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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







21 aprile 2011

Mascio o femmina? Ti blocco la pubertà

Iniezioni mensili ai ragazzini di 12 anni per bloccare la pubertà: in Gran Bretagna una clinica del servizio sanitario nazionale è stata autorizzata a somministrarle a ragazzini confusi sulla loro identità sessuale

Hai una figlia adolescente, che detesta i maschi perché si lavano poco, parlano solo di calcio e invece ha una spiccata preferenza per la sua amica del cuore, con cui parla fitto fitto, a volte la chiama persino “amooooore” con quella voce stridula che a volte ti irrita?
Oppure, hai un figlio adolescente, che preferisce giocare con gli amici a pallone, passare le sere al computer e detesta le ragazze che parlano solo di moda e di trucco, e ridono alle spalle dei ragazzi?

Magari pensi sia normale per degli adolescenti.

A pensarci bene eri così anche tu, poi invece hai incontrato una lei che ti ha fatto vedere il mondo con altri occhi, e tutto di lei ti sembrava bello, anche passare delle ore a guardare le vetrine dei negozi, hai scoperto la bellezza della differenza, hai visto che quella ragazza non era solo trucco e tacchi, ma capace di guardare al futuro, fare progetti, completarti.

Caro padre, sappi che in Inghilterra a questi adolescenti normali avrebbero bloccato la pubertà.
A fin di bene s’intende, in attesa di una loro decisione finale, per lasciare loro il tempo e il peso di dover scegliere se essere maschi o femmine, indipendentemente dal sesso con cui sono nati.

Questa la notizia: “Iniezioni mensili ai ragazzini di 12 anni per bloccare la pubertà: in Gran Bretagna una clinica del servizio sanitario nazionale è stata autorizzata a somministrarle a ragazzini confusi sulla loro identità sessuale di modo che possano fare una scelta oculata prima che nel loro organismo compaiano tratti spiccatamente maschili o femminili. La decisione del National Research Ethics Service di dare luce verde alla terapia presso l'unico centro del Regno specializzato nella cura dei "disordini" di identità di genere è stata presa nei giorni scorsi e oggi ne dà notizia il Daily Telegraph. “

Come a dire che in questo mondo incerto, nulla è sicuro, nemmeno il sesso del nascituro, perché chissà, magari potrebbe scegliere di sacrificare quello che è, la realtà ineludibile a un sogno, un desiderio.

Ma come si fa a mettere sulle spalle di un adolescente confuso il peso di decidere di cambiare sesso? Che razza di adulti siamo?

Temo che nella nostra società non siano gli adolescenti ad essere confusi, ma i loro padri, i loro maestri, gli adulti che dovrebbero essere per i giovani la roccia con cui confrontarsi e che invece, incapaci di guardare alle cose per come sono temporeggiano, chiamano libertà persino la scelta di cambiare genere, temono le differenze perché sono i primi a non capirne la ricchezza, e credono che l’insoddisfazione, sia una confusione di genere e non il desiderio del cuore di trovare risposte alle proprie domande.


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permalink | inviato da anerella il 21/4/2011 alle 10:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



14 maggio 2009

Adolescenza e speranza

 

Sono stata adolescente quando Guccini cantava "l’avvelenata", quando si girava con il cappotto sbottonato in pieno inverno per mostrare a tutti la cintura di Gucci, quando i blues jeans erano un simbolo irrinunciabile, ma io non ne ho mai posseduti un paio, mia madre era contraria per principio, avrei fatto carte false per avere un paio di Wrangler ma lei niente, solo imitazioni acquistate al mercato, quando tutti avevano il motorino, io non avevo nemmeno il permesso di usare il vecchio Garelli di mio padre, quando mi diplomai ai miei amici regalarono l’iscrizione alla scuola guida e a me una bicicletta, non potevo uscire la sera perché mia madre diceva che il mondo era popolato da gente poco affidabile, ho pianto, urlato, scritto lettere strazianti rimaste senza risposta, non rivivrei quegli anni nemmeno se me li regalassero insieme alla giovinezza, ma non ho mai pensato che la vita fosse brutta, certo, volevo cambiare, fuggire, volevo una famiglia differente dalla mia, ma la vita mi sembrava una grande opportunità e io mi sentivo un uccello in gabbia con le ali tarpate che non vedeva l’ora di poter volare.

Quelle fatiche, quei soprusi a volte inutili, mi hanno forgiata, si poteva farne a meno, ma tant’è, quella era la mia vita e un senso doveva pur esserci.
Diventando madre ho capito che alcuni errori si ripetono in buona fede, altri si evitano, non c’è nulla della vita da cui non si possa imparare ad essere migliori.
L’educazione di uomini e donne che solchino la strada del futuro è il compito più difficile e più arduo, spesso un compito che le famiglie svolgono in solitudine.
Ecco perché quando ho letto della studentessa quindicenne di Lecce, impiccatasi in casa mi si è spezzato il cuore, perché non c’è dolore più grande di un figlio che decide che non valga la pena di vivere, di un figlio che se ne va così, lasciandoti solo interrogativi e sensi di colpa che solcheranno i tuoi giorni per sempre, domande a cui non avrai mai risposta.

La studentessa di Lecce era brava a scuola, senza problemi particolari se non i soliti conflitti adolescenziali, il giorno in cui ha scelto d’impiccarsi si festeggiava la comunione di suo fratello e lei non aveva voluto partecipare alla cerimonia, né alla festa, voleva uscire con i suoi amici, per questo il padre le aveva tolto per punizione il cellulare, chi può dargli torto, chi può pensare che si trattasse di un sopruso invivibile, insuperabile, nessuno.
Lei ha passato il pomeriggio in casa a conversare al telefono fisso con le amiche, senza una parola su quanto tramava. Forse non voleva morire, voleva solo fingere un gesto estremo per attirare su di sé l’attenzione, forse voleva solo scherzare con la morte convinta di vincere ed invece è toccato al padre rientrato dalla festa alle 23 trovarla impiccata con un lenzuolo.

La sua bambina, la sua piccola donna che si credeva così grande da non dover condividere una giornata di festa con la sua famiglia, che si credeva così grande da poter bastare a se stessa, ha reso la vita di chi le voleva bene un sentiero irto e difficile, li aspettano giorni di dolore, di dubbi e spero davvero che non siano giorni di solitudine perché nessuno potrà togliere loro il dolore e la fatica, ma la compagnia potrà aiutarli a portare il peso di questo dolore e superare quei giorni che sembreranno più bui degli altri guardando al futuro, all'altro figlio da crescere, guardando alla vita e alle cose buone che offre, e scoprendo che nulla accade senza un senso, nemmeno il più grande dei dolori.




31 agosto 2008

Un varco nel muro. lettere, e-mail, sms

Il libro di Ester Capucciati “Un varco nel muro” è la testimonianza di come ciò che salva la scuola, non sono i programmi, i piani di orientamento formativo, ma le persone. Chi nella scuola “ci sta”, chi ogni mattina guarda in faccia l’altro, l’alunno, non come uno a cui fornire un servizio, la lezione, ma come una persona con un suo destino, con una domanda spesso confusa, ma con il desiderio che accomuna tutti, quello di essere felici.

 

Il mio incontro con Ester Capucciati è singolare .

Mentre bevo un caffè ad uno dei bar del meeting di Rimini, scorgo accanto alla cassa un piccolo libro, - Un varco nel muro - sottotitolo: lettere, e-mail, sms, i ragazzi scrivono alla prof di religione.

Ho appena trascorso le vacanze con alcuni amici la cui figlia adolescente, non faceva che inviare sms in continuazione, poi, con noi che le stavamo vicino la conversazione si faceva formale, e monosillabica, entrare in comunicazione con lei, trovare “un varco nel muro” del suo mondo sembrava davvero difficile, così quel piccolo libro mi incuriosisce e chiedo alla cassiera dove lo ha acquistato.

Scopro così che il libro è appena uscito e l’autrice è una sua amica - si tratta di una persona speciale - mi dice la cassiera.

 

Un quarto d’ora dopo sono seduta al tavolo del bar con Ester Capucciati, cinquant'anni, 2 figli, capelli lunghi e lisci, occhi e bocca che sorridono all’unisono, una vera passione per la vita e per i suoi studenti.

Parlando mi dice: - Non sono mai uscita da una classe senza poter dire di non averci guadagnato qualcosa dal rapporto con quei ragazzi –

Poi mi racconta di come sia nata quest’idea, dei ragazzi che attendono di poter leggere il “loro” libro, mi legge una bella lettera di una sua alunna, la lettera non è tra quelle del libro perché è arrivata a libro ultimato, ma è chiaro che chi scrive lo fa sapendo d’essere ascoltata e stimata.

Mi parla di Mattia, un alunno morto in un incidente stradale a cui il libro è dedicato, della sua storia e dell’amicizia nata con la sua famiglia dopo la sua morte.

 

Mentre parla non posso non pensare ai miei insegnanti di religione delle superiori che non hanno lasciato traccia nella mia memoria, o a quei catechisti che proprio perché mi hanno stimata più di quanto io stimassi me stessa, mi hanno aiutata a non sentirmi sola in questo mondo, mi hanno indicato la strada che avevano incontrato lasciandomi libera di scegliere se percorrerla.

 

Nel pomeriggio passo in libreria a comperarmi il libro e cosa che non faccio mai, ne compero delle copie da regalare ancora prima di averlo letto.

Il giorno dopo leggo il libro per capire se è il regalo giusto per le persone a cui l’ho destinato.

Risposta affermativa.

Si tratta di un libro che non può non destare il desiderio di essere guardati come Ester Capucciati guarda i suoi studenti e di guardare a chi ci sta intorno, ai nostri figli, con quello sguardo che Ester ci indica, consapevoli che i loro dubbi e le loro incertezze sono le nostre, e così anche il loro desiderio di essere amati e di essere felici è identico al nostro.

Della vita Ester non censura nulla e non sottovaluta niente, nemmeno un sms, il modo “brutale” e sintetico con cui i giovani d’oggi ci chiedono attenzione.


Se vuoi ascoltare l'intervista a ester capucciati vai su www.radioformigoni.it
 




22 luglio 2008

Nicole tradita dalla voglia di vivere al massimo

 

Un professore che l’aveva conosciuta alle scuole medie, assicura che Nicole Pasetto era una ragazza “con la testa sulle spalle”.
Era in vacanza con i suoi genitori a Sottomarina e si era portata i libri per ripassare, anche se non aveva debiti da riparare.
Nel suo diario sul web Nicole si descrive come un’adolescente come tante, romantica, che ama l’alba e il tramonto, non beve birra, ma fuma molto e spera presto di poter prendere la patente, racconta che cerca amicizia, che quando si annoia fuma e si racconta così: <em>«...c'era una volta una piccola bambina di nome Nicole. era sempre triste, chiusa in se stessa e voleva sempre e solo la sua mamma; amava stare da sola.. col tempo il suo carattere è cambiato molto facendola diventare una ragazzina ribelle che non aveva paura di niente e che odiava il mondo che la circondava, poi gli anni sono passati fino a che la ‘piccola Nichi’ è diventata un'adolescente con tanta voglia di vivere al massimo la vita, tanta voglia di divertirsi, di fare tutte le esperienze possibili e di essere sempre lei stessa».</em>

Parole che potrebbero scrivere tanti adolescenti, la voglia di “vivere al massimo” di provare tutte le esperienze possibili e allo stesso tempo di rimanere se stessi.

Se stessi? Il guaio è che spesso gli adolescenti non sanno chi sono, le esperienze possibili che incontrano sulla loro strada sono esperienze di sesso, droga, sballo, e non esistono persone capaci di indicare loro altre strade, di dire loro che per trovare se stessi bisogna misurarsi con la vita e non con la fuga da essa.

Sono finite le generazioni dell’impegno politico o sociale, gli adolescenti come Nicole guardano Uomini e Donne, sognando di innamorarsi di un bel fusto che gioca a fare l’innamorato per raggiungere per una via che spera breve fama e denaro.

Poi arriva una sera d’estate, la tradizionale <strong>Festa del Redentore</strong>, molti ragazzi come da tradizione si ritrovano sulla spiaggia del Lido di Venezia, ci sono anche Nicole e le sue amiche, pare abbiano fatto una colletta per acquistare la droga della morte.
Nicole si accascia sulla spiaggia, inutile la corsa all’ospedale di Dolo, Nicole non ce la fa.

La sua vita al massimo, il suo desiderio di provare tutto l’ha tradita e noi siamo qui a chiederci perché, dove abbiamo sbagliato, dove non abbiamo capito, e i giornali ci chiedono di rispondere ad un sondaggio - sei favorevole o contrario al test antidroga fornito alle famiglie per sapere se il proprio figlio nel fine settimana si droga.

Ma il problema non è nemmeno la droga, nè l’adolescenza, non è la libertà, il problema è la mancanza di educazione alla responsabilità.
Responsabilità verso se stessi, verso gli altri, chi parla più ai giovani di responsabilità?
Chi li educa ad assumersi degli impegni, a mantenerli, a prendersi cura degli altri?
I nostri ragazzi sono privi di proposte positive con cui confrontarsi, misurarsi ed affrontare la quotidianità e nella migliore delle ipotesi diventano apatici, solitari, oppure aggressivi, cinici.

Diceva una madre l’altro giorno, che gli oratori feriali non le sembravano un posto sicuro, perché gli “educatori” sono poco più che adolescenti che si prendono cura dei bambini più piccoli, meglio la professionalità dei centri gestiti da professionisti, sarà, ma io mi chiedo, in quale altro luogo s’insegna la gratuità? Il prendersi cura di chi è più piccolo gratuitamente? In quale posto si cresce guardando “i grandi” che giocano con te, che ti preparano la merenda,  ti medicano il ginocchio sbucciato, altri che sudano su un campo da calcio, che sedano le liti, ti precedono in montagna e ti segnano la via, gratuitamente?
E lo fanno bene, con impegno, con la consapevolezza di "andare al massimo" e i più piccoli guardano e imparano la responsabilità.




18 maggio 2008

Lorena, morte di un'adolescente

Lorena Cultraro aveva 14 anni, viveva a Niscemi un paese in provincia di Caltanisetta, giornali e Tv ci hanno fatto diventare familiare il suo volto anche se abitiamo a centinaia di chilometri da Niscemi, guardi quel viso dolce, gli occhi grandi, i capelli scuri e lisci e immagini un’adolescente che sta diventando donna, alle prese con i turbamenti e i batticuori dell’età, i primi amori, le confidenze con le coetanee, le frasi scritte sul diario.

Suo padre la chiama “la bambina”, racconta ai giornalisti che non era mai andata in discoteca, voleva fare la parrucchiera e si era fatta regalare la piastra con cui lisciava i capelli a tutte le amiche, studiava per il patentino, ascoltava Laura Pausini e vedeva in tv O.C, il Grande Fratello e Amici.
Poi un giorno è uscita dicendo che andava dalla nonna e non è più tornata a casa, ma questa non è la favola dove Cappuccetto Rosso sconfigge il lupo malvagio.
L’hanno cercata per 14 giorni prima di trovare il suo corpo in fondo ad un pozzo, legato ad una pietra, barbaramente preso a calci e pugni, bruciato e gettato via, senza pietà.

Colpevoli del delitto tre minorenni, dal loro interrogatorio emerge ancora una volta la banalità del male che affligge questi figli a noi sconosciuti.

Pare che Lorena avesse detto di essere incinta di uno dei tre ragazzi e il suo fidanzato ha emesso la sentenza di morte inviando agli altri due un sms. I tre minorenni messi alle strette hanno confessato di averla uccisa perché temevano la reazione delle loro fidanzatine, capite? Questi adolescenti di periferia, i pomeriggi passati a scorazzare in motorino, a giocare con la play, a tirar tardi a parlare di calcio e di donne come conoscitori consumati dell’universo femminile, davanti a un problema non esitano a liberarsi di un essere umano, di un’amica, di una persona che avevano detto di amare, con la quale avevano fatto sesso.
Nessuno ha fermato la mano degli altri, il branco si è dimostrato unito e compatto, l’hanno violentata, massacrata di botte, ne hanno occultato il cadavere e sono tornati alla vita di tutti i giorni.
Il giornale di Sicilia racconta che uno dei ragazzi dopo aver confessato il delitto ha detto al giudice: "Signor giudice, le ho confessato tutto. Ora posso andare a casa?" A quel punto, riferisce il quotidiano, il magistrato del tribunale dei minori gli ha gridato: "Ma lo capisci che hai confessato un omicidio? Ma dove vuoi andare?"

Come in una realtà virtuale.
Game over.
La partita è finita, si ricomincia, ho confessato il delitto, ora torno a fare quello che facevo prima.
Capite che non siamo lontani dal vero se tra le vittime, mettiamo anche i carnefici?

Tutti vittime di un vuoto educativo, dove non esiste più il bene perché non esiste più il male.
Dove apparentemente l’unico tabù è quello della fatica del vivere, delle responsabilità da assumersi.

Che Lorena fosse incinta oppure no, l’autopsia non è riuscita a riscontrarlo, ma conta solo ai fini dell’aggravante della pena per i tre minorenni.
Che fosse incinta o no, serve solo ad aggiungere dolore al dolore dei suoi genitori, sta di fatto che quella ragazzina con il viso dolce e gli occhi grandi, somiglia alla figlia della vicina, alle nostre alunne, alle nostre figlie, che crediamo di conoscere, come somigliano ai ragazzi che incontriamo tutti i giorni i tre carnefici, e allora inevitabilmente ci chiediamo se è davvero così, se davvero sappiamo chi sono.

Se davvero conosciamo il loro cuore, se siamo stati capaci di educarli alla vita, all’amore quello vero, quello per cui siamo fatti e a cui tutti aspiriamo.
Quell’amore che ci fa sentire unici, amati, capaci di rendere felice un altro essere umano.

Di certo ai nostri figli non mancano le informazioni, sono continuamente sottoposti a stimoli mediatici che non fanno distinzione tra piccoli e adulti.
Le ragazzine guardano Sex and the City, persino i cartoni animati sembrano telenovelas per adulti, le rubriche di lettere delle riviste per adolescenti ci raccontano un mondo di piccole donne che hanno sentito molto parlare di sesso, che spesso lo praticano in giovane età come si trattasse di un gioco, di un diversivo come tanti altri, un modo per attirare l’attenzione, per sentirsi grandi, piccole donne che non conoscono l’amore e spesso lo temono, ma che fanno del sesso un “metodo di scambio”, ragazzi che confessano alla rubrica delle lettere le paure di sempre, che cercano l'amore romantico ma fanno sesso nei bagni delle discoteche.

Le cronache raccontano di studentesse che vendono il loro corpo per pagarsi l’affitto, di adolescenti che sul Bus che le porta a scuola offrono prestazioni sessuali in cambio di ricariche telefoniche, di assemblee di classe dove quattordicenni fanno sesso orale di fronte ai compagni che riprendono la scena con il telefonino.
E’ chiaro che qui l’amore non ha posto, che il sesso è solo un diversivo come un altro, un modo per esibire la propria esistenza, per dire “io esisto”.

E noi adulti? Spesso si ha l’impressione che il mondo degli adulti sia incapace di agire.
Scandalizzarsi è poco politically correct, si sa, il mondo è cambiato, e allora l’importante è che la figliola non si rovini la vita con una gravidanza precoce, per il resto si confida nel tempo, crescendo, forse capiranno che la vita è fatta anche di rispetto, di responsabilità, forse.

Le scuole da tempo forniscono corsi di educazione sessuale, nella certezza che l’informazione educhi a vivere una vita sessuale consapevole, ma i fatti ci dicono che i risultati non sono quelli sperati.
Perché le lezioni finiscono per fornire una serie di nozioni di tecnicismo e di educazione riproduttiva, per cui si apprendono nozioni sui metodi anticoncezionali, su come abortire senza dirlo ai genitori, si maneggiano falli di plastica e vagine di gomma, con la pretesa di un’educazione asettica e priva di qualsiasi giudizio si finisce per slegare il sesso dall’amore, l’educazione sessuale dall’educazione sentimentale, quella improntata al rispetto dell’altro e di sé.

Ecco perché Lorena e i suoi assassini, sono inevitabilmente ad interrogarci su quale educazione abbiamo dato e stiamo dando a queste generazioni.
Su quali modelli proponiamo, perché se i modelli da seguire sono quelli incarnati da Melissa P. nel suo libro “cento colpi di spazzola” se i genitori sono più impegnati a fingersi complici che giudici di certi atteggiamenti, se la cultura non rispetta le tappe di crescita delle nuove generazioni, ma tratta i bambini come piccoli adulti, come consumatori in erba, capaci di decidere ciò che è buono per loro, allora diventa normalissimo per quatordicenne decidere che “il corpo è mio e faccio ciò che decido io”.
E per i suoi coetanei sbarazzarsi in modo inumano di un problema, anche se ha gli occhi grandi come un cerbiatto, e il viso spaventato di un'amica che non ti riconosce più.




7 marzo 2008

Sesso in cambio della ricarica per il cellulare?

 

PADOVA - Richieste di favori sessuali in cambio della ricarica dei telefonini: e' quanto avveniva nello scuolabus dei ragazzini delle scuole medie in un paese del Padovano, Campodarsego.

Il Comune accortosi di quanto accadeva ha avvertito le famiglie e preso le contromisure.

Le contromisure - riferisce il 'Mattino di Padova' – consistono nell’aver dotato i 300 scolari che si servono dello scuolabus, di un tesserino di riconoscimento e un posto fisso, nominativo, sul mezzo.

Forse le contromisure le devono prendere genitori e scuola, chiedendosi quale educazione hanno trasmesso ai loro figli.

Perché se il rispetto per sé stessi e per il proprio corpo, vale una ricarica del cellulare, non sarà certo il posto fisso sull’autobus a migliorare le cose.


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permalink | inviato da anerella il 7/3/2008 alle 15:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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