.
Annunci online

  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







28 giugno 2011

Fano: strupro sulla spiaggia

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani? A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi.

Il male esiste da sempre. Si potrebbe dire che è il desiderio dell’uomo di fare da sé, di stare fuori da ogni regola, di essere anche per un solo attimo, Dio.
Un attimo che può rovinare la sua vita e quella degli altri, a volte irrimediabilmente.
L’altra sera tre sedicenni sul lungomare di Fano hanno conosciuto tre ragazze, loro coetanee, poteva essere una tiepida serata estiva, dove si ride, si scherza, ci si conosce e chissà, magari nascono amicizie. Invece hanno trascinato una delle ragazze su un tratto di spiaggia libera e a turno l’hanno violentata.

In un attimo hanno rovinato la vita di quella ragazza e la loro.
Erano in tre, forse avevano bevuto, ma nemmeno uno di loro ha avuto il coraggio di dire “no”, di riconoscere il male, di scegliere il bene.
Nessuno di loro ha avuto un barlume di umanità, la lucidità di dire “fermiamoci”.
Come animali, spinti dall’istinto e non dal cuore, comandati da quel creapopoli che hanno in mezzo alle gambe, forti dell’essere branco prima che uomini.

Non si sono lasciati intimidire dalla paura della vittima, dalle sue grida, dalle sue lacrime, su quella sabbia umida del lungomare, si sono sentiti padroni del mondo.
Arrestati negano la violenza.

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani?
A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi. Che sentono di aver vissuto a pieno una serata solo se bevono sino a stare male.
A questi giovani uomini che non guardano alle loro coetanee con il batticuore e l’emozione della scoperta, a queste giovani donne che sembrano cercare la parità dei sessi nella parità dei comportamenti.

Questa quindicenne vittima della violenza, crescerà, diventerà una donna, guarderà agli uomini con sospetto, con diffidenza, chissà se potrà mai scacciare quel dolore, la paura. Quel senso d’impotenza che quella notte ha generato in lei. Chissà se saprà credere ancora nella tenerezza, nella spontaneità di un abbraccio, nella dolcezza di cui è fatto l’amore.
E i tre ragazzi, che spero paghino per quanto hanno fatto, imparino che al male fatto non c’è rimedio, ma c’è la possibilità di ritornare ad essere uomini veri, questa volta veri, uomini capaci di discernere il bene e il male, di amare una donna, di vivere l’amicizia, e non è amicizia quella che si consolida nelle violenze di gruppo.
E noi? Noi adulti, capaci di amareggiarci davanti a questa gioventù. In fondo questi sono figli, studenti, nipoti nostri. Qualche amarezza, qualche domanda deve pur roderci dentro, perché sono cresciuti alla nostra tavola, magari con l’iPod nelle orecchie per non sentirci.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Fano stupro educazione tenerezza amore relazione

permalink | inviato da anerella il 28/6/2011 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



25 febbraio 2011

L'esperienza più bella innamorarsi

 

(...) Qual è l’origine di questo bene di cui siamo così grati? È l’esperienza cristiana.
Non è sempre stato così, come testimonia la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “è lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?”. E aggiunse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. I discepoli gli dissero: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. (Mt 19,3-6.10)
Non dobbiamo sorprenderci, quindi.
La stessa cosa che a tanti oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli. Solo la grazia di Cristo ha reso possibile vivere la natura originale della relazione fra l’uomo e la donna. È importante guardare a questa origine per poter rispondere alle sfide che dobbiamo affrontare. Noi cattolici non siamo diversi dai più; molti fra noi hanno problemi nella vita familiare. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non sono perseveranti di fronte alle numerose difficoltà esterne e interne che attraversano. E quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le tentazioni della vita. Ce lo ha ricordato il Papa: “Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 25).
Dobbiamo far nostro quello che abbiamo ricevuto per poterlo vivere nella nuova situazione che siamo tenuti ad affrontare, come ci invita Goethe: “Ciò che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo di nuovo per possederlo veramente”.
Per riappropriarci veramente dell’esperienza della famiglia dobbiamo imparare che “la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna – come ha detto Benedetto XVIaffonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da quì. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?”. Davvero la persona amata ci rivela “il mistero eterno del nostro essere”. Nulla ci risveglia talmente, e ci rende così coscienti del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto l’esperienza di essere amato. La sua presenza è un bene così grande che ci fa rendere conto della profondità e della vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Le parole di Cesare Pavese sul piacere si possono applicare alla relazione amorosa: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito”. Un io e un tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito.
In questa esperienza, a entrambi si svela la propria vocazione.
Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un “raggio divino”, ossia un segno che rimanda più oltre, a un’altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi: “Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. Con queste parole il genio di C. S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cede all’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. E la relazione finisce per diventare insopportabile.
Come diceva
Rilke, “questo è il paradosso nell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell’orizzonte di un Amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno”.
 
La più bella esperienza, innamorarsi

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù perché l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37.39). Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo – la Bellezza fatta carne – più della persona amata, questo rapporto appassisce. È Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e col tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l’impeto col quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore, col tempo, si corrompa.
Questa è l’audacia della sua pretesa. Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che appartenere all’ambito della comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4,18) senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma, nemmeno cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: “Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (Gv 4,15).
Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che “a Dio nulla è impossibile”. Solo una tale esperienza può mostrare la razionalità della fede cristiana, come una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto in questo modo costituisce la migliore proposta educativa per i figli. Attraverso la bellezza della relazione fra i genitori, essi vengono introdotti, quasi per osmosi, al significato dell’esistenza. Nella stabilità di questa relazione la loro ragione e la loro libertà vengono costantemente sollecitate a non perdere una tale bellezza. È la stessa bellezza, che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani, che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare
 
 
A Madrid e all’origine del matrimonio con Goethe, Cristo, Pavese e Lewis.
Contributo di Julián Carrón su “EL MUNDO” Alla manifestazione per la famiglia del 30 dicembre 2007, festa della Sacra Famiglia.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. matrimonio felicità educazione

permalink | inviato da anerella il 25/2/2011 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 marzo 2010

Preservativo? Chiedete di più...


