.
Annunci online

  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







9 ottobre 2011

Omar, Erika e quel perdono che salva

Che volto ha un assassino? Che volto ha un assassino redento, pentito, tornato a respirare l’aria della libertà?

Devono essere queste le domande che l’altra sera hanno tenuto i telespettatori davanti al televisore a far impennare l’auditel per Matrix. Ma un assassino è un uomo che spesso ha la stessa faccia mite del vicino di casa, del figlio gentile del tuo panettiere.

Omar Favaro, che assieme ad Erika Nardo il 21 febbraio 2001 uccise a coltellate la mamma e il fratellino di lei, Susy e Gianluca, di 11 anni, a un anno dal suo rilascio e a poche settimane dal rilascio di Erika, non ha resistito al richiamo della TV e ha deciso di confessarsi davanti alle telecamere di MATRIX, intervistato dal giornalista Alessio Vinci.

Ci è sembrato un uomo che ha scontato la pena degli uomini ma che non finirà mai di scontare la pena che gli ha inflitto la sua coscienza. I particolari del delitto poteva risparmiarceli, come quel racconto dettagliato che pareva ancora una volta dividere le colpe tra i due in modo da far pesare la bilancia più dall’altra parte che dalla sua. Ci sono cose che hanno bisogno di pudore e silenzio. A che pro, raccontarci che Erika voleva uccidere anche il padre, perché infliggere a quell’uomo che con inumana fede e amore, ha perdonato, accolto, seguito quella figlia ogni giorno della sua vita, questo ricordo pubblico?

Mi veniva da implorare pietà, pietà per i vivi, per l’ing. Nardo, marito cui hanno ucciso la moglie, padre a cui hanno ucciso il figlio e padre anche di chi ha compiuto quel gesto. Pietà per Erika, figlia assassina che le cronache rivelano ora essere donna rinata, figlia amata oltre la misura umana, da un padre che non l’ha mai abbandonata un istante.

Il giornalista ha chiesto a Omar perché non sia andato all’estero, perché presentarsi in TV dando un volto a quel nome e lui ha risposto che non vuole scappare, ha una donna che lo ama, che ama l’uomo che è ora e vuole vivere, lavorare, formarsi una famiglia, non è facile e forse han creduto che la Tv potesse aiutarli a trovare una nuova dimensione, o almeno un lavoro.

Mentre la pubblicità, impietosa, sempre uguale a se stessa qualunque cosa accada, scorreva sullo schermo ho pensato alle parole di San Paolo: “Vagliate tutto e trattenete ciò che vale” e mi son detta che la cosa da salvare di tutta quella storia raccontata in tv è la possibilità che ci è stata data di fare nostro il ricordo del gesto di una madre, l’ultimo gesto disperato che pareva voler salvare sua figlia prima che se stessa.

La testimonianza resa con la vita, di una donna che mentre moriva per mano di sua figlia diceva: “Ti perdono”.
Quel - ti perdono - prima di morire, rappresenta la condanna e allo stesso tempo la possibilità di resurrezione per quella adolescente inquieta divenuta ora donna.

Quel “ti perdono” è per noi che lo abbiamo ascoltato, pronunciato da Omar, la testimonianza di un amore grande, quasi disumano, che offre a tutti noi la possibilità di guardare a quella madre come la testimone di un amore che salva anche la più grande atrocità.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Omar Erika perdono padre amore madre

permalink | inviato da anerella il 9/10/2011 alle 22:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



5 luglio 2011

Sposati e sii sottomessa

Costanza Miriano è nata 40 anni fa a Perugia e vive a Roma. E’ sposata, e sottomessa, almeno così le piace dire e ha quattro bambini, due maschi e due femmine. E’ cattolica e dunque, quasi sempre di buonumore. E’ giornalista RAI, al tg3. Avrebbe anche studiato lettere classiche, ma, visto che ogni tanto le viene il dubbio che l’aoristo passivo sia un insetto particolarmente mite, non sa cos’altro aggiungere al suo curriculum, se non che ha corso varie maratone, il che poi è venuto utile nel gestire una famiglia estrema. E’ rappresentante di classe, ed esperta in multitasking, in grado contemporaneamente di : aggiornare il blog, colorare “nei bordi”,  correggere, male, un compito e bruciare uno sformato!

 “Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura”, in libreria per Vallecchi Editore.
Ne è autrice Costanza Miriano,Nel libro sono riportate una raccolta di lettere esilaranti e originali di donne sposate o in procinto di sposarsi che chiedono all’Autrice consigli su come comportarsi in certi casi o sul perché gli uomini si comportino in un certo modo.
Costanza risponde in maniera molto semplice e amichevole, partendo dalla sua personale esperienza familiare, arrivando ad affermare che “l’uomo nel vestirsi diventa daltonico” oppure che “ha quello sguardo da cacciatore che potrebbe rivelarsi utilissimo se una beccaccia sfrecciasse in salotto, ma che lo rende totalmente inetto a reperire il burro nel frigo”.
Costanza Miriano scrive quindi di amore, matrimonio e famiglia. “Sposare un uomo e vivere con lui – scrive nel libro – è un’avventura meravigliosa. È la sfida dell’impegno, di giocarsi tutto, di accogliere e accompagnare nuove vite. Una sfida che si può affrontare solo se ognuno fa la sua parte. L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio. Sta alle donne, è scritto dentro di loro, accogliere la vita, e continuare a farlo ogni giorno. Anche quando la visione della camera dei figli dopo un pomeriggio di gioco fa venire voglia di prendere a testate la loro scrivania”.
La “sottomissione” di cui parla non è quella di “lavare i piatti e fare le faccende di casa”. Viene ripresa innanzitutto dalla Lettera di San Paolo, ma che riguarda  un altro tipo di servizio: “Può significare – scrive l’Autrice –  accogliere le inclinazioni dell’altro, per esempio non organizzare una cena che a lui non va, oppure organizzarne un’altra che lui vuole. Cercare di indovinarne i desideri…”.
Un libro allora rivolto a tutti, non solo alle donne, ma anche a chi vuole mettersi in discussione e magari sorridendo. E inoltre la possibilità di continuare a dialogare con Costanza Miriano e con altri lettori o lettrici più o meno sottomesse, attraverso il blog http://costanzamiriano.wordpress.com/
 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. famiglia matrimonio amore complicità

permalink | inviato da anerella il 5/7/2011 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



28 giugno 2011

Fano: strupro sulla spiaggia

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani? A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi.

Il male esiste da sempre. Si potrebbe dire che è il desiderio dell’uomo di fare da sé, di stare fuori da ogni regola, di essere anche per un solo attimo, Dio.
Un attimo che può rovinare la sua vita e quella degli altri, a volte irrimediabilmente.
L’altra sera tre sedicenni sul lungomare di Fano hanno conosciuto tre ragazze, loro coetanee, poteva essere una tiepida serata estiva, dove si ride, si scherza, ci si conosce e chissà, magari nascono amicizie. Invece hanno trascinato una delle ragazze su un tratto di spiaggia libera e a turno l’hanno violentata.

In un attimo hanno rovinato la vita di quella ragazza e la loro.
Erano in tre, forse avevano bevuto, ma nemmeno uno di loro ha avuto il coraggio di dire “no”, di riconoscere il male, di scegliere il bene.
Nessuno di loro ha avuto un barlume di umanità, la lucidità di dire “fermiamoci”.
Come animali, spinti dall’istinto e non dal cuore, comandati da quel creapopoli che hanno in mezzo alle gambe, forti dell’essere branco prima che uomini.

Non si sono lasciati intimidire dalla paura della vittima, dalle sue grida, dalle sue lacrime, su quella sabbia umida del lungomare, si sono sentiti padroni del mondo.
Arrestati negano la violenza.

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani?
A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi. Che sentono di aver vissuto a pieno una serata solo se bevono sino a stare male.
A questi giovani uomini che non guardano alle loro coetanee con il batticuore e l’emozione della scoperta, a queste giovani donne che sembrano cercare la parità dei sessi nella parità dei comportamenti.

Questa quindicenne vittima della violenza, crescerà, diventerà una donna, guarderà agli uomini con sospetto, con diffidenza, chissà se potrà mai scacciare quel dolore, la paura. Quel senso d’impotenza che quella notte ha generato in lei. Chissà se saprà credere ancora nella tenerezza, nella spontaneità di un abbraccio, nella dolcezza di cui è fatto l’amore.
E i tre ragazzi, che spero paghino per quanto hanno fatto, imparino che al male fatto non c’è rimedio, ma c’è la possibilità di ritornare ad essere uomini veri, questa volta veri, uomini capaci di discernere il bene e il male, di amare una donna, di vivere l’amicizia, e non è amicizia quella che si consolida nelle violenze di gruppo.
E noi? Noi adulti, capaci di amareggiarci davanti a questa gioventù. In fondo questi sono figli, studenti, nipoti nostri. Qualche amarezza, qualche domanda deve pur roderci dentro, perché sono cresciuti alla nostra tavola, magari con l’iPod nelle orecchie per non sentirci.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Fano stupro educazione tenerezza amore relazione

permalink | inviato da anerella il 28/6/2011 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



25 febbraio 2011

Amore, amore, amore... chi lo rende eterno?


 Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata

Risulta ogni volta più evidente che non si può dare per scontata la maturità del soggetto umano che si accosta al matrimonio. Indipendentemente dalla loro buona volontà, la realtà è che tanti giovani arrivano al matrimonio senza la coscienza adeguata della natura dell’avventura che stanno per intraprendere. Ciò non si può dare per scontato neanche per i giovani cristiani, che in non poche occasioni si avvicinano al matrimonio in condizioni non dissimili da quelle dei loro amici non cristiani, con l’unica differenza che si sposano in chiesa e hanno quanto meno un desiderio di sposarsi secondo la concezione del matrimonio che la Chiesa difende e testimonia. Questa carenza di coscienza non si può risolvere con i corsi prematrimoniali che conosciamo, i quali per loro propria natura non possono dare risposta alla situazione di quanti li frequentano. Grande è la sfida che si presenta all’intera comunità cristiana: è messa alla prova la sua capacità di generare personalità adulte, uomini e donne, in grado di accostarsi al matrimonio con una minima prospettiva di un esito positivo.

In un intervento come questo, è impossibile affrontare tutta la problematica del matrimonio e della famiglia. Mi concentrerò su una questione che mi sembra essenziale per mettere in luce quella relazione particolare che si stabilisce fra un uomo e una donna.
La crisi della famiglia è una conseguenza della crisi antropologica nella quale ci troviamo. Gli sposi infatti sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé.

Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. «La questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna – ha detto Benedetto XVI – affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?».1
Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è l’aiuto a prendere coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che per loro natura nessuno di loro può dare all’altro.
Quanta violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura propria della persona!
Questa mancanza di coscienza del destino dell’uomo conduce a fondare tutto il rapporto su un inganno, che si può formulare così: la convinzione che il tu può rendere felice l’io. Il rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno dei suoi protagonisti. È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera particolare a scoprire la verità dell’io e del tu, e insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.

In effetti, «il mistero eterno del nostro essere» ci viene rivelato dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata. La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Ciò che il poeta Cesare Pavese dice del piacere si può applicare al rapporto amoroso: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito».

2 Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la propria vocazione. Sentono la necessità l’uno dell’altro per non restare paralizzati nel proprio limite, senza altra prospettiva che la noia della solitudine.

Ma nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella Enciclica Deus caritas est: «l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, […] all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, […] al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono».3
In questo rapporto l’uomo sembra incontrare la promessa che gli fa superare il proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile.4 Per questo storicamente si è percepita una relazione fra l’amore e il divino: «l’amore promette infinità, eternità – una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere».5
È l’esperienza che testimonia il poeta italiano Giacomo Leopardi nel suo inno ad Aspasia:

«Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà».6

La bellezza della donna è percepita dal poeta come un “raggio divino”, come la presenza della divinità. Attraverso la sua bellezza, è Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la natura di questa chiamata, e invece di assecondarla si ferma alla bellezza che vede davanti a sé, presto essa si manifesta incapace di compiere la sua promessa di felicità, di infinito.

«Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
la donna a torto».7

Vuol dire che la donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere. Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a cadere, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.
La bellezza della donna è in realtà “raggio divino”, segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto alla sua natura limitata.8 La sua bellezza grida davanti a noi: «Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?».9 Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. Come se una donna che riceve un mazzo di fiori, rapita dalla loro bellezza, si dimenticasse del volto di chi glieli ha mandati, e del quale sono segno, perdendo il meglio che i fiori recavano. Non riconoscere all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima o poi si manifesta incapace di rispondere al desiderio che ha suscitato.
Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto. Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento della prossima delusione.
Il poeta tedesco Rainer Maria Rilke ha identificato con singolare efficacia il dramma del rapporto amoroso, intuendo che entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita: «Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno». Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza, che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento di sé e della persona amata. Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno, restando aperti alla sorpresa che questa possa riservarci. Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto amoroso, il poeta italiano intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era la Bellezza con la B maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna è un inno alla «cara beltà» che cerca in ogni bellezza; tutto il suo desiderio è che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile.10 È ciò che è accaduto in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Luigi Giussani ha definito questa poesia come una profezia dell’Incarnazione.11
Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni testi che a prima vista possono risultarci paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; […] Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 34-37; 39-40).

In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. In tal modo Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo, la Bellezza fatta carne, più della persona amata, quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro si rinviano e nella quale il loro rapporto si compie. Solo permettendogli di entrare in esso è possibile che il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia della sua pretesa. In questo momento appare in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire un’esperienza del Cristianesimo come pienezza di vita per ogni uomo. Solo nell’orizzonte di questo rapporto più grande, come diceva Rilke, è possibile non consumarsi, perché ciascuno trova in esso il suo compimento umano, sorprendendo in sé una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di gratuità senza limiti, di perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento positivamente.
Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione di cui sono i protagonisti principali, limitandosi a pensare che l’appartenenza alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà.
In ciò si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro suscita costantemente in me, verso Cristo. Così si potrà non passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4, 18) senza riuscire a soddisfare la propria sete.

La coscienza della propria incapacità a risolvere da se stessa il proprio dramma, neppure cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile che non ha potuto evitare di gridare: «Signore, […] dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete». (Gv 4, 15).
Senza un’esperienza di Cristo come pienezza dell’uomo, l’ideale del Cristianesimo per il matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile a realizzarsi. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. In realtà esse sono frutto di una tale intensità dell’esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che «per Dio nulla è impossibile». Solo un’esperienza così può mostrare la razionalità della fede cristiana, come totalmente corrispondente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto così costituisce la migliore proposta educativa per i figli, che attraverso la bellezza del rapporto fra i genitori sono introdotti, come per osmosi, nel significato dell’esistenza.
La loro ragione e la loro libertà sono costantemente sollecitate a non staccarsi da tale bellezza; la stessa bellezza risplendente nella testimonianza degli sposi cristiani che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare.

Valencia, 4-7 luglio 2006
Congresso teologico pastorale in occasione del V Incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI



 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. amore coppia matrimonio divorzio promessa

permalink | inviato da anerella il 25/2/2011 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 marzo 2010

Preservativo? Chiedete di più...


 CHIEDETE di più scegliete la felicità
Ragazzi, i primati son primati, non si scherza e Roma caput mundi ha battuto tutti, i giornali di questi giorni dicono che è romano il primo liceo in cui è stato installato un distributore di preservativi.

E’ il liceo Keplero e da oggi tutti i genitori terranno senz’altro conto di questa eccellenza quando dovranno scegliere la scuola per i loro figli, i benefit son benefit e in questo liceo i preservativi saranno venduti a prezzo di fabbrica, tre pezzi 2 euro.

Ma non crediate si tratti di sola propaganda, no, qui si tratta di una cosa seria, di una vera attenzione all’educazione delle giovani generazioni che con la loro paghetta devono già comperarsi le sigarette, la ricarica telefonica e poi magari vanno a risparmiare sui preservativi, si sa “so’ ragazzi”, meglio calmierare i prezzi.

Le famiglie possono stare tranquille, ci pensa la scuola e insieme all'installazione dei distributori verrà svolto un seminario di formazione della Lega Italiana per la lotta all'Aids sulla prevenzione dell'Hiv, slogan dell'iniziativa: "Se vuoi amare fallo con la testa. Proponi al tuo preside l'installazione gratuita di distributori di preservativi e assorbenti nella tua scuola".

Insomma più preservativi e assorbenti per tutti!

A dire il vero facendo un giro sul web si scopre che in qualche altra parte d’Italia un tentativo di distribuzione gratuita c’era già stato, e che in altri paesi europei è cosa consueta, ma i ragazzi saranno più felici? Avranno almeno una sessualità più consapevole? Alcuni studenti su un blog studentesco scrivono: “… eppure i distributori di preservativi in Francia ci sono. (…) e anche in Inghilterra e perfino nella cattolicissima Irlanda e da noi no. Non sfugge a nessuno qual è il motivo. Ha a che fare con quel signore gentile e buono (di questo sono convinto), vestito di bianco che sta a Roma?”

Già, per alcuni - è tutta colpa del Papa - se non ci fosse lui non ci sarebbero l’aids, l’aborto, le gravidanze precoci.

Suvvia ragazzi e adulti, siate seri.

Visto che si cita come esempio l’Inghilterra andiamo a vedere se la massiccia distribuzione di preservativi è servita ad educare le generazioni a un amore responsabile, si direbbe di no, visto che le gravidanze precoci sono in aumento, che l’età della prima gravidanza si abbassa e che in alcune scuole ci sono classi apposite per giovani gravide.

Ma tant’è, l’ideologia non guarda in faccia nessuno, figurarsi se guarda ai fatti.

Si ha l’impressione che gli adulti incapaci di educare a un amore responsabile ripieghino sull’educazione ad una 'sessualità responsabile' cercando scorciatoie.

Si spera che corsi di educazione sessuale che spiegano l’amore come fosse un gioco al quale partecipare cercando di non farsi male, o una malattia dalla quale proteggersi, possano portare le nuove generazioni se non ad essere felici almeno ad un sesso senza conseguenze.

Nessuna incertezza in questi adulti, nessun dubbio che le risposte siano fragili, inadeguate, anzi, chi non è d’accordo è un bacchettone.

Per cui la Chiesa taccia.

Ma la Chiesa non è dei preservativi che si preoccupa, ma dell’educazione dei giovani per questo afferma: "La strada maestra resta l'educazione alla responsabilità delle persone, specialmente dei più giovani, nell'uso della sessualità, che è un dono dell'amore di Dio puntando sulla valorizzazione del proprio corpo e di quello dell'altro nell'ottica del dono disinteressato di sé. In conclusione restiamo convinti e ci adoperiamo affinché la scuola, insieme alla altre agenzie educative, si impegni ad illuminare i giovani a diffidare dalle scorciatoie che non di rado conducono alla insignificanza della vita".

Come darle torto?

Ma per difendere i giovani dalle scorciatoie della vita bisogna essere adulti consapevoli che l’amore è cosa grande, che l’usa e getta non risponde all’esigenza dell’uomo di essere felice.

Qui invece parliamo di adulti che credono che la libertà consista, cito da alcuni blog: “...del fare del proprio corpo ciò che ci pare, senza arrecare danni alla salute altrui”.

Sarà anche libertà, ma la felicità miei cari è altra cosa, è quando l'eros si cura dell'altro prima che di se stesso e diventa agape, amore disinteressato, merce rara, preziosa, gratificante, inebriante, che non viene venduta a basso costo nel distributore automatico accanto a quello delle merendine.

Ragazzi non fatevi ingannare, chiedete di più a questo mondo di adulti di un distributore di preservativi.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. preservativo amore educazione

permalink | inviato da anerella il 11/3/2010 alle 15:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



8 febbraio 2009

La solitudine dei numeri ultimi

Ci sarà pure la solitudine dei numeri primi, ma che vogliamo dire della solitudine dei numeri ultimi?
Di quelli che nella vita per vocazione, per scelta, per amore o per forza, si sono dedicati agli altri, così come ne erano capaci, spesso rinunciando ai loro progetti o a un loro disegno  dicendo che la vita in fondo chiede un "SI"  il perchè lo capiremo in seguito.
Che vogliamo dire di questi numeri ultimi, che spesso sono definiti, "buoni", "poverini", "fessi", dipende dal punto di vista ma che volenti o nolenti servono al realizzarsi dei progetti, dei sogni, dei destini di altri, numeri primi o secondi non conta.
Che vogliamo dire di questa solitudine che spesso non sanno esprimere o che forse temono gli altri non colgano non capiscono, abituati come sono al loro coraggio, alla loro forza, alla loro solarità?
Eppure, a volte i cuscioni sono umidi di lacrime di numeri ultimi che si affidano a Dio, e all'intercessione dei santi perchè solo loro sanno ascoltare, e consolare.




29 novembre 2008

Canzone per Eluana

 

foto www.culturacattolica.it

Quante parole in questi mesi sul dramma di Eluana Englaro. Professori, giudici, politici, preti, intellettuali (chi in buona fede, chi un pò meno) hanno sentito il dovere morale e professionale di intervenire.
Anche noi non ci siamo tirati indietro, avendo sempre davanti la figura di un padre, così comprensibilmente rassegnato, da non accettare più nessun aiuto, neanche dalle suore che accudiscono Eluana , in ospedale.
Su questo dramma, un nostro amico, Gianluca Zappa si è espresso scrivendo una canzone : oltre le polemiche e le nostre meschinità : eccola

- "Canzone per Eluana"




29 luglio 2008

Moyra quando il coma non è la fine...

  Storia di un amore che non ha fine

La signora Giovanna è la mamma di Moyra Quaresmini e mi accoglie sul portone di casa con un sorriso gioviale, abitano a Nova Milanese, una zona tranquilla di questo paese dell’hinterland milanese. Il nostro primo incontro è stato telefonico e mentre si chiacchierava ho scoperto che, forse, c’eravamo già incontrate a Borghetto Santo Spirito, laddove le persone con handicap hanno l’occasione di trascorrere un periodo di vacanza nella casa dell’Unitalsi. Non avrei mai immaginato che sua figlia fosse la donna in coma vegetativo di cui avevo sentito parlare: ho sempre pensato che le persone in coma vegetativo stessero tutto il giorno stese in un letto ed invece sua figlia era in spiaggia, in carrozzina. Vedi il pregiudizio? Credi già di sapere, e questo non ti da modo di incontrare il vero.

Incontro Moyra per la prima volta mentre se ne sta seduta sulla sua sedia a ruote sul balcone di casa, è un’estate tiepida e lei si gode il sole del mattino che le bacia la pelle.

Arriva un’amica che viene a trovarla e a farle la manicure. Aveva tante amiche Moyra ma ora, mi racconta la mamma, solo qualcuna perché le altre preferiscono ricordarla com’era.

Mi viene spontaneo pensare che è una frase che si dice davanti alle persone defunte, ma Moyra non lo è, questo è certo, basta guardarla mentre sorride alla mamma che la bacia sul collo.

Sulle pareti della sua stanza le foto di prima, quando faceva la parrucchiera e quando progettava un futuro da moglie e mamma, prima di quel 13 gennaio, quando la vita ha fatto una giravolta e nulla di quello che si era pensato, immaginato, accarezzato è avvenuto come previsto.

Nel 2000 Moyra, sposata da 5 anni, attendeva il primo figlio, una bimba, che avrebbe dovuto nascere il 18 gennaio.

Tutti attendevano Asia: la futura nonna l’aveva vista nell’ecografia succhiarsi il dito, ed anche il futuro nonno Faustino aveva potuto vederla attraverso lo schermo quando, mancavano pochi giorni al termine della gestazione.

Invece, un’embolia amniotica, la corsa all’ospedale, Asia muore e la sua mamma va in coma.

Ora Giovanna e Faustino lo raccontano con serenità, capisci che hanno passato momenti atroci, ma anche che li hanno superati, che vivono una serenità ed una complicità che si coglie guardandoli.

Andiamo in cucina, papà Faustino ci prepara il cafè e la mamma porta tra noi anche Moyra, le fa bere il succo di frutta con il cucchiaino. Inizialmente Moyra era alimentata con la Peg, ne abbiamo sentito parlare molto in questi giorni: si tratta del sondino dal quale passa l’alimentazione per molte delle persone in coma vegetativo, come accade anche per Eluana Englaro, ma ora Moyra mangia con il cucchiaino, grazie alla pazienza e alla tenacia della sua mamma. Il sondino naso-gastrico serve solo per l’acqua, ma la mamma nutre la speranza che ci si possa liberare anche di quello.

Sul fornello si sta cocendo un coniglio e la casa profuma di buono.

Ci raccontiamo come se ci conoscessimo da sempre, papà Faustino è un pratico e mi racconta che bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come stanno, che le persone in coma costano e che forse, dietro a questa frenesia di staccare il sondino che le alimenta, c’è anche una mentalità che considera le persone come Moyra un peso.

Sia chiaro, nessuno di noi vorrebbe fare certe fatiche, ma la vita a volte traccia sentieri imprevisti e tu, guardando questa famiglia, capisci che il loro hanno scelto di percorrerlo questo sentiero, è un eroico quotidiano, per certi versi come quello di tanti altri. - Ci sono malattie che non si vedono -, mi dice il signor Faustino, persone che non vanno in giro su una sedia a ruote e nessuno conosce la loro fatica e la loro pena, ma è la vita, ed è fatta anche di questo.

Il Comune manda due persone che tutte le mattine si occupano di Moyra, la lavano e la pettinano; poi l’Asl manda la fisioterapista ma, poi, rimangono il sabato e la domenica dove tutti i servizi si interrompono e, forse, si potrebbe pensare a migliorare questo aspetto. e Poi ci sono alcune forniture farmaceutiche che non sono gratuite, anche di questo bisognerebbe tenere conto.

L’amica di Moyra ci saluta. Prima di uscire accarezza Moyra sulle spalle ed è chiaro che a lei queste coccole piacciono.

Inoltre riesce a farsi capire quand’è in posizione scomoda o quando vuole farsi rimettere a letto, è chiaro che il grande amore e la serenità che trasmettono le persone che le stanno intorno l’aiutano a fare quei piccoli progressi che sono per lei una grande conquista.

Moyra e la sua famiglia sono una risorsa per tutti, non solo per chi vive e affronta lo stesso problema, ma anche per chi, come noi, è preso da mille altri problemi, per gli adolescenti che spesso cercano di “vivere la vita al massimo” rischiando di buttarla via. Passare qualche pomeriggio a casa dei signori Quaresmini potrebbe essere davvero uno scambio d’esperienze, toccare con mano come la vita sia bella, sempre, se accolta e coccolata anche nelle difficoltà.

Il coniglio è cotto e la signora Giovanna butta la pasta nell’acqua che bolle, tra un po’ pranzeranno ed anche Moyra mangerà il pranzo frullato di mamma Giovanna, io li saluto, ma esco con la certezza di avere incontrato nuovi amici, persone che con la loro vita ti aiutano a guardare in modo differente anche al tuo destino.




18 maggio 2008

Lorena, morte di un'adolescente

Lorena Cultraro aveva 14 anni, viveva a Niscemi un paese in provincia di Caltanisetta, giornali e Tv ci hanno fatto diventare familiare il suo volto anche se abitiamo a centinaia di chilometri da Niscemi, guardi quel viso dolce, gli occhi grandi, i capelli scuri e lisci e immagini un’adolescente che sta diventando donna, alle prese con i turbamenti e i batticuori dell’età, i primi amori, le confidenze con le coetanee, le frasi scritte sul diario.

Suo padre la chiama “la bambina”, racconta ai giornalisti che non era mai andata in discoteca, voleva fare la parrucchiera e si era fatta regalare la piastra con cui lisciava i capelli a tutte le amiche, studiava per il patentino, ascoltava Laura Pausini e vedeva in tv O.C, il Grande Fratello e Amici.
Poi un giorno è uscita dicendo che andava dalla nonna e non è più tornata a casa, ma questa non è la favola dove Cappuccetto Rosso sconfigge il lupo malvagio.
L’hanno cercata per 14 giorni prima di trovare il suo corpo in fondo ad un pozzo, legato ad una pietra, barbaramente preso a calci e pugni, bruciato e gettato via, senza pietà.

Colpevoli del delitto tre minorenni, dal loro interrogatorio emerge ancora una volta la banalità del male che affligge questi figli a noi sconosciuti.

Pare che Lorena avesse detto di essere incinta di uno dei tre ragazzi e il suo fidanzato ha emesso la sentenza di morte inviando agli altri due un sms. I tre minorenni messi alle strette hanno confessato di averla uccisa perché temevano la reazione delle loro fidanzatine, capite? Questi adolescenti di periferia, i pomeriggi passati a scorazzare in motorino, a giocare con la play, a tirar tardi a parlare di calcio e di donne come conoscitori consumati dell’universo femminile, davanti a un problema non esitano a liberarsi di un essere umano, di un’amica, di una persona che avevano detto di amare, con la quale avevano fatto sesso.
Nessuno ha fermato la mano degli altri, il branco si è dimostrato unito e compatto, l’hanno violentata, massacrata di botte, ne hanno occultato il cadavere e sono tornati alla vita di tutti i giorni.
Il giornale di Sicilia racconta che uno dei ragazzi dopo aver confessato il delitto ha detto al giudice: "Signor giudice, le ho confessato tutto. Ora posso andare a casa?" A quel punto, riferisce il quotidiano, il magistrato del tribunale dei minori gli ha gridato: "Ma lo capisci che hai confessato un omicidio? Ma dove vuoi andare?"

Come in una realtà virtuale.
Game over.
La partita è finita, si ricomincia, ho confessato il delitto, ora torno a fare quello che facevo prima.
Capite che non siamo lontani dal vero se tra le vittime, mettiamo anche i carnefici?

Tutti vittime di un vuoto educativo, dove non esiste più il bene perché non esiste più il male.
Dove apparentemente l’unico tabù è quello della fatica del vivere, delle responsabilità da assumersi.

Che Lorena fosse incinta oppure no, l’autopsia non è riuscita a riscontrarlo, ma conta solo ai fini dell’aggravante della pena per i tre minorenni.
Che fosse incinta o no, serve solo ad aggiungere dolore al dolore dei suoi genitori, sta di fatto che quella ragazzina con il viso dolce e gli occhi grandi, somiglia alla figlia della vicina, alle nostre alunne, alle nostre figlie, che crediamo di conoscere, come somigliano ai ragazzi che incontriamo tutti i giorni i tre carnefici, e allora inevitabilmente ci chiediamo se è davvero così, se davvero sappiamo chi sono.

Se davvero conosciamo il loro cuore, se siamo stati capaci di educarli alla vita, all’amore quello vero, quello per cui siamo fatti e a cui tutti aspiriamo.
Quell’amore che ci fa sentire unici, amati, capaci di rendere felice un altro essere umano.

Di certo ai nostri figli non mancano le informazioni, sono continuamente sottoposti a stimoli mediatici che non fanno distinzione tra piccoli e adulti.
Le ragazzine guardano Sex and the City, persino i cartoni animati sembrano telenovelas per adulti, le rubriche di lettere delle riviste per adolescenti ci raccontano un mondo di piccole donne che hanno sentito molto parlare di sesso, che spesso lo praticano in giovane età come si trattasse di un gioco, di un diversivo come tanti altri, un modo per attirare l’attenzione, per sentirsi grandi, piccole donne che non conoscono l’amore e spesso lo temono, ma che fanno del sesso un “metodo di scambio”, ragazzi che confessano alla rubrica delle lettere le paure di sempre, che cercano l'amore romantico ma fanno sesso nei bagni delle discoteche.

Le cronache raccontano di studentesse che vendono il loro corpo per pagarsi l’affitto, di adolescenti che sul Bus che le porta a scuola offrono prestazioni sessuali in cambio di ricariche telefoniche, di assemblee di classe dove quattordicenni fanno sesso orale di fronte ai compagni che riprendono la scena con il telefonino.
E’ chiaro che qui l’amore non ha posto, che il sesso è solo un diversivo come un altro, un modo per esibire la propria esistenza, per dire “io esisto”.

E noi adulti? Spesso si ha l’impressione che il mondo degli adulti sia incapace di agire.
Scandalizzarsi è poco politically correct, si sa, il mondo è cambiato, e allora l’importante è che la figliola non si rovini la vita con una gravidanza precoce, per il resto si confida nel tempo, crescendo, forse capiranno che la vita è fatta anche di rispetto, di responsabilità, forse.

Le scuole da tempo forniscono corsi di educazione sessuale, nella certezza che l’informazione educhi a vivere una vita sessuale consapevole, ma i fatti ci dicono che i risultati non sono quelli sperati.
Perché le lezioni finiscono per fornire una serie di nozioni di tecnicismo e di educazione riproduttiva, per cui si apprendono nozioni sui metodi anticoncezionali, su come abortire senza dirlo ai genitori, si maneggiano falli di plastica e vagine di gomma, con la pretesa di un’educazione asettica e priva di qualsiasi giudizio si finisce per slegare il sesso dall’amore, l’educazione sessuale dall’educazione sentimentale, quella improntata al rispetto dell’altro e di sé.

Ecco perché Lorena e i suoi assassini, sono inevitabilmente ad interrogarci su quale educazione abbiamo dato e stiamo dando a queste generazioni.
Su quali modelli proponiamo, perché se i modelli da seguire sono quelli incarnati da Melissa P. nel suo libro “cento colpi di spazzola” se i genitori sono più impegnati a fingersi complici che giudici di certi atteggiamenti, se la cultura non rispetta le tappe di crescita delle nuove generazioni, ma tratta i bambini come piccoli adulti, come consumatori in erba, capaci di decidere ciò che è buono per loro, allora diventa normalissimo per quatordicenne decidere che “il corpo è mio e faccio ciò che decido io”.
E per i suoi coetanei sbarazzarsi in modo inumano di un problema, anche se ha gli occhi grandi come un cerbiatto, e il viso spaventato di un'amica che non ti riconosce più.



sfoglia     luglio        febbraio
 


Ultime cose
Il mio profilo



culturacattolica milleargomentiunsologiudizio
Chiesa domestica
Samizdatonline - ecco chi sono
Adoremus
Annavercors
Aqua
Beth-or
Galatro
Giona
Il Fromboliere
Il Mascellaro
Insieme per costruire
Kattolico pensiero
Linea Tempo
Natanaele
Rimini in Dies
Secolo XX e dintorni
Tokalon
stranau (ex stranocristiano)
Sivan
Sguardo leale
ANTONIO SOCCI lo stranocristiano che non ha paura della libertà
Asara il satirico
valpalot
la cittadella
censurarossa
pesce vivo - raffinato blog
gino
circolo La Pira - cattolici in politica
Berlicche il diavolo
REFERENDUM L40 le cose che altri non scrivono
Claudio Chieffo - cantautore
Simona Atzori - ballerina pittrice
Kattolico la controstoria
PEPE on line
vinoemirra
lo stranocomunista


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom