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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







3 settembre 2010

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Continua la mobilitazione internazionale per la liberazione di Mohammadi Ashtiani rinchiusa nel braccio della morte dal 2006

«Hanno torturato mia madre Sakineh
Ora l'Europa non dia tregua all'Iran»

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Il caso - Continua la mobilitazione internazionale per la liberazione di Mohammadi Ashtiani rinchiusa nel braccio della morte dal 2006

«Hanno torturato mia madre Sakineh
Ora l'Europa non dia tregua all'Iran»

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Caro Sajjad, mi emoziona molto parlarle. Armin Arefi, di La Règle du Jeu, è qui con me e tradurrà la nostra conversazione. Innanzitutto, dove si trova lei, in questo momento?
«A Tabriz, la città in cui mia madre è detenuta. Sono per la strada. E la chiamo da un cellulare».
Pensa che potremo parlare tranquillamente?
«Credo di sì. Cambio spessissimo numero di telefono per sfuggire agli ascolti telefonici. Tentiamo».
Come sono le autorità nei suoi confronti? Subisce pressioni? Tentativi di intimidazione?
«Sì, certo. Ho ricevuto due chiamate dai servizi segreti. In realtà, due convocazioni. Ma ho rifiutato di andarci. Per ora, non sono stato arrestato».
Non sappiamo niente di lei, caro Sajjad. Chi è? Cosa fa?
«Ho 22 anni. Sono il figlio maggiore di Sakineh. Lavoro dalle 6 del mattino alle 11 di sera come controllore sugli autobus della città. Per il resto... Tutti i miei pensieri, tutta la mia volontà tendono a un solo scopo: salvare mia madre».
A che punto siamo? Come vede oggi le cose?
«Ho attraversato momenti di disperazione. Ho scritto alle autorità. Spesso. Mi hanno risposto con un silenzio totale. Da qualche giorno, con la mobilitazione che lei ha lanciato, ritrovo un po' di speranza».
Sua mamma, nella sua cella, sa di questa ondata mondiale di solidarietà e amicizia?
«Sì. È stata informata nelle rare visite cui ha avuto diritto. Ne è stata felice. E l'ha ringraziata».
Perché parla al passato? A quando risale la sua ultima visita?
«A poco prima della sua cosiddetta "confessione" televisiva. Fino ad allora, la vedevamo una volta alla settimana, tutti i giovedì. Dopo, niente. Né mia sorella né io. Né gli avvocati. Ancora stamattina, visto che è giovedì, mi sono recato alla prigione. Ma il guardiano mi ha detto: "Alla signora Mohammadi Ashtiani è vietato qualsiasi contatto per decisione del potere"».
Cosa ci può dire delle condizioni di carcerazione di sua madre?
«Sono durissime. Subisce incessanti interrogatori da parte dei Servizi iraniani. Le chiedono, per esempio, come mai il suo ritratto è affisso dappertutto nel mondo e chi, secondo lei, ha lanciato questa mobilitazione internazionale».
Qual è il suo stato psicologico?
«Prende molti farmaci. Antidepressivi. E prega».
Si trova in una cella individuale o con altre donne?
«Tutte le donne condannate della città di Tabriz sono nello stesso quartiere della prigione. Sono piccole celle con talvolta quindici o venti donne accalcate. Ma è possibile che, dopo la sua apparizione alla televisione, l'abbiano messa in una cella individuale. Le ripeto: non so più nulla, non ho più alcuna notizia».
La sua apparizione in tv qui ha fatto molta impressione. Intanto, era veramente lei?
«Sì, certo, era lei. Ma...».
Ma?
«Ma prima è stata torturata. È Houtan Kian, l'avvocato, che l'ha saputo dalle sue compagne di detenzione. Le autorità avevano bisogno di queste confessioni per poter riaprire il dossier dell'omicidio di mio padre».
Le autorità affermano che il dossier non è mai stato veramente chiuso.
«È falso. Affermano questo per poterla uccidere più facilmente. Del resto, il dossier è stato, guarda caso, smarrito».
Cosa vuole dire?
«L'altro ieri, mentre andavo in Tribunale per averne una copia, mi è stato detto che non l'avevano più. Mi hanno chiesto di andare al piano terra ma, anche lì, non è stato trovato. Ne ho parlato con l'avvocato Houtan Kian che ha fatto le sue ricerche e mi ha detto che il dossier non si trovava neanche a Osku, città di provincia di cui i miei genitori sono originari. Tutto questo è inquietante. Potrebbe trattarsi di un piano della Repubblica islamica per modificare il dossier e aggiungervi elementi a carico che giustifichino l'esecuzione».
Per il secondo caso. Non quello dell'adulterio, ma dell'omicidio...
«Appunto. Tanto più che una settimana prima della perdita del dossier, il domicilio di Houtan Kian è stato messo a soqquadro e il suo computer portatile come anche la valigetta in cui si trovava il riassunto del dossier sono stati rubati. Ancora ieri, mercoledì, i Servizi hanno di nuovo invaso il suo domicilio e portato via un estratto del dossier dell'omicidio di mio padre, l'ultimo che era in nostro possesso. È lo stesso Houtan Kian che mi ha appena informato per sms».
Mi consenta una domanda più diretta. Lei è, dopotutto, il figlio dell'uno (suo padre, assassinato) e dell'altra (sua madre, accusata di complicità in questo assassinio). Nel suo intimo, è sicuro che l'accusa sia infondata?
«Nel mio intimo, sì. Mille volte sì. È una pura menzogna. Insieme a un'incredibile ingiustizia. Mia madre, che non ha fatto niente, niente, rischia la lapidazione. Intanto, il vero omicida, Taheri, è libero...».
Perché lei lo ha perdonato.
«Sì. È il padre di una bambina di tre anni, ha pianto molto davanti a noi. Mia sorella ed io non abbiamo voluto essere la causa della sua esecuzione».
Torniamo alla campagna di mobilitazione. Pensa che possa far cedere le autorità?
«Non so. Comunque, abbiamo solo voi. Non abbiamo nessuno, a parte voi, che ci tenga la mano. Ora, per esempio, so che l'avvocato Houtan Kian ha scritto una lettera alle autorità per chiedere un dibattito con un responsabile qualsiasi. Se ci sarà una risposta, sarà grazie a voi».
Quindi lei non è d'accordo con chi dice che questa campagna irrita le autorità e possa essere controproducente?
«Certo che no. È vero che l'Iran è irritato. Ma bisogna pure che l'Iran ascolti la nostra pena. Le autorità iraniane non hanno risposto a nessuna delle nostre lettere. Se la nostra voce ha una possibilità d'essere ascoltata, sarà, lo ripeto, grazie a voi».
Cosa possiamo fare di più?
«Bisogna raddoppiare le pressioni sulla Repubblica islamica».
Sì, ma come?
«Rivolgendovi, per esempio, al Brasile e alla Turchia che hanno legami privilegiati con la Repubblica islamica».
È al corrente della dichiarazione del presidente della Repubblica francese in cui dice che sua madre è sotto la responsabilità della Francia?
«Certo. È straordinario. Ma bisogna continuare. Altrimenti, se voi allentate la pressione, mia madre sarà uccisa».
Le autorità iraniane hanno tuttavia sospeso l'esecuzione della sentenza.
«Sospeso non vuol dire annullato».
Dunque, mentre noi parliamo, tutto è possibile, tutto è da temere?
«Sì. Da un lato, ci sono persone che non vogliono in alcun caso perdere la faccia e intendono lapidare mia madre. E dall'altro, persone come il signor Nobkaht, il vice del potere giudiziario nella regione di Tabriz, il quale vuole che il signor Imani, il giudice che ha pronunciato la sentenza, sia tratto d'impaccio e che, per questo, ha chiesto a Teheran il cambiamento della pena di lapidazione in impiccagione. Ma questo è forse meglio?».
No, certo.
«Vi prego, non mollate. Siete voi, ancora una volta, che tenete le nostre mani. Se voi non ci foste, mia madre sarebbe già morta».
(traduzione di Daniela Maggioni)

Bernard-Henri Lévy
03 settembre 2010


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3 aprile 2010

"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

 

Ho letto questa mattina la testimonianza di una donna, un avvocato toscano, che nel 2005 ha abortito tramite la pillola RU486. Voglio condividere con voi questa testimonianza, perché tutta la bagarre di questi giorni sulla  pillola RU486 che “libera” le donne  dal chirurgo, mi sembra che tenga conto più dell'effetto "risparmio" che avrà sui bilanci delle ASL, che della sofferenza delle donne.
Donne “condannate” da una pillola ad essere le uniche responsabili ed esecutrici di un aborto solitario.
Non si tratta di essere contrari a una legge dello Stato. La Legge 194 garantisce il diritto di abortire, ma non ci vieta la libertà di pensare se questo diritto garantisce la serenità delle donne. Puoi dirti libera, solo perché è lasciata a te la scelta di disfarti di un figlio concepito e anche tutto l’iter, che dura tre giorni, perché il misfatto si compia? E' questa la libertà che vogliamo?


"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

Anna ha 34 anni, è un avvocato toscano, e nella sua regione, nel 2005, con la pillola Ru486,allora in fase sperimentale, ha abortito un figlio indesiderato concepito con il marito che stava lasciando.
«Ma quale banalizzazione dell’aborto» mi racconta mentre siamo sedute in un bar di Orbetello, «è stato terribile e non lo rifarei mai più». «Voi medici siete crudeli e cinici, siete abituati al dolore, quello degli altri, e trascurate l’impatto psicologico delle vostre cure e degli effetti delle vostre terapie su noi poveri pazienti».

Ho chiesto ad Anna di raccontare la sua esperienza personale, naturalmente garantendole l’anonimato, e lei ha accettato.
Ed è un fiume in piena... «I dottori mi avevano informato su questa nuova tecnica abortiva, solo ed esclusivamente farmacologica, mi avevano assicurato che tutto sarebbe stato più dolce, che avrei evitato l’intervento chirurgico, l’anestesia, il raschiamento e tutte quelle pratiche dolorose, compreso il ricovero, ma per me è stato peggio, molto peggio...».

«Intanto non è proprio una passeggiata, non è come mandare giù un’aspirina e via, anzi... dopo che hai ingoiato la prima pillola, sai che quel giorno stesso tuo figlio morirà, e resterà attaccato lì, morto, dentro il tuo utero... semplicemente il suo cuoricino, che il giorno prima hai ascoltato durante l’ecografia, smetterà di battere. Per sempre. È l'effetto della prima pasticca, che tu devi mettere in bocca da sola, perché da sola sei lasciata a sopprimere quella vita che tu stessa vuoi eliminare. Lo capisci subito la sera stessa che quel figlio è morto, perché senti improvvisamente sparire tutti quei segni di gravidanza che noi donne ben conosciamo, primo fra tutti il seno, di colpo non lo senti più turgido, te lo tocchi, lo palpi e non è più teso, quasi si affloscia, e sparisce anche quella piccola tensione del basso ventre tipica dei primi mesi di gravidanza».
«E poi viene il peggio... perché devi aspettare! Devi aspettare tre lunghi giorni, nei quali continui a fare quello che hai sempre fatto, lavorare, camminare, mangiare, dormire, andare al cinema... cerchi cioè di distrarti, ma sai che hai quel “coso” morto lì dentro che deve essere eliminato, espulso, cioè abortito!».

«Per me sono stati tre giorni terribili, già ero a terra per la separazione da mio marito, e come ultima punizione ora mi accingevo a separarmi dall’unica cosa che mi avrebbe legato a lui per sempre, e che in quel momento era l’ultima cosa che volevo».
«In quei tre giorni, poi, hai tutto il tempo per pensare e riflettere su quello che ti è accaduto e che ti accadrà, hai il tempo per pregare e per piangere... io mi sentivo una specie di assassina in libertà... ma perché avevo accettato questo maledetto metodo,
mi chiedevo, non era meglio far fare tutto al medico? Io sarei stata in anestesia, in sala operatoria, non avrei sentito né provato nulla, lui avrebbe operato e fatto tutto, io mi sarei risvegliata pulita e liberata dal mio problema, il tutto sarebbe durato meno di un’ora e non avrei avuto quelle sensazioni orribili dell’attesa».

«Il terzo giorno mi sono ripresentata, senza aver dormito e con delle occhiaie così, in ospedale per la seconda pasticca. Anche quella ti viene messa in mano e sei tu che la devi mandare giù... sei tu l’unica e sola mandante e autrice di un piccolo omicidio, quello del tuo figlio mai nato, e senti che una parte di te sta per sparire per sempre, che non tornerà mai più ed è una sensazione solo tua, di solitudine, che non condividi nemmeno con l’anonima infermiera che ti consegna la pillola nella garza sterile.
A quel punto però la ingoi subito perché speri che tutto finisca più in fretta possibile. Non sai ancora che, da quel momento, ti prepari ad assistere, a partecipare ed a effettuare il tuo “avveniristico” aborto terapeutico!».

«Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. Il medico durante il colloquio mi aveva spiegato bene che con la seconda pillola, una prostaglandina, sarebbe avvenuto una sorta di mini-travaglio, con qualche contrazione uterina, ripetute e ravvicinate, lievemente dolorose, ma essenziali per provocare il distacco del feto, ormai morto, dalla parete uterina e per la sua espulsione, e che comunque sarebbe stato eliminato facilmente, misto con del sangue... sarebbe stato cioè come avere delle mestruazioni più dolorose del solito, così mi disse».
«Invece il dolore è stato molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che stava avvenendo rendeva tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. Ed assistere a tutto questo è stato insopportabile. Ho pianto per il dolore fisico, ma soprattutto ho pianto per il dolore dell’anima, per la mia partecipazione attiva ad un evento che mai avrei voluto vivere ed osservare da così vicino».

«Poi, quando tutto è finito, quando tutto è compiuto, la procedura ti obbliga anche a verificare di persona che effettivamente l’aborto farmacologico sia ben riuscito, per cui ti viene effettuata l’ecografia di controllo, che trasmette dallo schermo l’immagine pulita del tuo utero non più “abitato”, ma vuoto e libero dal corpo estraneo che si è medicalmente voluto eliminare... non si sente più nessun battito galoppante, nessun segno di vita, ma solo silenzio di morte».

«Ho avuto un peso nel petto per lungo tempo... non è stata una liberazione per me, ma ho avuto un senso di colpa per diversi mesi, e ancora oggi, quando ci ripenso, e spesso ci ripenso, mi torna la nausea per quell’esperienza terribile, irreparabile e definitiva».
«Ogni volta che oggi leggo o sento parlare di aborto, rivivo quei miei pochi ma orribili giorni con il ricordo di una scelta dalla quale non si può più tornare indietro... e molte volte la vita poi ti porta a situazioni in cui avresti voluto che le cose fossero andate diversamente».
Anna è seduta di fronte a me e sorride amaramente. Ha una parrucca bionda in testa, a coprire una calvizie da chemioterapia.
Anna sta combattendo contro un tumore maligno del sangue che si è presentato all’inizio dell’anno. Anna sta lottando per la vita.
La sua stavolta.

di Melania Rizzoli – Il Giornale.it sabato 3 aprile 2010




22 settembre 2009

Sanaa, ha sbagliato, "forse"

Un’altra Hina, un’altra ragazza morta per non avere ubbidito, a regole e tradizioni troppo lontane dalla tradizione di suo padre, ma entrate a far parte della sua quotidianità.


Montereale Valcellina è l’ultimo paese della pianura padana pordenonese, meno di 5000 abitanti, un luogo ricco di storia, un paese laborioso e tranquillo, il luogo dove la famiglia El Katawi Dafani proveniente da Casablanca si è stabilita anni fa.

La famiglia è in Italia da 11 anni, padre, madre, tre figlie, la più grande Sanaa aveva 18 anni, le altre 7 e 4 anni.
Sanaa, una bella ragazza dai capelli neri, e dagli occhi grandi, aperti sul mondo, lavorava in un ristorante, si era innamorata di un uomo che aveva 13 anni più di lei e giorni fa era andata a vivere con lui.
El Katawi Dafani, 45 anni, padre di Sanaa in Italia aveva trovato lavoro come aiuto cuoco, una casa, una stabilità per lui e la sua famiglia, i colleghi e il datore di lavoro lo descrivono come una persona tranquilla, ma in questi 11 anni non aveva mai accettato le regole di convivenza di questo paese che pure gli aveva dato accoglienza e lavoro, e non sopportava che sua figlia si trovasse bene, fosse quella che tutti definiscono una ragazza normale.

Così il padre ha seguito i due ragazzi e li ha affrontati, il fidanzato di Sanaa non è riuscito a salvarla, la lama gli ha ferito le mani e l’addome e Sanaa è finita sgozzata dall'ira paterna e poi oltraggiata con una bottiglia rotta.

La madre della giovane, inizialmente sembrava avere descritto l’uomo come un padre-padrone, ma ora abita a casa dell’imam di Pordenone, sotto la protezione sua e del cognato e dichiara di aver perdonato il marito, della figlia ha detto: “forse, ha sbagliato anche lei” forse, in quel forse, mi è sembrato di vedere l’unica flebile solidarietà espressa per sua figlia. Ma come può quella donna dire cose differenti da quelle che le suggeriscono?

E’ la solita storia, una donna che parla poco l’italiano, che ubbidisce da sempre agli uomini, che ha altre due figlie a cui pensare, chiederle di ribellarsi, di difendere la memoria di una figlia morta per lei è troppo, finirebbe sola, isolata da tutti e da tutto a combattere contro un mondo di uomini.

Così parla poco, sembra ripetere parole suggerite, cerca di non fare errori, di non contraddirsi, chissà quali pensieri non pronunciabili le passano davvero per la testa, chissà cosa spetta in sorte a lei e alle sue due bambine, nate e cresciute in Friuli, dove mettere i jeans e truccarsi gli occhi non è disdicevole.

Il fidanzato di Sanaa dal letto d’ospedale dice che la religione non c’entra, si è trattato di un padre che non accettava l’indipendenza della figlia, la sua intraprendenza, un po’ come gli immigrati degli anni 60 che dal sud venivano al nord.
Già, forse, ma le donne del sud hanno iniziato a lavorare ad alzare la testa a cambiare pettinatura e abbigliamento e mentalità, gli uomini hanno finito per arrendersi e apprezzare.

Qui le cose sono più difficili, perché l’islam non separa la cultura che evolve dalla religione, e una donna che lavora e mette i jeans, una donna che s’innamora di un uomo non musulmano, non tradisce solo le attese di suo padre, ma della comunità tutta, tradisce Dio e questo non è tollerato.
A queste donne spetta un compito davvero duro e pericoloso, il compito di alzare la testa, di ribellarsi a un mondo che non le considera degne di parola, di scelta, che le vuole sottomesse e ubbidienti.
A noi spetta il compito di dare loro il nostro sostegno devono sapere che ci sono luoghi dove chi alza la testa, è aiutato, difeso, bisogna trovare il modo di far sapere loro che non sono sole, è l’unica possibilità per tutti, perché si avveri un cambiamento, perché la convivenza e l’integrazione siano vere.


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7 marzo 2009

8 marzo. Vi racconto una storia

Si celebra in questi giorni la laica e spesso laicista festa della donna.

I giornali dibattono sulle teorie del femminismo laico che in casi estremi ipotizza che l’uguaglianza consista nell’eliminazione delle diversità, tutte, anche quelle di tipo sessuale e che quindi la maternità sia un handicap insormontabile, le donne per essere libere e quindi felici non devono fare figli, se li fanno non devono allattarli, perché questo ruba tempo prezioso alla carriera…

Altri invece teorizzano che le donne stanche del femminismo vogliano tornare a casa tra i fornelli…(a nessuno viene il sospetto che a volte le donne siano stanche, non tanto del femminismo, ma del doppi lavoro, casa, ufficio, bambini, palestra …

Ma io in questi giorni di celebrazione non voglio stare a disquisire sul femminismo, o sull’origine controversa di questa festa, ma raccontarvi una donna, una donna che ho conosciuto, moglie, madre, nonna, una come tante, di cui non avrete visto la foto sui giornali e nemmeno un’intervista da Marzullo.

Si chiama Tonina, vive vicino a Saronno in provincia di VA, l’ho incontrata la prima volta qualche anno fa, andai a casa sua per conoscere sua figlia Simona, ballerina di successo, ha ballato davanti a Papa Giovanni PaolooII in occasione dell’apertura del Giubileo, e per l’apertura delle Paraolimpiadi,

Simona è anche un’affermata pittrice, recentemente è stata aperta una mostra permanente a London Ontario – in Canada dove sono esposti i suoi quadri.

Grande amica di candido Cannavò recentemente scomparso, nel suo libro e li chiamano disabili, Cannavò raccontò la sua storia e la sua immagine compare in copertina…

Insomma, ero lì per conoscere Simona, ma mi feci conquistare dai modi gentili e dalle parole mai dette a caso o per riempire il silenzio di sua madre. (...)

Decisi che sarei tornata a intervistarla, mi incuriosiva quella donna.

E così feci, ma non fu un’intervista, passai con lei un pomeriggio a chiacchierare come se ci conoscessimo da tempo, mi parlò di quando nacque Simona, una bimba senza braccia, era il 1974

E di quando lei le insegnò ad usare i piedi per portarsi il ciuccio alla bocca e vi furono persone che per questo s’indignarono, ma lei tirò dritta per la sua strada, e quando Simona espresse il desiderio di ballare, visto che lo faceva Gioia la sua sorella più grande, lei non le disse “ tu no” ma “perché no?” e così Simona imparò a ballare, e a quattro anni iniziò a dipingere, usando i piedi, perché uno deve usare ciò che ha i talenti che gli sono stati dati, ed ora a London in Ontario CANADA c’è una mostra permanente, dove sono esposti i suoi quadri... 
... 

Poi continuando nelle nostre chiacchiere Tonina mi raccontò delle difficoltà incontrate per ottenere la patente per poter guidare l’auto, si lo so, sembra una cosa molto difficile ma vi assicuro che Simo guida L’auto senza usare le braccia e senza protesi e lo fa molto bene.

Mai, nelle parole di Tonina troverete una lacrima di rammarico, ma solo gratitudine per quello che la vita le ha donato, non è felice nonostante tutto, ma grazie a quel tutto che le è stato permesso di vivere, ed è questo che comunica a chi le sta vicino...

se vuoi continuare ad ascoltare questa storia CLICCA QUI




8 marzo 2008

8 marzo. Una melodia in regalo


Questa mattina nel cortile del palazzo dove lavoro, un uomo suonava con la tromba vecchie melodie.

Ci ha strappato un sorriso con la sua insolita iniziativa.
Noi donne siamo fatte così, apprezziamo le sorprese, anche quelle di un vecchio artista di strada.

Quando l’ho raggiunto per ringraziarlo e versare un obolo mi ha raccontato che nel cortile accanto, un uomo era uscito e lo aveva cacciato - sciò, sciò - <em>“non ride più nessuno, hanno tutti il muso, ma domani è la festa delle donne e io faccio solo un omaggio”,</em>mi ha detto.

Bravo, quest'anno niente mimose, niente auguri di circostanza, ma una bella melodia che porta con sè ricordi di un tempo passato, dove le donne erano "signorinella pallida". 

Sono stufa della della parità che somiglia alla solitudine, ad una delega in bianco, mi piacerebbe una parità che riconosca e rispetti le differenze, una parità che riconosca il merito e lo gratifichi come se fosse "maschile", una parità che non sia "una quota" come per le foche nelle riserve, ma il riconoscimento di un ruolo.

Le donne sono preziose, sia che lavorino fuori casa, sia che lavorino tra le mura domestiche, e la parità sarà "vera" solo quando questa sarà una scelta libera e non dettata dalle necessità.
Quando i tempi del lavoro non chiederanno alle donne di rinunciare alla famiglia per non essere da meno dei colleghi uomini.
Quando il corpo delle donne non sarà nè in vendita, nè nascosto da drappi imposti.

Altro che manifestazioni per ribadire il diritto ad abortire, la libertà che vogliamo è quella di essere noi stesse, di non dover sempre dimostrare di essere come i maschi, perchè siamo donne, diverse da loro grazie a Dio e qui sta la nostra forza e la nostra fragilità,.

Siamo stufe di chi regala mimose per mettersi la coscienza in pace, ma poi in certe circostanze, quando servirebbe il suo sostegno, dice: "fai come vuoi" e in quelle parole c'è tutta la solitudine e la delega che non assomiglia neppure lontanamente alla libertà.

Vorremmo che il mondo del lavoro si strutturasse in modo da essere più umano anche con chi vuole essere libera di non rinunciare a fare figli per poi ritrovarsi con una carriera e un figlio che non arriva, perchè il ciclo biologico non conosce lifting e quando il tempo scade tutto diventa difficile e doloroso.

Buon otto marzo.


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2 luglio 2007

DONNE

Una giornalista della Msnbc si rifiuta di leggere la notizia sull’ereditiera.

NEW YORK - Doveva leggere la notizia della ritrovata libertà di Paris Hilton prima delle news che riguardano gli orrori e le quotidiane vittime americane in Iraq. Ma la giornalista Mika Brzezinski si è rifiutata categoricamente di seguire questa scaletta e dopo aver tentato di bruciare il foglio dove era stata battuta la notizia del rilascio della bella ereditiera, l’ha strappato indignata.
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Il coraggio di dire no, di scegliere, di cambiare...                     


 


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