi di intimidazione?
«Sì, certo. Ho ricevuto due chiamate dai servizi segreti. In realtà, due convocazioni. Ma ho rifiutato di andarci. Per ora, non sono stato arrestato».
Non sappiamo niente di lei, caro Sajjad. Chi è? Cosa fa?
«Ho 22 anni. Sono il figlio maggiore di Sakineh. Lavoro dalle 6 del mattino alle 11 di sera come controllore sugli autobus della città. Per il resto... Tutti i miei pensieri, tutta la mia volontà tendono a un solo scopo: salvare mia madre».
A che punto siamo? Come vede oggi le cose?
«Ho attraversato momenti di disperazione. Ho scritto alle autorità. Spesso. Mi hanno risposto con un silenzio totale. Da qualche giorno, con la mobilitazione che lei ha lanciato, ritrovo un po' di speranza».
Sua mamma, nella sua cella, sa di questa ondata mondiale di solidarietà e amicizia?
«Sì. È stata informata nelle rare visite cui ha avuto diritto. Ne è stata felice. E l'ha ringraziata».
Perché parla al passato? A quando risale la sua ultima visita?
«A poco prima della sua cosiddetta "confessione" televisiva. Fino ad allora, la vedevamo una volta alla settimana, tutti i giovedì. Dopo, niente. Né mia sorella né io. Né gli avvocati. Ancora stamattina, visto che è giovedì, mi sono recato alla prigione. Ma il guardiano mi ha detto: "Alla signora Mohammadi Ashtiani è vietato qualsiasi contatto per decisione del potere"».
Cosa ci può dire delle condizioni di carcerazione di sua madre?
«Sono durissime. Subisce incessanti interrogatori da parte dei Servizi iraniani. Le chiedono, per esempio, come mai il suo ritratto è affisso dappertutto nel mondo e chi, secondo lei, ha lanciato questa mobilitazione internazionale».
Qual è il suo stato psicologico?
«Prende molti farmaci. Antidepressivi. E prega».
Si trova in una cella individuale o con altre donne?
«Tutte le donne condannate della città di Tabriz sono nello stesso quartiere della prigione. Sono piccole celle con talvolta quindici o venti donne accalcate. Ma è possibile che, dopo la sua apparizione alla televisione, l'abbiano messa in una cella individuale. Le ripeto: non so più nulla, non ho più alcuna notizia».
La sua apparizione in tv qui ha fatto molta impressione. Intanto, era veramente lei?
«Sì, certo, era lei. Ma...».
Ma?
«Ma prima è stata torturata. È Houtan Kian, l'avvocato, che l'ha saputo dalle sue compagne di detenzione. Le autorità avevano bisogno di queste confessioni per poter riaprire il dossier dell'omicidio di mio padre».
Le autorità affermano che il dossier non è mai stato veramente chiuso.
«È falso. Affermano questo per poterla uccidere più facilmente. Del resto, il dossier è stato, guarda caso, smarrito».
Cosa vuole dire?
«L'altro ieri, mentre andavo in Tribunale per averne una copia, mi è stato detto che non l'avevano più. Mi hanno chiesto di andare al piano terra ma, anche lì, non è stato trovato. Ne ho parlato con l'avvocato Houtan Kian che ha fatto le sue ricerche e mi ha detto che il dossier non si trovava neanche a Osku, città di provincia di cui i miei genitori sono originari. Tutto questo è inquietante. Potrebbe trattarsi di un piano della Repubblica islamica per modificare il dossier e aggiungervi elementi a carico che giustifichino l'esecuzione».
Per il secondo caso. Non quello dell'adulterio, ma dell'omicidio...
«Appunto. Tanto più che una settimana prima della perdita del dossier, il domicilio di Houtan Kian è stato messo a soqquadro e il suo computer portatile come anche la valigetta in cui si trovava il riassunto del dossier sono stati rubati. Ancora ieri, mercoledì, i Servizi hanno di nuovo invaso il suo domicilio e portato via un estratto del dossier dell'omicidio di mio padre, l'ultimo che era in nostro possesso. È lo stesso Houtan Kian che mi ha appena informato per sms».
Mi consenta una domanda più diretta. Lei è, dopotutto, il figlio dell'uno (suo padre, assassinato) e dell'altra (sua madre, accusata di complicità in questo assassinio). Nel suo intimo, è sicuro che l'accusa sia infondata?
«Nel mio intimo, sì. Mille volte sì. È una pura menzogna. Insieme a un'incredibile ingiustizia. Mia madre, che non ha fatto niente, niente, rischia la lapidazione. Intanto, il vero omicida, Taheri, è libero...».
Perché lei lo ha perdonato.
«Sì. È il padre di una bambina di tre anni, ha pianto molto davanti a noi. Mia sorella ed io non abbiamo voluto essere la causa della sua esecuzione».
Torniamo alla campagna di mobilitazione. Pensa che possa far cedere le autorità?
«Non so. Comunque, abbiamo solo voi. Non abbiamo nessuno, a parte voi, che ci tenga la mano. Ora, per esempio, so che l'avvocato Houtan Kian ha scritto una lettera alle autorità per chiedere un dibattito con un responsabile qualsiasi. Se ci sarà una risposta, sarà grazie a voi».
Quindi lei non è d'accordo con chi dice che questa campagna irrita le autorità e possa essere controproducente?
«Certo che no. È vero che l'Iran è irritato. Ma bisogna pure che l'Iran ascolti la nostra pena. Le autorità iraniane non hanno risposto a nessuna delle nostre lettere. Se la nostra voce ha una possibilità d'essere ascoltata, sarà, lo ripeto, grazie a voi».
Cosa possiamo fare di più?
«Bisogna raddoppiare le pressioni sulla Repubblica islamica».
Sì, ma come?
«Rivolgendovi, per esempio, al Brasile e alla Turchia che hanno legami privilegiati con la Repubblica islamica».
È al corrente della dichiarazione del presidente della Repubblica francese in cui dice che sua madre è sotto la responsabilità della Francia?
«Certo. È straordinario. Ma bisogna continuare. Altrimenti, se voi allentate la pressione, mia madre sarà uccisa».
Le autorità iraniane hanno tuttavia sospeso l'esecuzione della sentenza.
«Sospeso non vuol dire annullato».
Dunque, mentre noi parliamo, tutto è possibile, tutto è da temere?
«Sì. Da un lato, ci sono persone che non vogliono in alcun caso perdere la faccia e intendono lapidare mia madre. E dall'altro, persone come il signor Nobkaht, il vice del potere giudiziario nella regione di Tabriz, il quale vuole che il signor Imani, il giudice che ha pronunciato la sentenza, sia tratto d'impaccio e che, per questo, ha chiesto a Teheran il cambiamento della pena di lapidazione in impiccagione. Ma questo è forse meglio?».
No, certo.
«Vi prego, non mollate. Siete voi, ancora una volta, che tenete le nostre mani. Se voi non ci foste, mia madre sarebbe già morta».
(traduzione di Daniela Maggioni)

Bernard-Henri Lévy
03 settembre 2010


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12 maggio 2010

Donne: nè sante, nè puttane

Il femminismo, che ha avuto la pretesa di liberare in toto il mondo delle donne, forse non aveva capito che la libertà è singolare, femminile, ma singolare.

The Blood of Fish, c.1898 Stampa trasferimenti su tela di Gustav Klimt

“Na femena fa o desfa na fameja” tradotto, “una donna costruisce o distrugge una famiglia”.
Dicono spesso i Veneti e in passato mi sembrava una vera esagerazione, anzi peggio, un modo per dare la colpa sempre alle donne.
E' così dai tempi di Adamo ed Eva, pensavo, mai nessuno che dica che lo stupido è stato lui, è sempre colpa dei capricci di lei.

Credevo il proverbio, una forma di maschilismo antico insinuatosi persino nel pensare comune femminile, visto che spesso erano le stesse donne a pronunciarlo.

Invece crescendo e forse anche invecchiando, gli anni non sempre passano invano, ho compreso che quel detto ha del vero, e che forse non è una forma di maschilismo, ma un riconoscimento al genio femminile.
Alla capacità delle donne di “tenere” reggere una famiglia, smussarne i malumori, i conflitti, valorizzare i pregi di chi le circonda, poi ci sono anche casi in cui - se desfa – si distrugge, perché quando le donne usano le loro capacità per acuire i conflitti, evidenziare le differenze e le debolezze allora si distrugge, questa è la libertà.

In queste ultime settimane si è molto dibattuto di femminismo, giusto, sbagliato, periodo superato, o periodo non ancora compiuto?

Il femminismo, che ha avuto la pretesa di liberare in toto il mondo delle donne, forse non aveva capito che la libertà è singolare, femminile, ma singolare. Perché la libertà per essere vera, efficace, deve essere la libertà dell’individuo di esprimere la sua unicità.
Invece, troppo spesso la libertà delle donne è stata declinata al maschile, si è umiliato l’essere femminile pretendendo che la parità consistesse non nell’esigere il rispetto di una diversità, ma nel dimostrare di potere essere identici, alla categoria del maschi, fratelli, colleghi, compagni di scuola

Mi guardavo attorno in questi giorni perché volevo raccontarvi la storia di una donna significativa, sconosciuta ma degna rappresentante di quel genio, di quella capacità di reggere il mondo, il quotidiano, e mi sono trovata ad affrontare una galleria di volti e di storie, non saprei scegliere, ad avere più tempo, più che un racconto si dovrebbe scrivere un libro.

Storie di donne sconosciute, che non avranno mai il nome sui
giornali, ma che reggono il mondo, perché ognuna regge un mattone, un pilastro. Si chiami famiglia, azienda, associazione.

C’è una signora a Meda nella verde Brianza, unghie dipinte di rosso, capelli sempre in ordine e impatto aggressivo.
Il marito aveva una piccola impresa di termoidraulica, quando è morto prematuramente lei si è trovata con due figli troppo giovani per reggere il peso dell’impresa di famiglia, e allora ci ha pensato lei, ha imparato quello che c’era da imparare, non le sfugge un ordine, una scadenza, una legge, ha l’ufficio nella taverna di casa, e i figli ora che sono diventati uomini camminano con le loro gambe e lei fa il direttore, la mamma, la nonna, sempre impeccabile nell’aspetto, professionale nel lavoro, disposta a ad ascoltare chi le sta di fronte ma non a cedere a sentimentalismi. Che dire è parità? Non so, ma di certo è la capacità di rispondere alle difficoltà, cercando di non snaturare se stessi, di continuare ad essere donna e madre.

Per farle un complimento dicono che la Furlanetto è come un uomo, e invece non è vero, perché è una donna che ha saputo non cedere davanti alla fatica, un uomo? Chissà che avrebbe fatto?

E poi c'è Adele, madre, moglie, ha saputo crescere una bella famiglia, accudire un marito impegnativo, intelligente, eclettico, spesso le capitava di fare da traduttore, lui filosofava e noi troppo giovani per capire le sue teorie lo ascoltavamo un po’ increduli, poi arrivava Adele ripeteva con parole sue e tutto diventava semplice. Ha fatto della sua casa un posto bello, accogliente dove altri potessero correre a rifugiarsi in cerca di consigli, esempi di vita, in qualche caso anche di accoglienza discreta e concreta. Lei mi è stata madre, pur non avendomi generata, perché in quell’età in cui tutto si contesta, dove si è smarriti e soli ha saputo con suo marito essere un sostegno alle mie fatiche e al mio scoraggiamento. Ha affrontato il male del secolo diventando come dice spesso - la prova vivente che in alcuni casi il cancro è una malattia cronica - e ora che il male è tornato a far visita a lei e a suo marito, si trova anche nella malattia ad essere prima che la malata, ancora colei che cura e conforta. Una volta sola si è adirata con me, una volta in cui presa dal mio lavorare, accudire, rassettare, sono sbottata dicendo:– beate le casalinghe che non fanno nulla – si sentì parte in causa e si arrabbiò, aveva ragione, perché lei è l’emblema della casalinga che cura, casa, famiglia, sua e di chi ha la fortuna di ruotare intono alla sua cucina, siano amici, figli, nipoti o sconosciuti. Attenta alle cose belle, a dare un giudizio su quanto accade nel mondo, nella politica, in paese, ad insegnare vivendo cosa davvero conta nella vita.

L’ultima di cui vi voglio raccontare è una manager con 4 figli, si chiama Cecilia, laurea in Economia presso l'Università Bocconi di Milano, con specializzazione in area Marketing. Rimasta senza lavoro si è trovata ad affrontare il vuoto che la mancata realizzazione anche come professionista comporta, perché i bambini sono belli, ma quando uno stipendio manca si sente eccome. E allora ha saputo cogliere le esigenze del mercato e accorgersi che nessuno sapeva fare marketing e comunicare alle mamme come chi è mamma e conosce quel mondo e quelle esigenze da coniugare. Con altri soci ha dato vita a "fattore mamma", una società di servizi di marketing e comunicazione in grado di creare relazioni vere fra i brand e le mamme. Coniugando così famiglia, lavoro, facendo fruttare un’esperienza sul campo.

Non so se queste sono donne siano un pezzetto di femminismo.
Sono di certo un pezzo di universo, la dimostrazione che non esiste una liberazione di categoria, ma una realizzazione dell’essere umano.

"Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani." Diceva nella lettera alle donne di Giovanni Paolo II, rendendo omaggio alle donne, una per una e non come categoria.

Insomma, non una "categoria", un "gruppo sociale", semplicemente donne, esseri umani unici, né sante, né puttane, preziose costruttrici di domani.




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3 aprile 2010

"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

 

Ho letto questa mattina la testimonianza di una donna, un avvocato toscano, che nel 2005 ha abortito tramite la pillola RU486. Voglio condividere con voi questa testimonianza, perché tutta la bagarre di questi giorni sulla  pillola RU486 che “libera” le donne  dal chirurgo, mi sembra che tenga conto più dell'effetto "risparmio" che avrà sui bilanci delle ASL, che della sofferenza delle donne.
Donne “condannate” da una pillola ad essere le uniche responsabili ed esecutrici di un aborto solitario.
Non si tratta di essere contrari a una legge dello Stato. La Legge 194 garantisce il diritto di abortire, ma non ci vieta la libertà di pensare se questo diritto garantisce la serenità delle donne. Puoi dirti libera, solo perché è lasciata a te la scelta di disfarti di un figlio concepito e anche tutto l’iter, che dura tre giorni, perché il misfatto si compia? E' questa la libertà che vogliamo?


"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

Anna ha 34 anni, è un avvocato toscano, e nella sua regione, nel 2005, con la pillola Ru486,allora in fase sperimentale, ha abortito un figlio indesiderato concepito con il marito che stava lasciando.
«Ma quale banalizzazione dell’aborto» mi racconta mentre siamo sedute in un bar di Orbetello, «è stato terribile e non lo rifarei mai più». «Voi medici siete crudeli e cinici, siete abituati al dolore, quello degli altri, e trascurate l’impatto psicologico delle vostre cure e degli effetti delle vostre terapie su noi poveri pazienti».

Ho chiesto ad Anna di raccontare la sua esperienza personale, naturalmente garantendole l’anonimato, e lei ha accettato.
Ed è un fiume in piena... «I dottori mi avevano informato su questa nuova tecnica abortiva, solo ed esclusivamente farmacologica, mi avevano assicurato che tutto sarebbe stato più dolce, che avrei evitato l’intervento chirurgico, l’anestesia, il raschiamento e tutte quelle pratiche dolorose, compreso il ricovero, ma per me è stato peggio, molto peggio...».

«Intanto non è proprio una passeggiata, non è come mandare giù un’aspirina e via, anzi... dopo che hai ingoiato la prima pillola, sai che quel giorno stesso tuo figlio morirà, e resterà attaccato lì, morto, dentro il tuo utero... semplicemente il suo cuoricino, che il giorno prima hai ascoltato durante l’ecografia, smetterà di battere. Per sempre. È l'effetto della prima pasticca, che tu devi mettere in bocca da sola, perché da sola sei lasciata a sopprimere quella vita che tu stessa vuoi eliminare. Lo capisci subito la sera stessa che quel figlio è morto, perché senti improvvisamente sparire tutti quei segni di gravidanza che noi donne ben conosciamo, primo fra tutti il seno, di colpo non lo senti più turgido, te lo tocchi, lo palpi e non è più teso, quasi si affloscia, e sparisce anche quella piccola tensione del basso ventre tipica dei primi mesi di gravidanza».
«E poi viene il peggio... perché devi aspettare! Devi aspettare tre lunghi giorni, nei quali continui a fare quello che hai sempre fatto, lavorare, camminare, mangiare, dormire, andare al cinema... cerchi cioè di distrarti, ma sai che hai quel “coso” morto lì dentro che deve essere eliminato, espulso, cioè abortito!».

«Per me sono stati tre giorni terribili, già ero a terra per la separazione da mio marito, e come ultima punizione ora mi accingevo a separarmi dall’unica cosa che mi avrebbe legato a lui per sempre, e che in quel momento era l’ultima cosa che volevo».
«In quei tre giorni, poi, hai tutto il tempo per pensare e riflettere su quello che ti è accaduto e che ti accadrà, hai il tempo per pregare e per piangere... io mi sentivo una specie di assassina in libertà... ma perché avevo accettato questo maledetto metodo,
mi chiedevo, non era meglio far fare tutto al medico? Io sarei stata in anestesia, in sala operatoria, non avrei sentito né provato nulla, lui avrebbe operato e fatto tutto, io mi sarei risvegliata pulita e liberata dal mio problema, il tutto sarebbe durato meno di un’ora e non avrei avuto quelle sensazioni orribili dell’attesa».

«Il terzo giorno mi sono ripresentata, senza aver dormito e con delle occhiaie così, in ospedale per la seconda pasticca. Anche quella ti viene messa in mano e sei tu che la devi mandare giù... sei tu l’unica e sola mandante e autrice di un piccolo omicidio, quello del tuo figlio mai nato, e senti che una parte di te sta per sparire per sempre, che non tornerà mai più ed è una sensazione solo tua, di solitudine, che non condividi nemmeno con l’anonima infermiera che ti consegna la pillola nella garza sterile.
A quel punto però la ingoi subito perché speri che tutto finisca più in fretta possibile. Non sai ancora che, da quel momento, ti prepari ad assistere, a partecipare ed a effettuare il tuo “avveniristico” aborto terapeutico!».

«Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. Il medico durante il colloquio mi aveva spiegato bene che con la seconda pillola, una prostaglandina, sarebbe avvenuto una sorta di mini-travaglio, con qualche contrazione uterina, ripetute e ravvicinate, lievemente dolorose, ma essenziali per provocare il distacco del feto, ormai morto, dalla parete uterina e per la sua espulsione, e che comunque sarebbe stato eliminato facilmente, misto con del sangue... sarebbe stato cioè come avere delle mestruazioni più dolorose del solito, così mi disse».
«Invece il dolore è stato molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che stava avvenendo rendeva tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. Ed assistere a tutto questo è stato insopportabile. Ho pianto per il dolore fisico, ma soprattutto ho pianto per il dolore dell’anima, per la mia partecipazione attiva ad un evento che mai avrei voluto vivere ed osservare da così vicino».

«Poi, quando tutto è finito, quando tutto è compiuto, la procedura ti obbliga anche a verificare di persona che effettivamente l’aborto farmacologico sia ben riuscito, per cui ti viene effettuata l’ecografia di controllo, che trasmette dallo schermo l’immagine pulita del tuo utero non più “abitato”, ma vuoto e libero dal corpo estraneo che si è medicalmente voluto eliminare... non si sente più nessun battito galoppante, nessun segno di vita, ma solo silenzio di morte».

«Ho avuto un peso nel petto per lungo tempo... non è stata una liberazione per me, ma ho avuto un senso di colpa per diversi mesi, e ancora oggi, quando ci ripenso, e spesso ci ripenso, mi torna la nausea per quell’esperienza terribile, irreparabile e definitiva».
«Ogni volta che oggi leggo o sento parlare di aborto, rivivo quei miei pochi ma orribili giorni con il ricordo di una scelta dalla quale non si può più tornare indietro... e molte volte la vita poi ti porta a situazioni in cui avresti voluto che le cose fossero andate diversamente».
Anna è seduta di fronte a me e sorride amaramente. Ha una parrucca bionda in testa, a coprire una calvizie da chemioterapia.
Anna sta combattendo contro un tumore maligno del sangue che si è presentato all’inizio dell’anno. Anna sta lottando per la vita.
La sua stavolta.

di Melania Rizzoli – Il Giornale.it sabato 3 aprile 2010




11 marzo 2010

Preservativo? Chiedete di più...


 CHIEDETE di più scegliete la felicità
Ragazzi, i primati son primati, non si scherza e Roma caput mundi ha battuto tutti, i giornali di questi giorni dicono che è romano il primo liceo in cui è stato installato un distributore di preservativi.

E’ il liceo Keplero e da oggi tutti i genitori terranno senz’altro conto di questa eccellenza quando dovranno scegliere la scuola per i loro figli, i benefit son benefit e in questo liceo i preservativi saranno venduti a prezzo di fabbrica, tre pezzi 2 euro.

Ma non crediate si tratti di sola propaganda, no, qui si tratta di una cosa seria, di una vera attenzione all’educazione delle giovani generazioni che con la loro paghetta devono già comperarsi le sigarette, la ricarica telefonica e poi magari vanno a risparmiare sui preservativi, si sa “so’ ragazzi”, meglio calmierare i prezzi.

Le famiglie possono stare tranquille, ci pensa la scuola e insieme all'installazione dei distributori verrà svolto un seminario di formazione della Lega Italiana per la lotta all'Aids sulla prevenzione dell'Hiv, slogan dell'iniziativa: "Se vuoi amare fallo con la testa. Proponi al tuo preside l'installazione gratuita di distributori di preservativi e assorbenti nella tua scuola".

Insomma più preservativi e assorbenti per tutti!

A dire il vero facendo un giro sul web si scopre che in qualche altra parte d’Italia un tentativo di distribuzione gratuita c’era già stato, e che in altri paesi europei è cosa consueta, ma i ragazzi saranno più felici? Avranno almeno una sessualità più consapevole? Alcuni studenti su un blog studentesco scrivono: “… eppure i distributori di preservativi in Francia ci sono. (…) e anche in Inghilterra e perfino nella cattolicissima Irlanda e da noi no. Non sfugge a nessuno qual è il motivo. Ha a che fare con quel signore gentile e buono (di questo sono convinto), vestito di bianco che sta a Roma?”

Già, per alcuni - è tutta colpa del Papa - se non ci fosse lui non ci sarebbero l’aids, l’aborto, le gravidanze precoci.

Suvvia ragazzi e adulti, siate seri.

Visto che si cita come esempio l’Inghilterra andiamo a vedere se la massiccia distribuzione di preservativi è servita ad educare le generazioni a un amore responsabile, si direbbe di no, visto che le gravidanze precoci sono in aumento, che l’età della prima gravidanza si abbassa e che in alcune scuole ci sono classi apposite per giovani gravide.

Ma tant’è, l’ideologia non guarda in faccia nessuno, figurarsi se guarda ai fatti.

Si ha l’impressione che gli adulti incapaci di educare a un amore responsabile ripieghino sull’educazione ad una 'sessualità responsabile' cercando scorciatoie.

Si spera che corsi di educazione sessuale che spiegano l’amore come fosse un gioco al quale partecipare cercando di non farsi male, o una malattia dalla quale proteggersi, possano portare le nuove generazioni se non ad essere felici almeno ad un sesso senza conseguenze.

Nessuna incertezza in questi adulti, nessun dubbio che le risposte siano fragili, inadeguate, anzi, chi non è d’accordo è un bacchettone.

Per cui la Chiesa taccia.

Ma la Chiesa non è dei preservativi che si preoccupa, ma dell’educazione dei giovani per questo afferma: "La strada maestra resta l'educazione alla responsabilità delle persone, specialmente dei più giovani, nell'uso della sessualità, che è un dono dell'amore di Dio puntando sulla valorizzazione del proprio corpo e di quello dell'altro nell'ottica del dono disinteressato di sé. In conclusione restiamo convinti e ci adoperiamo affinché la scuola, insieme alla altre agenzie educative, si impegni ad illuminare i giovani a diffidare dalle scorciatoie che non di rado conducono alla insignificanza della vita".

Come darle torto?

Ma per difendere i giovani dalle scorciatoie della vita bisogna essere adulti consapevoli che l’amore è cosa grande, che l’usa e getta non risponde all’esigenza dell’uomo di essere felice.

Qui invece parliamo di adulti che credono che la libertà consista, cito da alcuni blog: “...del fare del proprio corpo ciò che ci pare, senza arrecare danni alla salute altrui”.

Sarà anche libertà, ma la felicità miei cari è altra cosa, è quando l'eros si cura dell'altro prima che di se stesso e diventa agape, amore disinteressato, merce rara, preziosa, gratificante, inebriante, che non viene venduta a basso costo nel distributore automatico accanto a quello delle merendine.

Ragazzi non fatevi ingannare, chiedete di più a questo mondo di adulti di un distributore di preservativi.


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23 febbraio 2010

"Lapidiamo i bambini down" Chi educa gli idioti?

Su Facebook sembra scoppiata una guerra tra bande.
Nascono gruppi, simpatici, goliardici, come i mangiatori di Nutella, ma anche demenziali, come l’ultimo in ordine di tempo ''GIOCHIAMO AL TIRO AL BERSAGLIO CON I BAMBINI DOWN'' che domenica prima di venire chiuso contava circa 1300 iscritti, a riprova che la madre degli idioti è sempre incinta.
Subito si sono scatenate le proteste di associazioni, genitori di bambini down, e la controffensiva internettiana, ecco così nascere il gruppo “CONTRO IL TIRO A BERSAGLIO CON I BAMBINI DOWN”, e vai con i messaggi di solidarietà, ma anche con insulti e offese agli antagonisti.

Sembra che non si possa fare a meno di dividersi in buoni o cattivi, gli uni contro gli altri schierati, ma queste “prese di posizione” spesso rischiano d’essere guerre virtuali, che finiscono nel giro di qualche settimana e non portano frutti, se non quello di “contare” gli appartenenti ai singoli gruppi come si trattasse di curve allo stadio.

Non dimentichiamo che i bambini down che nascono nel nostro paese sono i fortunati scampati alle diagnosi prenatali grazie a genitori amorevoli o alla sorte, perché abortire i bambini down non è reato nemmeno a gravidanza avanzata, lo chiamano “aborto terapeutico” che è come dire “omicidio curativo” o selezione della razza.

Allora, va fatta una riflessione che va oltre alle prese di posizione internettiane, le guerre non servono.

I down sono persone, con gli stessi diritti e desideri di ognuno di noi, sempre.
Sono eterni bambini che hanno bisogno di quello di cui abbiamo bisogno tutti, attenzione, affetto, amicizia... va bene condannare chi li vorrebbe morti, ma cerchiamo di non cadere nell’ipocrisia.
Perché la reazione non basta se non viene sollecitata continuamente la società e la politica ad avere maggiore attenzione, ad investire in supporto alle famiglie, alle scuole alle associazioni che investono su questa diversità che è un valore e una ricchezza per tutti.

Se vogliamo che i nostri figli imparino il valore della vita, la solidarietà, dobbiamo permettere loro di viverla questa solidarietà, questa accoglienza della vita in tutte le sue manifestazioni, di vederla tra le mura domestiche, non basta insegnare loro che i down sono simpatici, perché a volte non lo sono, sono pignoli, testardi, hanno i difetti di tutti, ma non valgono meno di chi non ha gli occhi a mandorla, hanno di certo uno sguardo e una sensibilità per così dire “infantile” che permane nel tempo e quindi ci richiamano continuamente all’essenziale.

Le nuove generazioni impareranno il rispetto per gli anziani, il valore della vita, l’amore per le cose belle, se ci vedranno vivere questi valori.
Non possiamo pensare di essere favorevoli all’aborto certo, ma solo in caso di bambini imperfetti che poi per noi sta per infelici, non possiamo pensare di volere per i nostri figli delle classi dove non ci siano problemi, handicappati, stranieri ecc…, non possiamo sostenere che l’alimentazione di un disabile in coma è accanimento terapeutico e poi stupirci se i giovani odiano il diverso, scansano la fatica di vivere, immaginando a torto che la felicità stia proprio nella perfezione, nell’assenza di dolore e fatica, nel non assumersi responsabilità.

La madre degli idioti è sempre incinta, è vero, ma “chi è la madre”, chi educa le nuove generazioni? Pensiamoci.




19 febbraio 2010

Sesso? Uomini donne animali...

Al peggio non c'è fine... e poi a chiederci perchè i giovani non hanno regole, perchè non sanno cos'è il bene, il buono, il bello...
Perchè ci sono tanti, ma tanti, adulti idioti che hanno mandato al macero,  il cervello, il cuore e il buonsenso... 
 
RIVOLUZIONE SESSUALE: la Spagna promuove la bestialità nelle scuole elementari PDF Stampa E-mail
Articoli CR
Venerdì 19 Febbraio 2010 09:53
CR n.1130 del 20/2/2010

Le organizzazioni dei genitori, in Spagna, stanno protestando calorosamente contro la circolare del governo socialista che propone un corso di “Educazione per la vita cittadina”, dopo aver constatato che in una città della Spagna gli studenti cominciano a pensare che il sesso può essere praticato liberamente, anche con gli animali.

D’accordo con l’organizzazione Professionali per l’Etica, gli studenti della terza elementare, in una scuola di Cordoba nel sud della Spagna, l’Andalusia, stanno partecipando a un corso la cui materia si intitola: “La natura ci ha dato il sesso e noi lo possiamo usare con un’altra ragazza, un altro ragazzo oppure con un animale”. Gruppi di genitori hanno detto che la materia indottrina i bambini, camuffa un programma pro-omosessualità e critica le norme ed i valori della morale. Nelle regioni di Castilla e di Leon, circa 500 alunni sono stati esonerati dalla partecipazione a questi corsi per ragioni di coscienza, mentre centinaia di altri, a Madrid e a Valencia, stanno aspettando la decisione della corte per sapere se saranno o meno obbligati a frequentarli (CNA, 4 febbraio 2010).




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10 gennaio 2010

Caccia al punto G - alla ricerca del piacere

Leggende metropolitane o scienza esatta, vatti a fidare degli esperti, degli scienziati, stanno anni e anni a raccogliere dati a fare ricerche e poi finiscono con il dire tutto e il suo contrario.

Oppure cose ovvie.

D’inverno fa freddo è allarme neve. Piove è allarme alluvioni, se d’estate fa caldo è allarme siccità.

Come se il freddo d’inverno e il caldo d’estate fossero calamità naturali.

Calamità sono casomai gli uomini che costruiscono sui costoni delle montagne, o non si prendono più cura dei letti dei fiumi, dei boschi.

Insomma, ho l’impressione che qualche volta ci siano opinioni spacciate per dogmi.

Nessuno osa mettere in dubbio la parola degli autorevoli esperti e così leggi che il prosciutto crudo fa male e poi sulla stessa rivista qualche settimana dopo, che fa bene, che il vino rosso è dannoso e poi che fa bene alle coronarie, la verità, forse sta come sempre nel mezzo, nella parsimonia, nelle mezze misure e forse anche nelle mezze stagioni

Mi sa che questi esperti li prendiamo troppo sul serio.

Prendiamo ad esempio il sesso, una volta il piacere femminile era un optional di cui non si parlava, sembrava argomento da lavoranti nelle case chiuse.

Poi con l’emancipazione divenne un diritto, qualche volta una pretesa, poi si scoprì che c’era il punto G dal nome del suo autorevole scopritore e generazioni di donne hanno sperato di aver sposato un cercatore di punto G, anziché un cercatore d’oro o d’ostriche e generazioni di uomini hanno cercato nel piacere della loro donna una conferma alla buona riuscita delle loro performance mascoline.

Ora, per il solito fatto che la scienza scopre tutto e il contrario di tutto, hanno distrutto il mito del punto G il "luogo del massimo piacere femminile" non esiste.
Come non esiste?
Certo, a Londra sostengono che la zona erogena denominata PUNTO G non esiste.

Sulle riviste per adolescenti e su internet ci sono persone disperate che fanno domande del tipo: “scusate ma dove si trova il punto G?” – oppure, “cos’è il punto G e come raggiungerlo?”

Caro, bastasse il tom tom per trovarlo come si trattasse di un sentiero di montagna, sai quanti ne avrebbero venduti? La cosa più bella è che però ognuno risponde a modo suo e così i poveri navigatori sono ancora più sperduti, un isolato più a destra o uno più a sinistra.

Ognuno l’ha avvistato in un posto differente, come il mostro di Loch Ness

Gli uomini come spesso accade quando sbagliano strada daranno la colpa alla moglie – lo sapevo che non dovevamo svoltare qui – e le donne finiranno con il pensare che gli uomini fanno tanto finta di sapere dove andare, ma come sempre si perdono.

Qualche speranza la fornisce Emmanuele Jannini, ricercatore e docente di sessuologia medica all'università dell'Aquila, che il punto G l'ha proprio fotografato.

Fotografato, mi spiego?

Meno male, magari con google heart lo si potrà individuare.

A prova del suo scetticismo, Jannini punta il dito su alcuni aspetti deboli dello studio londinese. "Non è detto che il punto G abbia un'origine genetica - spiega - e non sia piuttosto legato a una differente esposizione agli ormoni durante la vita fetale, diversità che può sussistere anche tra gemelli". E così ci risiamo, figuararsi se c’è ma non si trova nello stesso punto nemmeno tra i gemelli, sai che disastro, qui non ci resta che innamorarci di un esploratore.

Oppure, affidarsi a quel caro e vecchio romanticismo fatto di tempo, pazienza, tenacia, dedizione, tenerezza, allegria, conoscenza e passione è l’unica mistura che in dosi giuste porta al piacere, in fondo che si tratti di punto G o di incrocio a T a noi che c’importa, se anche viaggiando senza meta s’arriva in vetta.




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29 dicembre 2009

Bambino "depositato" in aeroporto

 

Cosa fa crescere un albero, forte e sicuro? La cura che il contadino gli ha prestato quand’era giovane, il sostegno che gli ha messo accanto perché il vento non lo curvasse, il concime che ha ingrassato la terra che gli dava nutrimento, le potature che gli hanno rinvigorito la chioma, permettendo ai rami di crescere forti e di saper reggere il peso dei frutti.

Il passare delle stagioni lo ha trovato forte e vigoroso, i rami protesi verso il cielo, incurante delle stagioni che si alternano, capace di dare fiori e frutti e nuovi virgulti.

Così anche per i virgulti d’uomo, quelle nuove generazioni che la pubblicità chiama “di domani” e assicura siano bisognosi di alimenti speciali, giochi adatti, pannolini e indumenti su misura, tutto per crescere sani e forti, ma non basta. Ci vuole un buon “contadino” non necessariamente ricco o colto, puoi mangiare pane e cipolla, alimento forse non adatto alla crescita di un piccolo ma avere la certezza che è ciò che di meglio hanno da darti coloro che ti amano. Puoi non avere giochi che sviluppano l’intelligenza, ma persone che dedicano alla tua intelligenza il loro tempo e le loro passioni, facendoti sentire un principe, importante e indispensabile. Potrai non essere un viaggiatore ma un uomo capace di viaggiare in ogni angolo del mondo con la fantasia.

Penso al quel bimbo di sei anni che doveva essere scambiato come il testimone di una maratona “in corsa” da un padre che doveva andare ai Caraibi con la nuova compagna e le sue figlie e da una madre che doveva arrivare in tempo in aeroporto per aprirgli le braccia e accoglierlo alle 10 e ripartire con lui alle 12.

Ma si sa, la vita è disseminata di ostacoli, così la madre era in ritardo per il “cambio di testimone”, l’aereo del padre stava per partire, dicono le cronache che la sua nuova compagna pareva seccata dal contrattempo, chissà forse sono solo malelingue, sta di fatto che quel bambino di sei anni, l’età in cui si crede ancora a Babbo Natale e all’amore vero e forte degli adulti, si è trovato ad essere il classico “terzo incomodo” - perdere l’aereo? – Non se ne parla nemmeno

Il padre ha pensato bene di chiedere al suo avvocato una consulenza “che fare?”

Certo, perché certe scelte è meglio farsele consigliare, meglio avere qualcuno su cui scaricare le responsabilità.

Così ecco il bambino affidato al calore di un “centro assistenza viaggiatori”, certo sarà poi arrivato qualcuno a prenderlo e spero abbia trovato le parole e i gesti giusti per tamponare la ferita, ma soprattutto spero che trovi qualcuno non necessariamente una madre o un padre, capace di testimoniargli nel tempo che esistono adulti per i quali un figlio può essere una responsabilità gioiosa, adulti che non hanno dubbi su cosa conti di più nella vita.
Parlo per esperienza, a volte basta incontrare una famiglia che testimoni che un modo vero di vivere, un modo buono, diofferente da     quello che respiri e sperimenti ogni giorno c'è, perchè un bambino cresca avendo fiducia nel futuro e certezze sulle quali costruire il suo domani.




21 dicembre 2009

Il Presepe nel comò

 

Il Presepe nel comò

Da anni oramai con buona pace di tutti, l’antica festa del Natale era diventata la “Festa degli inverni”.

Inverni al plurale, per non scontentare nessuno, perché ci sono luoghi dove l’inverno è freddo, altri dove splende il sole, e pensare che l’inverno fosse unico per tutti era sembrato scorretto.

Le vie delle città e i negozi si riempivano di luci e lustrini, ma nessuno faceva più presepi pubblici e le canzoni natalizie con riferimento religioso erano state messe al bando; si suonavano melodie che parlavano di pace, fratellanza, amore per la natura e rispetto per gli animali.

Resisteva in qualche casa, in qualche angolo appartato, un piccolo presepe, ma in genere si trattava di persone anziane, incapaci di accettare la modernità. Erano piccoli vezzi, manie, per fortuna destinate a finire con loro.

Era caduta in disuso anche la tradizione dei pranzi di Natale in famiglia. Troppe le famiglie allargate, le persone che vivevano in paesi lontani o le convivenze ripetute; mettere insieme tutti senza scontentare nessuno era davvero un impegno gravoso e così si erano diffusi i 'party invernali'.

Grandi pranzi a buffet si svolgevano nei saloni degli alberghi, addobbati con cura, dove tutto sembrava perfetto e armonioso, dove tutti potevano servirsi da soli, evitando abilmente il contatto con consanguinei antipatici, ex mogli o mariti, ex suocere, cognate petulanti o amanti traditi; chi veniva da lontano trovava in quei luoghi anche una stanza per la notte. C’erano poi degli ottimi servizi di nursery, così i bambini erano tenuti occupati da personale specializzato.

In alcuni alberghi c’era anche l’isola del benessere, sauna, massaggi, bagni termali. Per l’occasione gli accappatoi erano rossi, le ciabattine di spugna verdi e le tisane offerte in bicchieri di vetro con il bordo oro.

Per i regali esisteva un catalogo dove scegliere i doni, e un servizio impeccabile 'tutto compreso', i doni venivano recapitati al destinatario già incartati, con il biglietto d'auguri e una frase di circostanza, così da evitare lo stress da compere. Per chi poi non rinunciava a sentirsi buono almeno d’inverno, c’erano enti benefici ai quali fare donazioni e lotterie, si vincevano grandi premi e viaggi, e una parte di questa vincita veniva data in beneficenza, alla ricerca scientifica, al salvataggio di qualche specie animale protetta, o a bambini poveri che vivevano in paesi lontani.

Quando calava la sera, sazi di cibo, di vino e di chiacchiere, tutti si scambiavano abbracci e auguri, si salutavano con la promessa di ritrovarsi l’anno seguente, e magari di non perdersi di vista durante l’anno; uscivano per strada e se ne tornavano a casa o si fermavano in qualche bar per un ultimo bicchiere, mentre la città sembrava esplodere di luce e gli autobus elettrici procedevano silenziosi e luminosi da un capo all’altro della città. Sulla fiancata dei bus le amministrazioni Comunali auguravano Buon inverno a tutti i cittadini e una tenera primavera.

Le statistiche dicevano che questo modo di festeggiare gli inverni aveva allentato le tensioni sociali e familiari, ma inspiegabilmente in quei giorni aumentavano i suicidi; così molti ospedali fornivano consulenze psicologiche gratuite e numeri verdi da chiamare per cercare conforto, per esprimere il proprio disagio o l’insoddisfazione di cui era sconosciuta la causa.

C’era anche una trasmissione radio e una in tv dove raccontare “il mio inverno” ed esprimere i desideri per la primavera che sarebbe venuta.

Quell’anno però si era abbattuta sul paese un’epidemia di morbillo, e molte scuole erano decimate. Il vaccino aveva attenuato i sintomi ma inspiegabilmente non aveva reso la popolazione immune da contagio.

Un giorno o due di febbre e una settimana di malessere, nulla di grave, ma era contagioso e fastidioso, soprattutto in periodo di shopping e di pranzi invernali.

Quella notte era scesa la neve, non molta, sembrava un lieve strato di zucchero a velo sulla città ancora addormentata; ai più anziani aveva risvegliato ricordi remoti, ai più giovani il desiderio di disertare il pranzo d’inverno per andare a buttarsi su qualche pista da sci.

Era tutto pronto, tutto prenotato, ma molti dei bambini erano ammalati e ancora contagiosi. Che fare? La soluzione la trovò Irina, la badante della bisnonna Maria, a cui la mamma del piccolo Pietro stava raccontando di questa malattia pestilenziale.

- I bambini, signora, li porti da noi. A me i bambini piacciono, e anche alla bisnonna Maria. Lo dica anche alle sue cognate: faranno Natale, cioè la festa degli inverni, con noi, poi passerete a prenderli quando avrete terminato il pranzo.

La bisnonna Maria era una vecchia maestra, aveva cresciuto intere generazioni di bambini, quando ancora si studiavano le tabelline, le fotocopie erano sconosciute e le ricerche si facevano sulle enciclopedie. Non si era mai adattata ai pranzi invernali, continuava imperterrita a chiamare il 25 dicembre “festa del Santo Natale”. Da quando l’artrite le impediva l’uso delle mani e le aveva curvato le spalle, lasciava che fosse Irina a fare i cappelletti in casa e girare il cappone nel forno; non le piacevano i piatti pronti e almeno per il Santo Natale voleva mangiare come piaceva a lei.

I ragazzi arrivarono vocianti e allegri, erano in cinque: Pietro, Paolo, Edoardo e le gemelle Ingrid e Greta. Non erano particolarmente entusiasti di quel cambio di programma, ma portavano con loro una montagna di pacchetti da aprire, alcune diavolerie elettroniche con cui pensavano di passare il tempo, e delle vaschette con cibi precotti da mettere nel microonde, nel caso i cappelletti e il cappone con le patate al forno non fossero di loro gradimento.

La casa odorava di mandarini e dal forno si diffondeva nella cucina il profumo che sapeva di buono e di antico.

Irina aveva preparato una bella tavola imbandita, aveva steso una grande tovaglia bianca ricamata con il filo rosso, aveva usato i piatti di porcellana della festa, i bicchieri di cristallo e le posate delle occasioni speciali. Al centro della tavola stava la zuppiera colma di fumanti cappelletti in brodo e, per non dispiacere i piccoli ospiti, aveva scaldato anche i cibi precotti che si erano portati da casa.

- Ma si mangia nei piatti della festa e non nelle vaschette del microonde.

Aveva stabilito categorica la bisnonna Maria.

Il pranzo era stato allegro, i bambini avevano apprezzato i cappelletti e anche il ripieno del cappone, Pietro era un buongustaio, Paolo invece aveva detto di preferire gli hamburger, Edoardo aveva mangiato anche gli avanzi nel piatto delle gemelle e le gemelle si erano ingozzate con il panettone e in un attimo di distrazione di Irina, a turno avevano bevuto un sorso di spumante dal bicchiere della bisnonna che aveva finto di non accorgersene.

- Non moriranno certo per aver intinto la lingua nel vino! Buon sangue non mente: il loro bisnonno nel vino ci faceva il bagno, diceva che l’acqua fa arrugginire le giunture.

Dopo pranzo i ragazzi avevano scartato i pacchetti e, un po’ annoiati, avevano accatastato il loro contenuto su una poltrona.

Pietro aveva dato l’assalto ai cioccolatini appesi all’albero invernale, le gemelle si aggiravano per casa incuriosite.

C’erano foto alle pareti, vecchi diplomi e una libreria piena di libri e oggetti, ognuno con una storia: una pietra raccontava un viaggio avventuroso che la bisnonna aveva fatto con suo marito, una piccola bottiglia di vetro piena di ghiaia colorata raccontava la storia di un ex alunno molto indisciplinato che diventato uomo si era ricordato della sua vecchia maestra e le aveva fatto un dono.

A un tratto Ingrid si accorse di una luce intermittente che veniva da un cassetto lasciato aperto, era un vecchio comò che da sempre stava in salotto.

Si avvicinò e chiamò sua sorella, erano davvero stupite da quel piccolo paese illuminato che Irina e Maria avevano preparato all’interno del cassetto. C’era una capanna di cartapesta, un gregge di pecore, dei pastori, un taglialegna, una donna che portava in testa una cesta, un laghetto di carta stagnola dove stavano i cigni, e tre cammelli al bordo del cassetto. Nella capanna un vecchio con la barba si reggeva a un bastone e una bella ragazza vestita d’azzurro guardava un bambino adagiato in una mangiatoia.

Presepe napoletano
- Cos’è? - chiese Ingrid

- Sì, che paese è? – le fece eco Greta

- E’ il presepe - disse la bisnonna.

- Il presepe nel comò - rise Irina

Questo espediente, permetteva loro di chiudere il cassetto quando giungevano in visita il medico o l’assistente sociale, perché questi luminari erano fermamente convinti che quell’attaccamento al passato fosse segno di una decadenza senile e Maria ad ogni visita mensile rischiava il ricovero alla Casa di cura per gli over 90 e Irina di perdere il posto di lavoro.

Le piccole erano affascinate da quelle luci che si accendevano e si spegnevano, attorno a quella rappresentazione di una strana famiglia. Sulla capanna brillava una stella con la coda, - Il bambino come si chiama? – chiese Ingrid.

Così, mentre un vecchio mangianastri diffondeva una canzone natalizia di quelle messe al bando nei luoghi pubblici, Maria, seduta sulla sua poltrona, cominciò a raccontare di quando a Natale si andava nei fossi e lungo i campi a cercare muschio, piccoli pezzi di legno e sassolini per allestire il presepe, e di quando la notte si dormiva con un occhio aperto per attendere Gesù Bambino che portava i doni.

Le piccole avevano distolto l’attenzione dal cassetto per mettersi a sedere sul divano con le gambe incrociate come piccoli indiani, poi le aveva raggiunte Paolo, stanco di giocare col Nintendo e Pietro e Edoardo che avevano smesso di fare la lotta sul tappeto del salotto. La bisnonna raccontò loro che il signore con la barba si chiamava Giuseppe, la donna vestita d’azzurro era la Vergine Maria e il Bambino si chiamava Gesù; la stella aveva avvisato i pastori che erano corsi a vedere con i loro occhi il prodigio.

I bambini ascoltavano in silenzio, attenti e incantati da questa storia mai sentita.

All’arrivo dei genitori, la storia era arrivata a malapena alla strage di Erode.

Maria baciò i bambini sulla fronte. Prima di uscire le gemelle vollero aprire il cassetto del comò per salutare Gesù Bambino e accertarsi che la stella brillasse ancora. La bisnonna Maria le guardò uscire avvolte nel loro cappotto rosso e in cuor suo si augurò che il seme gettato, un giorno potesse dare frutto, che qualcuno di quei bambini si domandasse un giorno, chi da all’uomo la capacità di perdonare e il dono della carità.

Guardò Irina e disse, - Mia cara, dal nulla nasce solo il niente, ma basta un piccolo seme perché torni a crescere un grande albero, noi dobbiamo salvare quel seme.


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5 dicembre 2009

Su Boffo Feltri ha sbagliato, ma le scuse sembrano tiepide

Il giornalismo succube della caccia allo scoop non può che fare danni, uccidere professionalmente le prsone, e le famiglie... quanta nostalgia di quel giornaismo che aveva il rispetto dell'uomo e la passione per i fatti..

4 Dicembre 2009

L'AGGRESSIONE

Accuse a Boffo: Feltri ci ripensa
di Francesco Ognibene
Tardiva, defilata, a denti stretti, con l’errato rimando dalla prima a una pagina pubblicitaria interna, ma l’auto-smentita alla fine è arrivata. Novantanove giorni dopo quella prima pagina nella quale esibiva le carte (rivelatesi poi inattendibili) di un presunto "caso", Vittorio Feltri e il Giornale ieri hanno ingranato la retromarcia, esprimendo a Dino Boffo persino «ammirazione» dopo averlo ingiustamente attaccato per giorni. Ora il direttore ammette che s’era sbagliato. E lo fa con molta meno evidenza di quelle sortite agostane, ma lo fa.

La vicenda esplode del tutto inattesa il 28 agosto con una pagina nella quale il direttore del Giornale dice di voler «smascherare i moralisti» prendendosela col collega di Avvenire «in prima fila nella campagna di stampa contro Berlusconi». Boffo gli replica il giorno dopo definendo quella che Feltri ha evocato – l’ammenda per una vecchia querelle giudiziaria a Terni, di nessun rilievo ma rinforzata da una lettera anonima spacciata per "nota informativa" – «una vicenda inverosimile, capziosa, assurda», un’operazione che sa di «killeraggio giornalistico»: «Siamo – scandisce Boffo – alla barbarie». Il presidente della Cei, cardinale Bagnasco, non esita a definire quello del Giornale un «attacco disgustoso e molto grave», rinnovando a Boffo «tutta la stima mia personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle comunità cristiane».

Mentre la redazione è sommersa da un’ondata di messaggi di solidarietà, che non si arresterà prima di un mese, Feltri – con il suo vice Alessandro Sallusti – prosegue con titoloni e paginate di "rivelazioni": «Finché questi censori speculeranno su ciò che accade sotto le lenzuola altrui, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro», scandisce il 29 agosto, fidando in documenti rivelatisi poi quantomeno discutibili.

Il 30 agosto i «fatti» vengono smontati pezzo a pezzo dal direttore di Avvenire: «Come avrà mai fatto il primo degli astuti – si chiede Boffo – a non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un’"informativa" che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale?». Ci vorranno tre mesi perché giunga la sola risposta possibile.

Le certezze del Giornale sembrano vacillare, e il 1° settembre sul quotidiano sparisce la "nota" mentre viene esibito a tutta prima pagina – senza spazio per le controdeduzioni di Boffo – il «certificato generale del casellario giudiziale». Ma Avvenire ormai ha chiarito la verità, e la tempestiva verifica del Gip di Terni («non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi inclinazioni sessuali» dichiara il magistrato, confermando quanto anticipato dal ministro degli Interni Maroni) rafforza quel che Boffo va dimostrando. Il giudice confermerà poi che non ci sono state intercettazioni telefoniche né processo, e dunque nemmeno un patteggiamento, così come non si deve parlare di condanna ma solo di decreto penale che dispone un’ammenda. Una «bagattella e non uno scandalo», riconosce oggi lo stesso Feltri.

Il 1° settembre è anche il giorno nel quale la Cei informa di una telefonata del Papa al cardinale Bagnasco nella quale Benedetto XVI chiede «notizie e valutazioni» esprimendo «stima, gratitudine e apprezzamento per l’impegno» della Cei e del suo presidente. Un’attestazione indiscutibile che chiude le polemiche su un’ipotizzata differenza di vedute tra Chiesa italiana e Santa Sede su alcune vicende del nostro Paese.

Intanto il Giornale sembra abbassare i toni. Anche perché l’evidenza dei fatti che affiorano giorno dopo giorno chiude ogni spazio alle speculazioni. È il 3 settembre e Avvenire smaschera in modo definitivo le «dieci falsità» con una ricostruzione che avrà poi ampia circolazione su blog, social network e siti di controinformazione (tuttora è su www. avvenire.it). Tra l’altro, si dimostra che Boffo non ha mai avuto relazioni omosessuali e che mai è stato "attenzionato" dalla Polizia.

Niente di niente. Ma lo stesso giorno il direttore di Avvenire decide di dimettersi, e lo fa con una lettera che resta una pagina memorabile di dignità e di giornalismo libero, vergata da un «direttore galantuomo» che chiede solo di sapere – scrive – perché gli «è stato riservato questo inaudito trattamento»: «In questo gesto, in sé mitissimo – spiega Boffo –, è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta. (...) Bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo a essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano».

Solo molto più tardi, Vittorio Feltri comincerà a far intendere che si sta ricredendo: il 22 novembre arriva ad auspicare che Boffo «torni» vista l’entità trascurabile delle vicende sulle quali il <+corsivo>Giornale<+tondo> aveva montato il "caso". Ieri infine l’ultimo atto, il più clamoroso: «La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire – sono parole di Feltri –, non corrisponde al contenuto degli atti processuali». Non è una «retromarcia», né si tratta di «scuse» o «lacrime», dichiarava ieri sera lo stesso direttore del Giornale, parlando di «doverosa precisazione» su «un particolare» che riguarda «una persona perbene».

Minimizza, ma la tempesta non è proprio possibile dimenticarla.
Francesco Ognibene




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19 novembre 2009

VORREI ESSERE BELEN

CLICCA E ASCOLTA

Alla domanda "chi sarò da grande?", i bambini di oggi pensano soprattutto ai personaggi televisivi, poco o niente alle persone socialmente impegnate.

Indagine Eurispes: sono schiavi della tv e vanno matti per i Cesaroni e i Simpson.
Il modello di riferimento per i bambini tra i 7 e gli 11 anni? Valentino Rossi (per il 16%, e per il 28,8 fra i maschi) e Belen Rodriguez (8,2%), ma non solo: anche Michelle Hunzicker e Mike Bongiorno (i preferiti dal 31%) e addirittura Fabrizio Corona per quanto da una percentuale minima, l'1,2%. A dirlo è il decimo Rapporto nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza presentato da Eurispes e Telefono Azzurro. 



Non vi meraviglierete vero?

Niente di nuovo, cosa potevamo aspettarci, la realtà è sotto gli occhi di tutti, la tv la fa da padrona in casa nostra, ma soprattutto fa da despota, spesso baby sitter unica e incontrastata.
I nonni lasciano guardare, nella speranza che i genitori arrivino presto a prendersi i figli, i genitori delegano alla scatola illuminata la serata perché la sera si sa, siamo tutti stanchi e abbiamo un sacco di cose da fare.
C’è solo lei, e questo non è certo colpa dei bambini.
Se non li tieni impegnati con altre attività mentre la tv è spenta, se non hai tempo da dedicare loro, lei si impadronisce delle loro menti.

Se almeno trasmettessero ‘Non è mai troppo presto’ trasmissione gioco in cui si insegna l’inglese ai bambini, e a seguire ‘Gli altri giovani del mondo’ dove raccontare come vivono gli adolescenti del terzo mondo, e se si parlasse di amore, inteso come forma altra dell’espressione umana e non come forma genitale di arrivismo, allora anche la tv avrebbe un suo perché, ma sino a che con la merendina ci propinano 'uomini e donne' non possiamo poi stupirci se Belen diventa un mito e se nessuno vuol più fare il dottore, il veterinario o il missionario in Africa.

Almeno guardatela con loro la tv, ma siate critici, ditegli che il dottor Martini ha delegato la paternità a suo padre e si comporta come un adolescente con tempesta ormonale, che i reclusi del 'Grande Fratello' cercano di farci passare per normale ciò che normale non è, che non bisogna aspettare che ci sia una telecamera a riprenderci per chiedersi scusa. Che la famiglia allargata dei Cesaroni sembra allegra e senza problemi, ma che in realtà non è così, le separazioni non sono mai indolore, e la famiglia ha bisogno di amore e di perdono, di dialogo e di correzione, di disponibilità e di uno sguardo al bene di tutti.

Dite loro che anche se usa andare a letto con uno al primo appuntamento questo non è bene, non perché è peccato, ma perché è affrettato, perché anche oggi l’amore ha i suoi tempi e le sue attese e non è il preservativo che ti salva, ma l’intelligenza.

Ditelo, perché se certe cose non le dicono più nemmeno i genitori, che vogliono sembrare “sempreverdi” imitando i figli, questi poveri figli cresceranno come canne al vento e si appoggeranno a miti come Corona e Belen con risultati che non hanno bisogno di immaginazione.
Quindi ditelo cos’è bene e cos’è male, cos’è giusto e cos’è sbagliato, criticatela quella scatola luminosa, in fondo è solo un elettrodomestico, ditelo che avete letto un bel libro e che ne varrebbe la pena, forse non lo leggeranno subito, ma sapranno che c’è chi lo fa, ditelo che c’è un film che non è il solito panettone di Natale e vorreste vederlo con loro, ditelo che essere genitori comporta delle scelte e dei no, perché crescendo altrimenti finiranno per rimproverarvi per i no non detti, più che amarvi perché avete lasciato che tutto fosse loro permesso.




4 novembre 2009

Via i crocifissi dalle scuole...e poi?

 Strasburgo la Corte Europea dei Diritti dell'uomo ha sentenziato: «La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni». La sentenza fa seguito a un ricorso presentato da una donna italiana in causa dal 2002. 


C’era da immaginarselo, ma i titoli dei giornali e dei telegiornali possono trarre in inganno, va chiarito che La Corte dei diritti dell'Uomo non è un organismo dell'Unione Europea, infatti, nel collegio dei sette giudici che ha emesso la sentenza sono presenti anche un giudice turco e un giudice serbo. In ogni caso questa sentenza è molto grave e poco rispettosa della storia e della cultura del nostro paese.

Provate a guardare la realtà, a guardarvi intorno. Scoprirete che il panettiere dove acquistate il pane tutti i giorni, ha accanto al bancone l’immagine di Padre Pio e che il fruttivendolo espone il Calendario di Radio Maria, che il trasportatore che parcheggia il furgone sulla vostra via ha attaccato allo specchietto retrovisore un rosario benedetto.

A dare retta a questa sentenza, tra un po’ bisognerà chiedere che nei paesi di montagna siano demolite le edicole mariane, le croci sulla cima dei monti, i quartieri delle città, san donato a Bologna, san Lorenzo a Roma, San Rocco a Monza e via elencando. Come farà un ateo, un ebreo o un musulmano, a curarsi all’ospedale San Gerardo di Monza, al Sant’Anna o al Sant’Orsola.

Che dire poi delle scuole intitolate a san Giovanni Bosco, a Santa Rita, l’università del Sacro Cuore, aboliamo! E aboliamo anche i paesi, San Giovanni Rotondo, San Colombano, san Candido e gli stati come San Marino, perché tutta la nostra storia parla di santi.

Proseguendo bisognerà vietare che Dante sia insegnato nelle scuole, perché il suo – Vergine Madre, figlia del tuo figlio… - non è abbastanza laico, ma nemmeno Alda Merini, la poetessa recentemente scomparsa si salverà, le sue poesie parlano della vita, quindi di amore, di carnalità, di dolore, di felicità e di Dio, leggerle in pubblico sarà vietato? Giotto, Caravaggio, Masaccio, Beato Angelico, Mantegna, come parlare d’arte senza parlare di Madonne, Crocifissioni, santi e miracoli?

Si dovrà poi, togliere dalla più alta guglia del Duomo di Milano la Madonnina, perché non è laico che una città multiculturale abbia un simbolo cristiano così evidente, e che dire di San Marco a Venezia, o San Gennaro a Napoli? Vogliamo parlare di Roma? Ogni luogo dovrà essere nascosto, demolito, oscurato.

Fantascienza? NO, non lo è. La “religione laicista” è convinta che il vuoto, sia il padre della tolleranza, che il nulla aiuti il multiculturalismo ed invece chi non sa chi è suo padre e sua madre è perduto. Il rispetto per l’altro, non nasce dall’abolizione delle differenze, ma dal conoscerle, la diversità è una ricchezza, bisogna insegnarla. Mi scrive un’amica: “Quando sono andata in Terra Santa, non mi offendeva vedere Ebrei con il loro abituale cappello, la barba e capelli lunghi. Non mi sono sentita offesa a vederli pregare davanti al muro del pianto e non mi sentivo offesa dal canto del Muezzin che invitava alla preghiera. Casomai, mi ha sempre fatto piacere, vedere uomini rivolti al Divino. Ricordo invece con rammarico il fatto che quasi ci veniva impedito di fare un segno di croce in un luogo custodito dai Mussulmani. In pratica, non capisco perché un atteggiamento di fede, offenda o infastidisca qualcuno, al limite si può essere indifferenti”.

Già, ma la cosa è ancora peggio di quanto possa sembrare, perché spesso, non sono le persone appartenenti ad altre religioni a chiedere l’abolizione dei simboli e delle tradizioni, ma italiani che credono che il laicismo sia la via per il multiculturalismo, ed invece è la via per educare generazioni di giovani al nulla, salvo poi domandarci perché il vuoto nei loro occhi.


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8 ottobre 2009

Terroni del nord

Nata in Brianza, in realtà sono figlia di “terroni del nord”, i veneti che negli anni sessanta hanno “invaso” la Lombardia erano chiamati così e guardati con diffidenza, perché erano tanti, rumorosi, parlavano solo dialetto.


Ben presto però i lombardi si accorsero che erano anche dei lavoratori instancabili, legati alla tradizione del lavoro come modo per un riscatto sociale, infaticabili, hanno iniziato a guardarli con meno diffidenza, spesso a stimarli, come inevitabilmente capita i giovani hanno iniziato a sposarsi tra loro, è stato l’inizio di una vera integrazione e forse, anche della fine di una identità.

Dura a morire, la cadenza veneta è riconoscibile nella parlata anche di chi sta a Milano da più di mezzo secolo, ma spesso i veneti hanno fatto di tutto per “amalgamarsi” per confondersi, per sembrare meno “diversi”, facendo spesso anche gravi danni alla memoria di un passato che non è stato poi sostituito.
Purtroppo, manca tutta una letteratura che racconti quelle storie affascinanti che raccontano un pezzo di storia del paese.
Storie di gente che pagava per dormire con la testa poggiata sul tavolo, nelle cucine di famiglie locali o per passare la notte nel pollaio a riparo dalla bruma.

Tutto questo però durava poco, perché i “terroni del nord” lavoravano sei giorni la settimana, qualche volta anche la domenica e con i primi risparmi, con i soldi della vendita di qualche pezzo di terra al paese comperavano un pezzetto di terreno alla periferia delle grandi città e la sera e il resto del tempo libero dal lavoro lo occupavano a costruirsi la casa.
Il terrone del nord ha l'amore per la proprietà provata inscritto nei cromosomi.
La sabbia la ricavavano da scavi che facevano sul terreno stesso, il cemento veniva usato con parsimonia, ma le case venivano su come funghi, spesso brutte, squadrate, come le case di chi deve badare alla sostanza più che all’apparenza.

Lavoravano nelle grandi industrie alla SNIA di Varedo, alla Breda, alla Falk, alla Magneti Marelli, di Sesto San Giovanni, ma anche nelle imprese edili, al lavoro in bicicletta o in tram, con la schiscetta, e quel sorriso e quell’ironia che ai milanesi mancava.
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La sera d’estate si trovavano nei cortili a ballare il liscio, ad amoreggiare con le ragazze e a consolarsi, convinti d’aver lasciato a casa la miseria e che le cose potevano solo migliorare.

La via dove mio padre costruì casa alla periferia di un paese che stava a sua volta all’estrema periferia di Milano, era una via sterrata, con un solo lampione, quando si trattò di scegliere un nome da dare a quella via la chiamarono - via Padova - perché tutti coloro che vi abitavano venivano da paesi in provincia di Padova, faceva eccezione mia madre, che per qualche chilometro abitava in provincia di Venezia.


Quando i terroni del nord tornavano al paese, si guardavano intorno e quella povertà che stava sotto ai loro occhi, li consolava di quella nostalgia che non ammettevano nemmeno a loro stessi.
Appena acquistata un'utilitaria percorrevano la A4 per andare a metterla in mostra da chi ancora andava in bicicletta, e l'invidia anche buona negli occhi dei bambini che giravano intorno a quell'auto simbolo, pareva appagarli.

Ogni volta, durante il viaggio di ritorno verso Milano, mio padre pronunciava la fatidica frase – i xe indrio de sinquantanni” (sono arretrati di cinquant’anni) si riferiva al fatto che le case non avevano il bagno, erano riscaldate dalle stufe, pochissimi possedevano un'auto, e l’urbanistica era ancora molto arretrata.

Però di una cosa non teneva conto mio padre, che quelli rimasti erano fatti della stessa pasta di quelli partiti, uomini e donne che non si lasciavano spaventare dalla fatica.
Quelli che se ne erano andati in un certo senso avevano fatto la fortuna di coloro che erano restati, che avevano tenuto duro, continuando a coltivare i campi, a vendemmiare l'uva, con la stessa tenacia e la stessa voglia di riscatto.
Così piano piano sono nati i laboratori dove si cucivano scarpe e pellame, i vivai, le piccole botteghe che poi in alcuni casi sono diventate industrie.
Ci sarebbe lavoro per un esercito di giornalisti, volenterosi e capaci di raccontare come una falegnameria familiare si è trasformata in un’industria, rimane però il fatto che spesso la voglia di lavorare e di fare schei, che di per sé non è un difetto, ha fatto trascurare alcuni aspetti importanti per la crescita di un paese, a partire dall’istruzione, i figli, le nuove generazioni non avevano bisogno di una laurea per trovare lavoro ed è così che spesso in azienda si è venuto a creare un buco generazionale, dove tutti lavorano, ma il lavoro ha assunto una valenza differente, le nuove generazioni non sanno leggere i segni del tempo e non hanno la tenacia dei padri.

Dei schei non conoscono la fatica e il sudore, ma solo il potere d’acquisto che non porta ad appagare il cuore, hanno rinnegato i valori dei padri, ma non hanno trovato nulla che li sostituisse, così usano di un benessere che non hanno costruito rimanendo con l’anima inquieta.
Non tutti però, c’è una rinascita, una riscoperta, che parte dai luoghi, dalla terra, dai sapori, fate un giro tra le barene, sulla laguna, alla riscoperta dei casoni (il cason dea Zappa) ora si può andare anche in canoa, fate un giro per osterie, che hanno ripreso a fare “spunceti”, a proporre i piatti della tradizione, troverete gente orgogliosa, che ha iniziato a fare master gestionali, che ha capito che non tutto è perduto e che si sta rimettendo a studiare a quarant'anni.

La Tv racconta sempre di uno stereotipo veneto, ignorante e legato al soldo, e in fondo i veneti hanno anche le loro colpe per questo, perchè han sempre tirato avanti incuranti, se ne son fregati di quanto pensavano gli altri.

Lo dimostrano i gondolieri, che ai turisti americani che chiedono loro di cantare - O sole mio - intonano senza batter ciglio, a me viene il mal di cuore a sentirli, perché ci vuole anche il rispetto di sé, e il coraggio di dire che a Venezia “la biondina in gondoeta” è più appropriata, per “O’ sole mio” prossima tappa a Sorrento.

Ci vorrebbe un Tornatore, capace di raccontare un mondo ricco, bello e pieno di fascino, volete dire “che no ghe xe un reista bon tra noaltri”, ma volete dire che non abbiamo un regista capace tra noi veneti? Che non ci sono persone capaci di guardare e raccontare stupite il nord est? E’ una sfida.


P.S. perché io nata in Brianza, vissuta nella periferia di Milano mi considero veneta? Per uno scherzo del destino. Per molti anni, ho passato mesi, della mia infanzia e adolescenza tra quei veneti senza bagno in casa, capaci però di godere dei riti della vita.
Di far festa e di prendersi con ironia.
Ho imparato il dialetto e sono cresciuta con loro, vedendoli migliorare, cambiare e superarci in benessere, senza perdere la loro umanità. Ancora oggi, ho bisogno spesso di tornare ad immergermi tra quei colori, quei sapori e quell'ospitalità che fa parte del mio dna, perciò orgogliosa del Duomo di Milano, quando percorrendo l'autostrada passo il confine tra Lombardia e Veneto mi sento finalmente a casa.


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29 settembre 2009

Caterina e il blog che implora

 

Il web, i blog, i social network, chi cerca di dare un giudizio a questo labirinto mediatico, finisce sempre per essere parziale, perché il mondo del web e dei blog è un mondo dalle mille sfaccettature, ci trovi poeti sconosciuti, imbrattatori i che scrivono insulti sul web come si trattasse di muri dipinti di fresco, ritrovi con vecchi compagni di scuola con i quali non avevi mai avuto feeling e li scopri cambiati, persino più simpatici di allora, ci trovi preti alla don Marco Pozza entusiasti della loro vocazione che vogliono fare del web una parrocchia e preti arrabbiati con la vita a cui pare sconosciuta la misericordia verso gli uomini, come se a loro fosse stata negata la misericordia di Dio.

Mamme disperate che si fanno compagnia senza andare ai giardinetti con altre mamme che a distanza di chilometri combattono le stesse battaglie con i capricci, la depressione, resta sempre da capire se poi quelle stesse persone amiche “di rete” siano poi capaci di amicizie “di viso”, perché il blog ti permette di mettere a nudo l’anima, e questa nudità è più difficile con di fronte qualcuno che guarda nei tuoi occhi.

Sta di fatto che il mondo del WEB è un mare popolato da esperti marinai che spiegano le vele e solcano il mare, e imbranati fanciulli che zappano il mare con i remi di un canotto sognando di cambiare il mondo.

In questi giorni però è accaduto un fatto, il 12 settembre Caterina Socci, 24 anni, figlia del giornalista Antonio Socci, mentre studiava seduta alla sua scrivania è improvvisamente crollata a terra, il suo giovane cuore pare essersi preso una pausa, una pausa che ha rischiato d’esserle fatale.

Ci pensate? Guardiamo sempre ai nostri figli immaginando il loro domani, anche quando diciamo di essere consapevoli che non ci appartengono, che hanno un loro destino, in fondo crediamo di sapere meglio di Dio quale dovrebbe essere quel destino, e poi? E poi accadono queste cose, allora o urli contro quella che non può che apparire un’ingiustizia del cielo, oppure, ti affidi a chi sa qual è il destino buono per ognuno di noi.

Suo padre ha fatto questo, e dal suo blog racconta e implora preghiere, chiede a tutti di pregare che il miracolo accada, che sua figlia si svegli, che ritorni alla vita, a cantare con quella voce di cui lui per primo è innamorato, sarà difficile, faticoso, doloroso? Ma sarà.

Così il suo blog è diventato un modo discreto e sincero per raccontare il dolore di una famiglia, il cuore spezzato di un padre, scrive Socci: “Pregate pregate pregate. Se potete aiutatemi, convertiamoci! Così, chiedendo la guarigione di Caterina otterremo anche la nostra. Grazie. Vi voglio bene”

E ti pare di vederlo quel padre, stringere le spalle di sua moglie, girare per Firenze, dove tutto parla di lei, lei Caterina e lei la Madonna e implorare che questa figlia gli sia nuovamente ridonata.

E il blog, diventa un altare attorno al quale gli amici si stringono in preghiere, diventa u luogo dove anche il dolore è raccontato, con pudore e sincerità, e tu che di passaggio ti fermi e leggi, non puoi non pensare a quelle volte in cui hai scritto per cercare di impedire che a una fanciulla in coma fosse impedito di bere e ora preghi perché un padre ti chiede di implorare che la sua principessa ritorni a sorridere.

E altri blog si accodano e sul blog Lista Aperta i coetanei di Caterina scrivono: “Noi tutti stiamo guardando a questo fatto con grande dolore ma senza disperazione, certi che non è privo di significato. Riconosciamo che in questo momento due sono le cose da chiedere: la conversione del nostro cuore e il miracolo della guarigione totale di Caterina.“ E invitano alla preghiera in tutte le facoltà.

E tu pensi, che i nostri figli sono meglio di noi, che spesso ci superano anche nella fede. E che anche quella tecnologia alla quale a volte guardiamo con diffidenza, non è né male e né bene, come sempre, come in ogni circostanza dipende dall’uso che ne facciamo.


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28 settembre 2009

Caterina: Quando il blog implora il miracolo

Ascolta - occhi del cielo

Scrive sul suo blog Antonio Socci, padre di Caterina:


Sono stato incerto se riferire questa cosa sul blog, ma penso possa essere utile per chiedere a tutti voi, amici miei, un aiuto particolare. Nel tardo pomeriggio del 24 settembre qualcosa è accaduto. E qualcosa di importante. Vi racconto istante per istante.

Io e Alessandra eravamo stati alla messa che si celebra ogni giorno alla 17 nella cappellina sottostante il reparto di Caterina, dove avevamo pregato con una certa angoscia nel cuore. La messa era iniziata con questa antifona d’ingresso: “Io sono la salvezza del popolo – dice il Signore – in qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò e sarò il loro Signore per sempre”.

Quando siamo entrati nella sua cameretta abbiamo cominciato a carezzarla e parlarle dei suoi amici e di noi e di lei e il suo respiro si è fatto sempre più intenso, il cuore ha cominciato a galoppare, gli occhi non sembravano persi nel vuoto come qualche ora prima, lei appariva molto emozionata.

Le macchine stesse che fanno il monitoraggio del battito, della pressione sanguigna e del respiro hanno cominciato a suonare e ci siamo resi conto, con l’infermiere, che Caterina aveva riconosciuto le voci della mamma e del babbo e che capiva quello che le stavamo dicendo.

Così – ricordando che il passo fondamentale per l’uscita dal coma si ha quando il malato esegue un gesto richiesto – abbiamo cominciato a chiederle di stringere la mano di sua mamma che le teneva la destra. Abbiamo assistito a un enorme sforzo di concentrazione di Caterina, che è diventata rossa in volto, e con un’ulteriore intensificazione del battito cardiaco e del respiro, facendo enorme fatica ha infine eseguito quello che le avevamo richiesto.

Commossi, abbiamo esultato tantissimo, poi le abbiamo detto che era stata bravissima e di calmarsi e di lasciare e così lei ha fatto. Dopo mezzo minuto circa abbiamo riprovato – per verificare – e Caterina ha di nuovo ripetuto tutto. Così pure all’altra mano, la sinistra, che tenevo io.

La stessa cosa è accaduta un’oretta dopo con Stefano e Maria e anche loro hanno notato dall’espressione dei suoi occhi che proprio c’era Caterina, che era presente e si sforzava con grande fatica di farci capire che ci riconosceva e ci stava capendo. Addirittura commovente è stato il momento in cui è entrata una sua amica del coro che ha cominciato a cantarle una loro canzone “Give me Jesus” (Dammi Gesù) e ogni volta che cominciava a cantare Caterina si emozionava tanto che le macchine di misurazione cominciavano a suonare.

Abbiamo poi saputo dal medici che tutto questo si chiama “stati minimi di coscienza”, che è una cosa molto importante, ma che – per essere decisiva – dovrebbe stabilizzarsi e diventare ripetibile così da segnare l’uscita dal coma.

Per noi è un segno emozionante che la nostra bambina c’è, è presente e vuol riemergere. Allora vi chiediamo – con le mani giunte – se potete e volete, di pregare particolarmente con questa intenzione: che la Santa Vergine non lasci che sprofondi di nuovo, ma che torni prestissimo a riemergere quella coscienza e l’aiuti a stabilizzarsi almeno in quel livello, dal quale poi possiamo aiutarla con la riabilitazione a recuperare.

Non importa il tempo che ci vorrà a recuperare, con tutto l’amore l’aiuteremo. Ma questo passo è fondamentale. Noi continuiamo a chiedere al Signore il miracolo del risveglio e della guarigione completa subito, ma se quello che Lui vuole da noi è un lungo e paziente cammino di riabilitazione e un lungo abbraccio d’amore per arrivare alla guarigione completa, va bene. Però è necessario non fare passi indietro. Perciò abbiamo bisogno ancora una volta, come mendicanti (e ce ne scusiamo), del vostro aiuto, certi che le vostre e nostre preghiere, i vostri e nostri sacrifici, già stanno aiutando Caterina.

In particolare voglio trascrivere qui una segnalazione di Roberto Zandomeneghi che mi ha mandato alcuni brani sull’efficacia della preghiera di Don Didimo Mantiero che don Giussani ci ha fatto conoscere. Eccoli qua:

“Dio nella sua infinita perfezione ha quasi una debolezza: non sa resistere a chi fortemente prega”.

“Quando pregate, vi scongiuro, fatelo con fede vivisima”…”non importa che non vediamo i frutti della nostra preghiera, Dio è con noi e ci esaudirà”

“Il tutto fate con la più grande confidenza, come se aveste già ottenuto ciò che domandate”…”non resterete ingannati, ve lo assicuro”…”anche quando ci sembra di non essere esauditi, è allora che Dio ci sta preparando i più grandi favori”

(Citando San Giovanni): “Dinanzi a Lui è questa la sicurezza che noi abbiamo: qualunque cosa gli chiediamo conforme alla volontà Sua egli ci esaudisce. E se sappiamo che ci concede qualunque cosa gli domandiamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo richiesto”

E inoltre:

“Gesù ci insegna a pregare fino a diventare seccatori. Come il richiesto finisce con il cedere [...] così Dio finisce per esaudire. [...] Dio cui parlate è lì e Vi ascolta. DiteGli tante cose. [...]. Non dubitate mai; una volta pregato, già ottenuto. Era così che i santi facevano miracoli”.

 ”La preghiera che scaturisce dalla fede incrollabile è la forza più grande a disposizione dell’uomo per cambiare il mondo”.

(da La “Dieci” di Don Didimo Mantiero a cura di Ludmila Grygiel, pp. 52-56).

Forza, amici miei !!!

Le tante testimonianze che mi mandate dimostrano che quelle parole di don Didimo, che poi sono identiche a quelle pronunciate dalla Madonna a Medjugorje e da tanti santi, sono vere.

Me lo dimostra per esempio questa struggente testimonianza di una madre con cui ci identifichiamo totalmente:

 


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22 settembre 2009

Sanaa, ha sbagliato, "forse"

Un’altra Hina, un’altra ragazza morta per non avere ubbidito, a regole e tradizioni troppo lontane dalla tradizione di suo padre, ma entrate a far parte della sua quotidianità.


Montereale Valcellina è l’ultimo paese della pianura padana pordenonese, meno di 5000 abitanti, un luogo ricco di storia, un paese laborioso e tranquillo, il luogo dove la famiglia El Katawi Dafani proveniente da Casablanca si è stabilita anni fa.

La famiglia è in Italia da 11 anni, padre, madre, tre figlie, la più grande Sanaa aveva 18 anni, le altre 7 e 4 anni.
Sanaa, una bella ragazza dai capelli neri, e dagli occhi grandi, aperti sul mondo, lavorava in un ristorante, si era innamorata di un uomo che aveva 13 anni più di lei e giorni fa era andata a vivere con lui.
El Katawi Dafani, 45 anni, padre di Sanaa in Italia aveva trovato lavoro come aiuto cuoco, una casa, una stabilità per lui e la sua famiglia, i colleghi e il datore di lavoro lo descrivono come una persona tranquilla, ma in questi 11 anni non aveva mai accettato le regole di convivenza di questo paese che pure gli aveva dato accoglienza e lavoro, e non sopportava che sua figlia si trovasse bene, fosse quella che tutti definiscono una ragazza normale.

Così il padre ha seguito i due ragazzi e li ha affrontati, il fidanzato di Sanaa non è riuscito a salvarla, la lama gli ha ferito le mani e l’addome e Sanaa è finita sgozzata dall'ira paterna e poi oltraggiata con una bottiglia rotta.

La madre della giovane, inizialmente sembrava avere descritto l’uomo come un padre-padrone, ma ora abita a casa dell’imam di Pordenone, sotto la protezione sua e del cognato e dichiara di aver perdonato il marito, della figlia ha detto: “forse, ha sbagliato anche lei” forse, in quel forse, mi è sembrato di vedere l’unica flebile solidarietà espressa per sua figlia. Ma come può quella donna dire cose differenti da quelle che le suggeriscono?

E’ la solita storia, una donna che parla poco l’italiano, che ubbidisce da sempre agli uomini, che ha altre due figlie a cui pensare, chiederle di ribellarsi, di difendere la memoria di una figlia morta per lei è troppo, finirebbe sola, isolata da tutti e da tutto a combattere contro un mondo di uomini.

Così parla poco, sembra ripetere parole suggerite, cerca di non fare errori, di non contraddirsi, chissà quali pensieri non pronunciabili le passano davvero per la testa, chissà cosa spetta in sorte a lei e alle sue due bambine, nate e cresciute in Friuli, dove mettere i jeans e truccarsi gli occhi non è disdicevole.

Il fidanzato di Sanaa dal letto d’ospedale dice che la religione non c’entra, si è trattato di un padre che non accettava l’indipendenza della figlia, la sua intraprendenza, un po’ come gli immigrati degli anni 60 che dal sud venivano al nord.
Già, forse, ma le donne del sud hanno iniziato a lavorare ad alzare la testa a cambiare pettinatura e abbigliamento e mentalità, gli uomini hanno finito per arrendersi e apprezzare.

Qui le cose sono più difficili, perché l’islam non separa la cultura che evolve dalla religione, e una donna che lavora e mette i jeans, una donna che s’innamora di un uomo non musulmano, non tradisce solo le attese di suo padre, ma della comunità tutta, tradisce Dio e questo non è tollerato.
A queste donne spetta un compito davvero duro e pericoloso, il compito di alzare la testa, di ribellarsi a un mondo che non le considera degne di parola, di scelta, che le vuole sottomesse e ubbidienti.
A noi spetta il compito di dare loro il nostro sostegno devono sapere che ci sono luoghi dove chi alza la testa, è aiutato, difeso, bisogna trovare il modo di far sapere loro che non sono sole, è l’unica possibilità per tutti, perché si avveri un cambiamento, perché la convivenza e l’integrazione siano vere.


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