 CHIEDETE di più scegliete la felicità
Ragazzi, i primati son primati, non si scherza e Roma caput mundi ha battuto tutti, i giornali di questi giorni dicono che è romano il primo liceo in cui è stato installato un distributore di preservativi.

E’ il liceo Keplero e da oggi tutti i genitori terranno senz’altro conto di questa eccellenza quando dovranno scegliere la scuola per i loro figli, i benefit son benefit e in questo liceo i preservativi saranno venduti a prezzo di fabbrica, tre pezzi 2 euro.

Ma non crediate si tratti di sola propaganda, no, qui si tratta di una cosa seria, di una vera attenzione all’educazione delle giovani generazioni che con la loro paghetta devono già comperarsi le sigarette, la ricarica telefonica e poi magari vanno a risparmiare sui preservativi, si sa “so’ ragazzi”, meglio calmierare i prezzi.

Le famiglie possono stare tranquille, ci pensa la scuola e insieme all'installazione dei distributori verrà svolto un seminario di formazione della Lega Italiana per la lotta all'Aids sulla prevenzione dell'Hiv, slogan dell'iniziativa: "Se vuoi amare fallo con la testa. Proponi al tuo preside l'installazione gratuita di distributori di preservativi e assorbenti nella tua scuola".

Insomma più preservativi e assorbenti per tutti!

A dire il vero facendo un giro sul web si scopre che in qualche altra parte d’Italia un tentativo di distribuzione gratuita c’era già stato, e che in altri paesi europei è cosa consueta, ma i ragazzi saranno più felici? Avranno almeno una sessualità più consapevole? Alcuni studenti su un blog studentesco scrivono: “… eppure i distributori di preservativi in Francia ci sono. (…) e anche in Inghilterra e perfino nella cattolicissima Irlanda e da noi no. Non sfugge a nessuno qual è il motivo. Ha a che fare con quel signore gentile e buono (di questo sono convinto), vestito di bianco che sta a Roma?”

Già, per alcuni - è tutta colpa del Papa - se non ci fosse lui non ci sarebbero l’aids, l’aborto, le gravidanze precoci.

Suvvia ragazzi e adulti, siate seri.

Visto che si cita come esempio l’Inghilterra andiamo a vedere se la massiccia distribuzione di preservativi è servita ad educare le generazioni a un amore responsabile, si direbbe di no, visto che le gravidanze precoci sono in aumento, che l’età della prima gravidanza si abbassa e che in alcune scuole ci sono classi apposite per giovani gravide.

Ma tant’è, l’ideologia non guarda in faccia nessuno, figurarsi se guarda ai fatti.

Si ha l’impressione che gli adulti incapaci di educare a un amore responsabile ripieghino sull’educazione ad una 'sessualità responsabile' cercando scorciatoie.

Si spera che corsi di educazione sessuale che spiegano l’amore come fosse un gioco al quale partecipare cercando di non farsi male, o una malattia dalla quale proteggersi, possano portare le nuove generazioni se non ad essere felici almeno ad un sesso senza conseguenze.

Nessuna incertezza in questi adulti, nessun dubbio che le risposte siano fragili, inadeguate, anzi, chi non è d’accordo è un bacchettone.

Per cui la Chiesa taccia.

Ma la Chiesa non è dei preservativi che si preoccupa, ma dell’educazione dei giovani per questo afferma: "La strada maestra resta l'educazione alla responsabilità delle persone, specialmente dei più giovani, nell'uso della sessualità, che è un dono dell'amore di Dio puntando sulla valorizzazione del proprio corpo e di quello dell'altro nell'ottica del dono disinteressato di sé. In conclusione restiamo convinti e ci adoperiamo affinché la scuola, insieme alla altre agenzie educative, si impegni ad illuminare i giovani a diffidare dalle scorciatoie che non di rado conducono alla insignificanza della vita".

Come darle torto?

Ma per difendere i giovani dalle scorciatoie della vita bisogna essere adulti consapevoli che l’amore è cosa grande, che l’usa e getta non risponde all’esigenza dell’uomo di essere felice.

Qui invece parliamo di adulti che credono che la libertà consista, cito da alcuni blog: “...del fare del proprio corpo ciò che ci pare, senza arrecare danni alla salute altrui”.

Sarà anche libertà, ma la felicità miei cari è altra cosa, è quando l'eros si cura dell'altro prima che di se stesso e diventa agape, amore disinteressato, merce rara, preziosa, gratificante, inebriante, che non viene venduta a basso costo nel distributore automatico accanto a quello delle merendine.

Ragazzi non fatevi ingannare, chiedete di più a questo mondo di adulti di un distributore di preservativi.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. preservativo amore educazione

permalink | inviato da anerella il 11/3/2010 alle 15:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



23 febbraio 2010

"Lapidiamo i bambini down" Chi educa gli idioti?

Su Facebook sembra scoppiata una guerra tra bande.
Nascono gruppi, simpatici, goliardici, come i mangiatori di Nutella, ma anche demenziali, come l’ultimo in ordine di tempo ''GIOCHIAMO AL TIRO AL BERSAGLIO CON I BAMBINI DOWN'' che domenica prima di venire chiuso contava circa 1300 iscritti, a riprova che la madre degli idioti è sempre incinta.
Subito si sono scatenate le proteste di associazioni, genitori di bambini down, e la controffensiva internettiana, ecco così nascere il gruppo “CONTRO IL TIRO A BERSAGLIO CON I BAMBINI DOWN”, e vai con i messaggi di solidarietà, ma anche con insulti e offese agli antagonisti.

Sembra che non si possa fare a meno di dividersi in buoni o cattivi, gli uni contro gli altri schierati, ma queste “prese di posizione” spesso rischiano d’essere guerre virtuali, che finiscono nel giro di qualche settimana e non portano frutti, se non quello di “contare” gli appartenenti ai singoli gruppi come si trattasse di curve allo stadio.

Non dimentichiamo che i bambini down che nascono nel nostro paese sono i fortunati scampati alle diagnosi prenatali grazie a genitori amorevoli o alla sorte, perché abortire i bambini down non è reato nemmeno a gravidanza avanzata, lo chiamano “aborto terapeutico” che è come dire “omicidio curativo” o selezione della razza.

Allora, va fatta una riflessione che va oltre alle prese di posizione internettiane, le guerre non servono.

I down sono persone, con gli stessi diritti e desideri di ognuno di noi, sempre.
Sono eterni bambini che hanno bisogno di quello di cui abbiamo bisogno tutti, attenzione, affetto, amicizia... va bene condannare chi li vorrebbe morti, ma cerchiamo di non cadere nell’ipocrisia.
Perché la reazione non basta se non viene sollecitata continuamente la società e la politica ad avere maggiore attenzione, ad investire in supporto alle famiglie, alle scuole alle associazioni che investono su questa diversità che è un valore e una ricchezza per tutti.

Se vogliamo che i nostri figli imparino il valore della vita, la solidarietà, dobbiamo permettere loro di viverla questa solidarietà, questa accoglienza della vita in tutte le sue manifestazioni, di vederla tra le mura domestiche, non basta insegnare loro che i down sono simpatici, perché a volte non lo sono, sono pignoli, testardi, hanno i difetti di tutti, ma non valgono meno di chi non ha gli occhi a mandorla, hanno di certo uno sguardo e una sensibilità per così dire “infantile” che permane nel tempo e quindi ci richiamano continuamente all’essenziale.

Le nuove generazioni impareranno il rispetto per gli anziani, il valore della vita, l’amore per le cose belle, se ci vedranno vivere questi valori.
Non possiamo pensare di essere favorevoli all’aborto certo, ma solo in caso di bambini imperfetti che poi per noi sta per infelici, non possiamo pensare di volere per i nostri figli delle classi dove non ci siano problemi, handicappati, stranieri ecc…, non possiamo sostenere che l’alimentazione di un disabile in coma è accanimento terapeutico e poi stupirci se i giovani odiano il diverso, scansano la fatica di vivere, immaginando a torto che la felicità stia proprio nella perfezione, nell’assenza di dolore e fatica, nel non assumersi responsabilità.

La madre degli idioti è sempre incinta, è vero, ma “chi è la madre”, chi educa le nuove generazioni? Pensiamoci.




29 dicembre 2009

Bambino "depositato" in aeroporto

 

Cosa fa crescere un albero, forte e sicuro? La cura che il contadino gli ha prestato quand’era giovane, il sostegno che gli ha messo accanto perché il vento non lo curvasse, il concime che ha ingrassato la terra che gli dava nutrimento, le potature che gli hanno rinvigorito la chioma, permettendo ai rami di crescere forti e di saper reggere il peso dei frutti.

Il passare delle stagioni lo ha trovato forte e vigoroso, i rami protesi verso il cielo, incurante delle stagioni che si alternano, capace di dare fiori e frutti e nuovi virgulti.

Così anche per i virgulti d’uomo, quelle nuove generazioni che la pubblicità chiama “di domani” e assicura siano bisognosi di alimenti speciali, giochi adatti, pannolini e indumenti su misura, tutto per crescere sani e forti, ma non basta. Ci vuole un buon “contadino” non necessariamente ricco o colto, puoi mangiare pane e cipolla, alimento forse non adatto alla crescita di un piccolo ma avere la certezza che è ciò che di meglio hanno da darti coloro che ti amano. Puoi non avere giochi che sviluppano l’intelligenza, ma persone che dedicano alla tua intelligenza il loro tempo e le loro passioni, facendoti sentire un principe, importante e indispensabile. Potrai non essere un viaggiatore ma un uomo capace di viaggiare in ogni angolo del mondo con la fantasia.

Penso al quel bimbo di sei anni che doveva essere scambiato come il testimone di una maratona “in corsa” da un padre che doveva andare ai Caraibi con la nuova compagna e le sue figlie e da una madre che doveva arrivare in tempo in aeroporto per aprirgli le braccia e accoglierlo alle 10 e ripartire con lui alle 12.

Ma si sa, la vita è disseminata di ostacoli, così la madre era in ritardo per il “cambio di testimone”, l’aereo del padre stava per partire, dicono le cronache che la sua nuova compagna pareva seccata dal contrattempo, chissà forse sono solo malelingue, sta di fatto che quel bambino di sei anni, l’età in cui si crede ancora a Babbo Natale e all’amore vero e forte degli adulti, si è trovato ad essere il classico “terzo incomodo” - perdere l’aereo? – Non se ne parla nemmeno

Il padre ha pensato bene di chiedere al suo avvocato una consulenza “che fare?”

Certo, perché certe scelte è meglio farsele consigliare, meglio avere qualcuno su cui scaricare le responsabilità.

Così ecco il bambino affidato al calore di un “centro assistenza viaggiatori”, certo sarà poi arrivato qualcuno a prenderlo e spero abbia trovato le parole e i gesti giusti per tamponare la ferita, ma soprattutto spero che trovi qualcuno non necessariamente una madre o un padre, capace di testimoniargli nel tempo che esistono adulti per i quali un figlio può essere una responsabilità gioiosa, adulti che non hanno dubbi su cosa conti di più nella vita.
Parlo per esperienza, a volte basta incontrare una famiglia che testimoni che un modo vero di vivere, un modo buono, diofferente da     quello che respiri e sperimenti ogni giorno c'è, perchè un bambino cresca avendo fiducia nel futuro e certezze sulle quali costruire il suo domani.




19 novembre 2009

VORREI ESSERE BELEN

CLICCA E ASCOLTA

Alla domanda "chi sarò da grande?", i bambini di oggi pensano soprattutto ai personaggi televisivi, poco o niente alle persone socialmente impegnate.

Indagine Eurispes: sono schiavi della tv e vanno matti per i Cesaroni e i Simpson.
Il modello di riferimento per i bambini tra i 7 e gli 11 anni? Valentino Rossi (per il 16%, e per il 28,8 fra i maschi) e Belen Rodriguez (8,2%), ma non solo: anche Michelle Hunzicker e Mike Bongiorno (i preferiti dal 31%) e addirittura Fabrizio Corona per quanto da una percentuale minima, l'1,2%. A dirlo è il decimo Rapporto nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza presentato da Eurispes e Telefono Azzurro. 



Non vi meraviglierete vero?

Niente di nuovo, cosa potevamo aspettarci, la realtà è sotto gli occhi di tutti, la tv la fa da padrona in casa nostra, ma soprattutto fa da despota, spesso baby sitter unica e incontrastata.
I nonni lasciano guardare, nella speranza che i genitori arrivino presto a prendersi i figli, i genitori delegano alla scatola illuminata la serata perché la sera si sa, siamo tutti stanchi e abbiamo un sacco di cose da fare.
C’è solo lei, e questo non è certo colpa dei bambini.
Se non li tieni impegnati con altre attività mentre la tv è spenta, se non hai tempo da dedicare loro, lei si impadronisce delle loro menti.

Se almeno trasmettessero ‘Non è mai troppo presto’ trasmissione gioco in cui si insegna l’inglese ai bambini, e a seguire ‘Gli altri giovani del mondo’ dove raccontare come vivono gli adolescenti del terzo mondo, e se si parlasse di amore, inteso come forma altra dell’espressione umana e non come forma genitale di arrivismo, allora anche la tv avrebbe un suo perché, ma sino a che con la merendina ci propinano 'uomini e donne' non possiamo poi stupirci se Belen diventa un mito e se nessuno vuol più fare il dottore, il veterinario o il missionario in Africa.

Almeno guardatela con loro la tv, ma siate critici, ditegli che il dottor Martini ha delegato la paternità a suo padre e si comporta come un adolescente con tempesta ormonale, che i reclusi del 'Grande Fratello' cercano di farci passare per normale ciò che normale non è, che non bisogna aspettare che ci sia una telecamera a riprenderci per chiedersi scusa. Che la famiglia allargata dei Cesaroni sembra allegra e senza problemi, ma che in realtà non è così, le separazioni non sono mai indolore, e la famiglia ha bisogno di amore e di perdono, di dialogo e di correzione, di disponibilità e di uno sguardo al bene di tutti.

Dite loro che anche se usa andare a letto con uno al primo appuntamento questo non è bene, non perché è peccato, ma perché è affrettato, perché anche oggi l’amore ha i suoi tempi e le sue attese e non è il preservativo che ti salva, ma l’intelligenza.

Ditelo, perché se certe cose non le dicono più nemmeno i genitori, che vogliono sembrare “sempreverdi” imitando i figli, questi poveri figli cresceranno come canne al vento e si appoggeranno a miti come Corona e Belen con risultati che non hanno bisogno di immaginazione.
Quindi ditelo cos’è bene e cos’è male, cos’è giusto e cos’è sbagliato, criticatela quella scatola luminosa, in fondo è solo un elettrodomestico, ditelo che avete letto un bel libro e che ne varrebbe la pena, forse non lo leggeranno subito, ma sapranno che c’è chi lo fa, ditelo che c’è un film che non è il solito panettone di Natale e vorreste vederlo con loro, ditelo che essere genitori comporta delle scelte e dei no, perché crescendo altrimenti finiranno per rimproverarvi per i no non detti, più che amarvi perché avete lasciato che tutto fosse loro permesso.




12 settembre 2009

COSI' FAN TUTTE

Così fan tutte anche su Italia1  clicca e ASCOLTA

Era fine settembre, con la mia famiglia avevo partecipato al matrimonio di una cugina, s'era mangiato, cantato e ballato fino a sera, poi, salutati gli sposi la festa era proseguita a casa dei genitori della sposa.

Una casa di campagna, il sentiero costeggiava il vigneto, la notte era tiepida, profumava di un autunno appena accennato.

Il gruppo s'era riunito in caneva, una sorta di cantina con il pavimento in terra battuta, i salami appesi in coppia ai travi di legno in attesa di stagionatura, le botti dove il vino della recente vendemmia se ne sta a riposo, gli uomini se ne stavano in piedi attorno alle botti, di tanto in tanto qualcuno gridava, "viva gli sposi", applauso, "evviva" e via a riempire  i calici, si rideva di tutto e di niente. Qualcuno iniziò a raccontare l'ultima storiella, e gli altri dietro, sino ad arrivare alle barzellete "spinte" il dialetto è bellissimo anche per questo, perchè racconta il sesso e la sua pratica con modi che a volte sanno di poesia, o con una goliardia che attinge alla quotidianità.

Io me ne stavo in disparte ad ascoltare, orgogliosa del mio vestito nuovo, ad un certo punto qualcuno mi nota e mi domanda

- quanti anni gheto? 

- quattordici

Lo dico con un certo orgoglio, sapendo che il fisico non mi supporta e che ne dimostro meno, lui mi squadra e poi dice: - te poi scoltare anca ti, ormai te si granda  (puoi ascoltare  oramai sei grande)

Ricordo ancora quella frase che mi ammetteva al mondo degli adulti.

C'era un tempo e un modo per tutto, e il mio tempo era arrivato, potevo ascoltare senza più origliare, e potevo far sapere a tutti che da tempo comprendevo (almeno così pensavo all'epoca) certe allusioni e certi doppisensi

Ricordo perfettamente la barzelletta che seguì, a dire il vero quasi da educande, ma era entrata a far parte dei miei ricordi.

Ecco perchè trovo giuste le proteste per la nuova sketch comedy di Italia 1 in onda il venerdì alle 20, COSI' FAN TUTTE, protagoniste Alessia Marcuzzi e Debora Villa,  dove il sesso viene raccontato e sbeffeggiato con sketch  a dire il vero molto divertenti, ma che a quell'ora risultano essere un piatto servito a tutta la famiglia indistintamente, senza tenere conto delle diverse sensibilità e per di più con un bel bollino verde.

Poi ci lamentiamo dell'emergenza educazione, dell'emergenza bullismo, ci lamentiamo perchè gli adolescenti si dedicano precocemente al sesso, ma non facciamo gli struzzi, siamo adulti irresponsabili, che non hanno a cuore il bene dei più piccoli, che non tengono conto che c'è un'età per tutto e che non basta dire "Così fan tutte" c'è un tempo e un luogo anche per i doppisensi e le risate grasse. C'è un tempo per le favole e un tempo per "le mele", e i tempi vanno rispettati perchè per andare in montagna si inizia dal basso a piccoli passi, solo così si impara a scalare la vita.

 




14 maggio 2009

Adolescenza e speranza

 

Sono stata adolescente quando Guccini cantava "l’avvelenata", quando si girava con il cappotto sbottonato in pieno inverno per mostrare a tutti la cintura di Gucci, quando i blues jeans erano un simbolo irrinunciabile, ma io non ne ho mai posseduti un paio, mia madre era contraria per principio, avrei fatto carte false per avere un paio di Wrangler ma lei niente, solo imitazioni acquistate al mercato, quando tutti avevano il motorino, io non avevo nemmeno il permesso di usare il vecchio Garelli di mio padre, quando mi diplomai ai miei amici regalarono l’iscrizione alla scuola guida e a me una bicicletta, non potevo uscire la sera perché mia madre diceva che il mondo era popolato da gente poco affidabile, ho pianto, urlato, scritto lettere strazianti rimaste senza risposta, non rivivrei quegli anni nemmeno se me li regalassero insieme alla giovinezza, ma non ho mai pensato che la vita fosse brutta, certo, volevo cambiare, fuggire, volevo una famiglia differente dalla mia, ma la vita mi sembrava una grande opportunità e io mi sentivo un uccello in gabbia con le ali tarpate che non vedeva l’ora di poter volare.

Quelle fatiche, quei soprusi a volte inutili, mi hanno forgiata, si poteva farne a meno, ma tant’è, quella era la mia vita e un senso doveva pur esserci.
Diventando madre ho capito che alcuni errori si ripetono in buona fede, altri si evitano, non c’è nulla della vita da cui non si possa imparare ad essere migliori.
L’educazione di uomini e donne che solchino la strada del futuro è il compito più difficile e più arduo, spesso un compito che le famiglie svolgono in solitudine.
Ecco perché quando ho letto della studentessa quindicenne di Lecce, impiccatasi in casa mi si è spezzato il cuore, perché non c’è dolore più grande di un figlio che decide che non valga la pena di vivere, di un figlio che se ne va così, lasciandoti solo interrogativi e sensi di colpa che solcheranno i tuoi giorni per sempre, domande a cui non avrai mai risposta.

La studentessa di Lecce era brava a scuola, senza problemi particolari se non i soliti conflitti adolescenziali, il giorno in cui ha scelto d’impiccarsi si festeggiava la comunione di suo fratello e lei non aveva voluto partecipare alla cerimonia, né alla festa, voleva uscire con i suoi amici, per questo il padre le aveva tolto per punizione il cellulare, chi può dargli torto, chi può pensare che si trattasse di un sopruso invivibile, insuperabile, nessuno.
Lei ha passato il pomeriggio in casa a conversare al telefono fisso con le amiche, senza una parola su quanto tramava. Forse non voleva morire, voleva solo fingere un gesto estremo per attirare su di sé l’attenzione, forse voleva solo scherzare con la morte convinta di vincere ed invece è toccato al padre rientrato dalla festa alle 23 trovarla impiccata con un lenzuolo.

La sua bambina, la sua piccola donna che si credeva così grande da non dover condividere una giornata di festa con la sua famiglia, che si credeva così grande da poter bastare a se stessa, ha reso la vita di chi le voleva bene un sentiero irto e difficile, li aspettano giorni di dolore, di dubbi e spero davvero che non siano giorni di solitudine perché nessuno potrà togliere loro il dolore e la fatica, ma la compagnia potrà aiutarli a portare il peso di questo dolore e superare quei giorni che sembreranno più bui degli altri guardando al futuro, all'altro figlio da crescere, guardando alla vita e alle cose buone che offre, e scoprendo che nulla accade senza un senso, nemmeno il più grande dei dolori.




22 luglio 2008

Nicole tradita dalla voglia di vivere al massimo

 

Un professore che l’aveva conosciuta alle scuole medie, assicura che Nicole Pasetto era una ragazza “con la testa sulle spalle”.
Era in vacanza con i suoi genitori a Sottomarina e si era portata i libri per ripassare, anche se non aveva debiti da riparare.
Nel suo diario sul web Nicole si descrive come un’adolescente come tante, romantica, che ama l’alba e il tramonto, non beve birra, ma fuma molto e spera presto di poter prendere la patente, racconta che cerca amicizia, che quando si annoia fuma e si racconta così: <em>«...c'era una volta una piccola bambina di nome Nicole. era sempre triste, chiusa in se stessa e voleva sempre e solo la sua mamma; amava stare da sola.. col tempo il suo carattere è cambiato molto facendola diventare una ragazzina ribelle che non aveva paura di niente e che odiava il mondo che la circondava, poi gli anni sono passati fino a che la ‘piccola Nichi’ è diventata un'adolescente con tanta voglia di vivere al massimo la vita, tanta voglia di divertirsi, di fare tutte le esperienze possibili e di essere sempre lei stessa».</em>

Parole che potrebbero scrivere tanti adolescenti, la voglia di “vivere al massimo” di provare tutte le esperienze possibili e allo stesso tempo di rimanere se stessi.

Se stessi? Il guaio è che spesso gli adolescenti non sanno chi sono, le esperienze possibili che incontrano sulla loro strada sono esperienze di sesso, droga, sballo, e non esistono persone capaci di indicare loro altre strade, di dire loro che per trovare se stessi bisogna misurarsi con la vita e non con la fuga da essa.

Sono finite le generazioni dell’impegno politico o sociale, gli adolescenti come Nicole guardano Uomini e Donne, sognando di innamorarsi di un bel fusto che gioca a fare l’innamorato per raggiungere per una via che spera breve fama e denaro.

Poi arriva una sera d’estate, la tradizionale <strong>Festa del Redentore</strong>, molti ragazzi come da tradizione si ritrovano sulla spiaggia del Lido di Venezia, ci sono anche Nicole e le sue amiche, pare abbiano fatto una colletta per acquistare la droga della morte.
Nicole si accascia sulla spiaggia, inutile la corsa all’ospedale di Dolo, Nicole non ce la fa.

La sua vita al massimo, il suo desiderio di provare tutto l’ha tradita e noi siamo qui a chiederci perché, dove abbiamo sbagliato, dove non abbiamo capito, e i giornali ci chiedono di rispondere ad un sondaggio - sei favorevole o contrario al test antidroga fornito alle famiglie per sapere se il proprio figlio nel fine settimana si droga.

Ma il problema non è nemmeno la droga, nè l’adolescenza, non è la libertà, il problema è la mancanza di educazione alla responsabilità.
Responsabilità verso se stessi, verso gli altri, chi parla più ai giovani di responsabilità?
Chi li educa ad assumersi degli impegni, a mantenerli, a prendersi cura degli altri?
I nostri ragazzi sono privi di proposte positive con cui confrontarsi, misurarsi ed affrontare la quotidianità e nella migliore delle ipotesi diventano apatici, solitari, oppure aggressivi, cinici.

Diceva una madre l’altro giorno, che gli oratori feriali non le sembravano un posto sicuro, perché gli “educatori” sono poco più che adolescenti che si prendono cura dei bambini più piccoli, meglio la professionalità dei centri gestiti da professionisti, sarà, ma io mi chiedo, in quale altro luogo s’insegna la gratuità? Il prendersi cura di chi è più piccolo gratuitamente? In quale posto si cresce guardando “i grandi” che giocano con te, che ti preparano la merenda,  ti medicano il ginocchio sbucciato, altri che sudano su un campo da calcio, che sedano le liti, ti precedono in montagna e ti segnano la via, gratuitamente?
E lo fanno bene, con impegno, con la consapevolezza di "andare al massimo" e i più piccoli guardano e imparano la responsabilità.




18 maggio 2008

Lorena, morte di un'adolescente

Lorena Cultraro aveva 14 anni, viveva a Niscemi un paese in provincia di Caltanisetta, giornali e Tv ci hanno fatto diventare familiare il suo volto anche se abitiamo a centinaia di chilometri da Niscemi, guardi quel viso dolce, gli occhi grandi, i capelli scuri e lisci e immagini un’adolescente che sta diventando donna, alle prese con i turbamenti e i batticuori dell’età, i primi amori, le confidenze con le coetanee, le frasi scritte sul diario.

Suo padre la chiama “la bambina”, racconta ai giornalisti che non era mai andata in discoteca, voleva fare la parrucchiera e si era fatta regalare la piastra con cui lisciava i capelli a tutte le amiche, studiava per il patentino, ascoltava Laura Pausini e vedeva in tv O.C, il Grande Fratello e Amici.
Poi un giorno è uscita dicendo che andava dalla nonna e non è più tornata a casa, ma questa non è la favola dove Cappuccetto Rosso sconfigge il lupo malvagio.
L’hanno cercata per 14 giorni prima di trovare il suo corpo in fondo ad un pozzo, legato ad una pietra, barbaramente preso a calci e pugni, bruciato e gettato via, senza pietà.

Colpevoli del delitto tre minorenni, dal loro interrogatorio emerge ancora una volta la banalità del male che affligge questi figli a noi sconosciuti.

Pare che Lorena avesse detto di essere incinta di uno dei tre ragazzi e il suo fidanzato ha emesso la sentenza di morte inviando agli altri due un sms. I tre minorenni messi alle strette hanno confessato di averla uccisa perché temevano la reazione delle loro fidanzatine, capite? Questi adolescenti di periferia, i pomeriggi passati a scorazzare in motorino, a giocare con la play, a tirar tardi a parlare di calcio e di donne come conoscitori consumati dell’universo femminile, davanti a un problema non esitano a liberarsi di un essere umano, di un’amica, di una persona che avevano detto di amare, con la quale avevano fatto sesso.
Nessuno ha fermato la mano degli altri, il branco si è dimostrato unito e compatto, l’hanno violentata, massacrata di botte, ne hanno occultato il cadavere e sono tornati alla vita di tutti i giorni.
Il giornale di Sicilia racconta che uno dei ragazzi dopo aver confessato il delitto ha detto al giudice: "Signor giudice, le ho confessato tutto. Ora posso andare a casa?" A quel punto, riferisce il quotidiano, il magistrato del tribunale dei minori gli ha gridato: "Ma lo capisci che hai confessato un omicidio? Ma dove vuoi andare?"

Come in una realtà virtuale.
Game over.
La partita è finita, si ricomincia, ho confessato il delitto, ora torno a fare quello che facevo prima.
Capite che non siamo lontani dal vero se tra le vittime, mettiamo anche i carnefici?

Tutti vittime di un vuoto educativo, dove non esiste più il bene perché non esiste più il male.
Dove apparentemente l’unico tabù è quello della fatica del vivere, delle responsabilità da assumersi.

Che Lorena fosse incinta oppure no, l’autopsia non è riuscita a riscontrarlo, ma conta solo ai fini dell’aggravante della pena per i tre minorenni.
Che fosse incinta o no, serve solo ad aggiungere dolore al dolore dei suoi genitori, sta di fatto che quella ragazzina con il viso dolce e gli occhi grandi, somiglia alla figlia della vicina, alle nostre alunne, alle nostre figlie, che crediamo di conoscere, come somigliano ai ragazzi che incontriamo tutti i giorni i tre carnefici, e allora inevitabilmente ci chiediamo se è davvero così, se davvero sappiamo chi sono.

Se davvero conosciamo il loro cuore, se siamo stati capaci di educarli alla vita, all’amore quello vero, quello per cui siamo fatti e a cui tutti aspiriamo.
Quell’amore che ci fa sentire unici, amati, capaci di rendere felice un altro essere umano.

Di certo ai nostri figli non mancano le informazioni, sono continuamente sottoposti a stimoli mediatici che non fanno distinzione tra piccoli e adulti.
Le ragazzine guardano Sex and the City, persino i cartoni animati sembrano telenovelas per adulti, le rubriche di lettere delle riviste per adolescenti ci raccontano un mondo di piccole donne che hanno sentito molto parlare di sesso, che spesso lo praticano in giovane età come si trattasse di un gioco, di un diversivo come tanti altri, un modo per attirare l’attenzione, per sentirsi grandi, piccole donne che non conoscono l’amore e spesso lo temono, ma che fanno del sesso un “metodo di scambio”, ragazzi che confessano alla rubrica delle lettere le paure di sempre, che cercano l'amore romantico ma fanno sesso nei bagni delle discoteche.

Le cronache raccontano di studentesse che vendono il loro corpo per pagarsi l’affitto, di adolescenti che sul Bus che le porta a scuola offrono prestazioni sessuali in cambio di ricariche telefoniche, di assemblee di classe dove quattordicenni fanno sesso orale di fronte ai compagni che riprendono la scena con il telefonino.
E’ chiaro che qui l’amore non ha posto, che il sesso è solo un diversivo come un altro, un modo per esibire la propria esistenza, per dire “io esisto”.

E noi adulti? Spesso si ha l’impressione che il mondo degli adulti sia incapace di agire.
Scandalizzarsi è poco politically correct, si sa, il mondo è cambiato, e allora l’importante è che la figliola non si rovini la vita con una gravidanza precoce, per il resto si confida nel tempo, crescendo, forse capiranno che la vita è fatta anche di rispetto, di responsabilità, forse.

Le scuole da tempo forniscono corsi di educazione sessuale, nella certezza che l’informazione educhi a vivere una vita sessuale consapevole, ma i fatti ci dicono che i risultati non sono quelli sperati.
Perché le lezioni finiscono per fornire una serie di nozioni di tecnicismo e di educazione riproduttiva, per cui si apprendono nozioni sui metodi anticoncezionali, su come abortire senza dirlo ai genitori, si maneggiano falli di plastica e vagine di gomma, con la pretesa di un’educazione asettica e priva di qualsiasi giudizio si finisce per slegare il sesso dall’amore, l’educazione sessuale dall’educazione sentimentale, quella improntata al rispetto dell’altro e di sé.

Ecco perché Lorena e i suoi assassini, sono inevitabilmente ad interrogarci su quale educazione abbiamo dato e stiamo dando a queste generazioni.
Su quali modelli proponiamo, perché se i modelli da seguire sono quelli incarnati da Melissa P. nel suo libro “cento colpi di spazzola” se i genitori sono più impegnati a fingersi complici che giudici di certi atteggiamenti, se la cultura non rispetta le tappe di crescita delle nuove generazioni, ma tratta i bambini come piccoli adulti, come consumatori in erba, capaci di decidere ciò che è buono per loro, allora diventa normalissimo per quatordicenne decidere che “il corpo è mio e faccio ciò che decido io”.
E per i suoi coetanei sbarazzarsi in modo inumano di un problema, anche se ha gli occhi grandi come un cerbiatto, e il viso spaventato di un'amica che non ti riconosce più.




7 maggio 2008

Bulli? Prima di tutto figli

ascolta su radioformigoni
Bulli?... 
 

Viterbo - Un quattrodicenne brucia i capelli a un compagno di scuola di 15 anni, gli spegne sul braccio delle sigarette il filmato delle sevizie circola su Youtube
Complici nelle aggressioni altri due minori, compagni di scuola, non imputabili perché hanno meno di 12 anni.

Bari- Un ragazzino di quindici anni è stato sequestrato e tenuto in ostaggio da un gruppo di 18enni in attesa che gli amici racimolassero i soldi per il riscatto.

Gli episodi terribili di delinquenti della porta accanto si susseguono e come spesso accade i giornali cercano di metterli in una casella, 'bullismo', come se fare ordine servisse a trovare una soluzione.

Ma a dire il vero pare che giustizia e educazione brancolino nel buio, non ci sono pene certe, né punizioni adeguate, soprattutto se si tratta di minorenni, si ha l’impressione che la giustizia sia per così dire ‘effimera’ né punitiva, né educativa.

Questo è il tragico risultato di anni e anni di resa educativa, abbiamo cresciuto figli senza doveri, insegnando che dalla fatica del lavoro, della famiglia, della vita, bisogna fuggire, che il lavoro e la scuola tuttalpiù sono un un obbligo a cui non ci si può sottrarre, ma non c’è gioia, realizzazione di sé in quella fatica, la si fa in attesa che arrivi il sabato sera, le ferie, luoghi in cui rifugiarsi, per sballarsi, per dimenticare, per ammazzare la noia, scambiando l'inedia per divertimento.
Nessuno ha insegnato a questi ragazzi la carità, il gusto di prendersi cura dell’altro, di farsi carico dei problemi altrui, un atteggiamento che ci educa a guardare al mondo e a noi stessi con altri occhi. - Io mi faccio i fatti miei - sembra diventato un comandamento

I genitori poi, sembrano disarmati, aspettano che i piccoli tiranni crescano, nella speranza che il tempo aggiusti le cose, nel frattempo distruggono l’autorità della maestra, del professore, prendendo le difese del pargolo che si sente protetto, mai messo in discussione, non ci sono rispetti dovuti, all’autorità, al preside, al professore, all’anziano, al genitore, niente, non si devono saluti, né si cedono posti sull’autobus.

E' stato azzerato tutto 40 anni fa e le generazioni cresciute in quel clima ora insegnano, amministrano la giustizia, fanno figli, pochi e male educati.

Ai miei figli abbiamo concesso il cellulare come regalo per i 18 anni, altri tempi lo ammetto, parlo di 4-5 anni fa, e non è stata nemmeno allora una scelta facile, ma volevamo che l’oggetto del desiderio fosse appunto ambito, desiderato, perché questa è la generazione che non ha desideri da conquistare perché sono tutti soddisfatti il prima possibile.
Sia chiaro di errori ne abbiamo fatti anche noi, chi educa sbaglia.
Un volta ci siamo 'incaponiti' all’inizio di un anno scolastico a non voler concedere lo zaino firmato, cercando di spiegare che non è la firma che ci rende più uguali agli altri, il risultato è stato disastroso, perché il pargolo veniva preso in giro dai compagni, e perché lo zaino che avevamo acquistato s’è rotto in fretta.
Così il motorino, la legge dice che puoi averlo quando compi 14 anni, ma la legge in casa mia dice che l’età giusta è 16 anni, così diventi un po’ più grande, si spera un po’ più responsabile e così impari il gusto dell’attesa, del desiderio, se non te lo insegno io chi lo farà?
L’esperimento questa volta è andato bene e i miei figli ora adulti approvano.
Spesso ci rammentano questo episodio: un’estate rientrando una sera, mio maritò trovò davanti a casa uno dei nostri figli con una fanciulla, conoscendolo immagino il suo sguardo orgoglioso nel vedere che i figli crescono, ma volendo fare il brillante azzarda una battuta: “da quando sono le ragazze che accompagnano a casa i ragazzi, è cambiato il mondo?”
Risposta lapidaria del figlio: “da quando i ragazzi hanno un orario di rientro che è più stretto di quello delle femmine”1 a 0 palla al centro. L’educazione è un continuo correggersi, ma non può essere l’assenza di regole.

Questo per dire che il dilagare della violenza, di quello che si chiama bullismo, io direi - delinquenza precoce -, ha necessario bisogno di essere arginato stroncato, mi fa inorridire il giudice che ai baby stupratori di Ancona, che hanno abusato di una tredicenne impone come pena il rientro a casa alle 22 tutti i giorni, tranne il sabato, orario prolungato alle 24, naturalmente con obbligo di studiare con profitto.
Scusate, ma che pena è?

Uno che va in giro a stuprare le coetanee di casa non esce nemmeno il sabato sera, ha tradito la fiducia degli adulti, ha rovinato la vita di una ragazza, lo condanno a pulire le stalle, a mungere le mucche, così impara il rispetto dei ritmi del lavoro dettati dalla mungitura, la fatica vera del lavoro.
Che diavolo di punizione è imporre a un ragazzino di studiare con profitto, studiare non è una punizione è un privilegio, ci sono state generazioni che non hanno goduto di questa possibilità.

Qui oltre al corso di preparazione al parto bisogna pensare ai corsi di sostegno alle famiglie perché i figli non basta metterli al mondo, la parte difficile viene dopo e l’educazione è un mestiere dove non esistono istruzioni per l’uso uguali per tutti, ma è meglio fare sbagliando, che non fare sperando di avere fortuna.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Bulli figli educazione violenza autorità

permalink | inviato da anerella il 7/5/2008 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



21 settembre 2007

Un così bel ragazzo... peccato

 

Ce lo ripetiamo sempre: "i figli non sono nostri, dobbiamo volere bene al loro cammino, l'educazione è un rischio, ad un certo punto li guardi camminare con le loro gambe, e qualche volta ti sorprendono perchè diventano da figli "maestri", altre volte li vedi cadere, picchiare la testa, li vedi sbagliare e sai che fa parte della libertà di scegliere, puoi consigliarli se accettano i consigli, ma non sostituirti a loro, devi rispettarli..."

Andrea ha spiccato il volo.
E' entrato in seminario.
Contento, sereno.
Sul portone del seminario, al nonno, che per troppo bene ha cercato con una battuta (ma non troppo) di riportarselo a casa, ha risposto con il sorriso "ci ho messo tre anni a fare questa scelta, ora non disferò tutto in tre minuti". Fine. Messaggio chiaro. 
Ha varcato la soglia.
Il mondo non sempre capisce le scelte radicali, crede che l'altra scelta, quella del matrimonio, sia meno faticosa, meno "radicale" perchè siamo abituati a pensare che se facciamo troppa fatica, tagliamo la corda...
Oppure, crede che dedicare tutta la vita a Cristo sia inutile, siamo così abituati a dare importanza fondamnentale alla sessualità, che non concepiamo l'idea che uno possa rinunciarci liberamente per un amore più grande.
Traspare dai commenti, dalle mezze frasi, "un così bel ragazzo..." come se  Cristo si prendesse solo i brutti, quelli che non hanno trovato di meglio da fare.
E invece la Chiesa ha proprio bisogno di gente innamorata di Cristo, di gente capace di testimoniare con la vita la bellezza dell'essere pienamente uomini perchè pienamente cristiani.

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. seminario sacerdozio educazione figli

permalink | inviato da anerella il 21/9/2007 alle 16:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa



9 settembre 2007

Italia-Francia che vergogna!

“Abbiamo tenuto bene testa a questa squadra - Abbiamo avuto le nostre occasioni, peccato per i primi 25 minuti nei quali siamo stati un po’ rinunciatari, ha commentato a fine partita il ct Roberto Donadoni . “Peccato per come ci siamo comportati sugli spalti, un’occasione persa” dico io.

Da noi il calcio è una fede.

C’è gente disposta a rinnegare Dio, ma non la squadra del cuore.

A litigare con la moglie pur di non perdersi la partita, gente che prima di scegliere il nome da dare al figlio che sta per arrivare gli ha già comperato la maglietta della squadra del cuore.

Ma c’è una cosa che ci rende odiosi, prima di tutto a noi stessi, una cosa che non è giustificabile, né dall’antagonismo con i cugini francesi, né con le ruggini calcistiche.

I fischi all’Inno.

Questo non ci fa onore, né come sportivi, né come popolo, né come adulti capaci di lamentarci per la scarsa educazione dei giovani, capaci di implorare stadi sicuri dove le famiglie possano avvicinarsi allo sport, al tifo sano, quello per la bella e sana competizione.

Ecco, allora, la partita di ieri, Italia-Francia, è stata un’ennesima occasione persa.

Perché non si insegna ad amare l’agonismo, la competizione, lo sport che educa il fisico e la mente se un intero stadio fischia l’inno della squadra avversaria.

E per favore non dite che loro hanno fatto lo stesso con il nostro, non siamo a scuola.

Era sul campo e solo sul campo che si doveva dimostrare la superiorità, ed invece sul campo c’è stato un pareggio e sugli spalti un –5


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. calcio sport agonismo educazione

permalink | inviato da anerella il 9/9/2007 alle 15:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


sfoglia     maggio        luglio
 


Ultime cose
Il mio profilo



culturacattolica milleargomentiunsologiudizio
Chiesa domestica
Samizdatonline - ecco chi sono
Adoremus
Annavercors
Aqua
Beth-or
Galatro
Giona
Il Fromboliere
Il Mascellaro
Insieme per costruire
Kattolico pensiero
Linea Tempo
Natanaele
Rimini in Dies
Secolo XX e dintorni
Tokalon
stranau (ex stranocristiano)
Sivan
Sguardo leale
ANTONIO SOCCI lo stranocristiano che non ha paura della libertà
Asara il satirico
valpalot
la cittadella
censurarossa
pesce vivo - raffinato blog
gino
circolo La Pira - cattolici in politica
Berlicche il diavolo
REFERENDUM L40 le cose che altri non scrivono
Claudio Chieffo - cantautore
Simona Atzori - ballerina pittrice
Kattolico la controstoria
PEPE on line
vinoemirra
lo stranocomunista


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom