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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







5 luglio 2011

Sposati e sii sottomessa

Costanza Miriano è nata 40 anni fa a Perugia e vive a Roma. E’ sposata, e sottomessa, almeno così le piace dire e ha quattro bambini, due maschi e due femmine. E’ cattolica e dunque, quasi sempre di buonumore. E’ giornalista RAI, al tg3. Avrebbe anche studiato lettere classiche, ma, visto che ogni tanto le viene il dubbio che l’aoristo passivo sia un insetto particolarmente mite, non sa cos’altro aggiungere al suo curriculum, se non che ha corso varie maratone, il che poi è venuto utile nel gestire una famiglia estrema. E’ rappresentante di classe, ed esperta in multitasking, in grado contemporaneamente di : aggiornare il blog, colorare “nei bordi”,  correggere, male, un compito e bruciare uno sformato!

 “Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura”, in libreria per Vallecchi Editore.
Ne è autrice Costanza Miriano,Nel libro sono riportate una raccolta di lettere esilaranti e originali di donne sposate o in procinto di sposarsi che chiedono all’Autrice consigli su come comportarsi in certi casi o sul perché gli uomini si comportino in un certo modo.
Costanza risponde in maniera molto semplice e amichevole, partendo dalla sua personale esperienza familiare, arrivando ad affermare che “l’uomo nel vestirsi diventa daltonico” oppure che “ha quello sguardo da cacciatore che potrebbe rivelarsi utilissimo se una beccaccia sfrecciasse in salotto, ma che lo rende totalmente inetto a reperire il burro nel frigo”.
Costanza Miriano scrive quindi di amore, matrimonio e famiglia. “Sposare un uomo e vivere con lui – scrive nel libro – è un’avventura meravigliosa. È la sfida dell’impegno, di giocarsi tutto, di accogliere e accompagnare nuove vite. Una sfida che si può affrontare solo se ognuno fa la sua parte. L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio. Sta alle donne, è scritto dentro di loro, accogliere la vita, e continuare a farlo ogni giorno. Anche quando la visione della camera dei figli dopo un pomeriggio di gioco fa venire voglia di prendere a testate la loro scrivania”.
La “sottomissione” di cui parla non è quella di “lavare i piatti e fare le faccende di casa”. Viene ripresa innanzitutto dalla Lettera di San Paolo, ma che riguarda  un altro tipo di servizio: “Può significare – scrive l’Autrice –  accogliere le inclinazioni dell’altro, per esempio non organizzare una cena che a lui non va, oppure organizzarne un’altra che lui vuole. Cercare di indovinarne i desideri…”.
Un libro allora rivolto a tutti, non solo alle donne, ma anche a chi vuole mettersi in discussione e magari sorridendo. E inoltre la possibilità di continuare a dialogare con Costanza Miriano e con altri lettori o lettrici più o meno sottomesse, attraverso il blog http://costanzamiriano.wordpress.com/
 


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permalink | inviato da anerella il 5/7/2011 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa



4 luglio 2009

Il ballo delle vergini


Ragazzi noi abbiamo scherzato e voi ci avete presi troppo sul serio.
Si è vero, da figli predicavamo l’amore libero, da femministe la libertà di fare sesso con chi vuoi e quando vuoi, ma ora da padri e madri questo  - sex and the city - alla newyorkese non ci piace più, non è cosa buona.

In  America le adolescenti che diventano madri o che aspettano un figlio e abortiscono sono diventate una  piaga sociale.
Le nascite illegittime sono quasi il 30 per cento del totale, e ognuno cerca di porre rimedio come può, ma l'impressione è che gli adulti non avendo le idee chiare cerchino soluzioni senza però comprendere la radice del problema.

Il problema è stato affrontato con corsi di educazione sessuale, nella speranza che, se sesso adolescenziale dev’essere, almeno sia un sesso senza conseguenti gravidanze.
Non ha funzionato.

Allora si è passati alla distribuzione di preservativi gratuiti anche all’uscita delle scuole, perché qualcuno pensava che il sesso non protetto fosse causato da una paghetta settimanale che non veniva spesa per questa bisogna, ed invece nulla.

Chissà se qualcuno si è mai chiesto se  una delle cause di questo “sesso precoce” e sprecato non sia la banalizzazione che negli anni si è fatta di un gesto che dovrebbe essere una delle massime espressione dell’amore tra due esseri umani ed invece è diventato un gesto “di consumo”.

Ora, pare che in alcuni stati del sud,  sia innestata una controtendenza  mi riferisco a “Il  Ballo della purezza”   inaugurato nel 1998 si è diffuso in 48 Stati, una sorta di ballo delle debuttanti, dove fanciulle  in abito da principessa giurano davanti a Dio e al loro padre  di restare caste sino al matrimonio e il loro padre fa solenne giuramento di difendere la verginità delle figlie, tra inni e danze.

Insomma, un bel passo del gambero per alcuni, un ritorno al passatto conformista e bigotto, una riscoperta del valore della verginità e della famiglia per altri.

Il Reverendo Randy Wilson, padre di 5 ragazze e ministro della Chiesa evangelica, ideatore del ballo si dice  convinto che il miglior modo per proteggere l'integrità delle proprie bambine  consista nel fondare una solida relazione padre-figlia.

Mah, che il rapporto padre figli sia importante, che le ultime generazioni vivano una mancanza del padre è vero anche in Europa, ma lasciatemi dire che mettere una fede al dito delle proprie figlie giurando di proteggere la loro purezza sino al matrimonio mi pare più che un gesto d’amore  la volontà di mettere al riparo figlie e  famiglia dalle difficoltà che una gravidanza precoce chiede di affrontare, senza però andare al nocciolo del problema.

Uno, perché i figli si fanno ancora in due e allora puntare sulla verginità delle figlie sembra alquanto riduttivo, come dire ancora una volta che la responsabilità è  SOLO femmina.
Due, perché non si  tratta di difendere l’onore, o l’importanza della famiglia, ma di riscoprire le ragioni di questo valore, e ci vorrà  ben più impegno di un giuramento pubblico.

Ah, dimenticavo, le statistiche dicono che l’88% delle fanciulle rompe il giuramento, ma <em>resistono</em> in media 18 mesi più di qualche tempo fa, insomma, l’astinenza è cosa da eroi in questa nostra società schizofrenica, dove chi non osa e non prova tutto sembra privarsi dellae gioie del mondo.

Sta di fatto che questo ritorno all’astinenza, in attesa del grande amore, piace non solo agli evangelici, ma anche a molti universitari, a molti giovani che sembrano stufi  di questo sesso senza amore,  perché in fondo il cuore dell’uomo è fatto per cose grandi, magari non capiamo bene il perché ma il desiderio più grande è quello di essere amati e amare in modo vero profondo esclusiovo.

Scriveva Papa Woityla: "Crescono improvvisamente dall’amore, e poi, di colpo, adulti/ tenendosi per mano vagano nella grande folla/ (cuori catturati come uccelli, profili sbiaditi nel crepuscolo)./ So che nei loro cuori pulsa l’intera umanità”.

A questi ragazzi  nel cui cuori pulsa<em> l’intera umanità</em>  va detto che l’amore umano e la sessualità sono una cosa straordinariamente seria, che il matrimonio e la famiglia sono una "vocazione" un progetto di vita.

Sempre  Papa Woityla diceva ai suoi amici,  che  - la ricerca dell’amore umano e divino è una questione che riguarda tutti,  e bisogna sempre partire dall’unità della persona umana - già, l0unità della persona umana, fatta di carne e di spirito, quell'unità che quando si spezza porta all'infelicità dell'anima.

Questa estate proviamo a leggere “Bellezza e spiritualità dell’amore coniugale”  l’editore Cantagalli – ci sono anche belle fotografie di un Giovanni Paolo II giovane e spensierato, ma già scriveva cose estremamente vere.




29 luglio 2008

Moyra quando il coma non è la fine...

  Storia di un amore che non ha fine

La signora Giovanna è la mamma di Moyra Quaresmini e mi accoglie sul portone di casa con un sorriso gioviale, abitano a Nova Milanese, una zona tranquilla di questo paese dell’hinterland milanese. Il nostro primo incontro è stato telefonico e mentre si chiacchierava ho scoperto che, forse, c’eravamo già incontrate a Borghetto Santo Spirito, laddove le persone con handicap hanno l’occasione di trascorrere un periodo di vacanza nella casa dell’Unitalsi. Non avrei mai immaginato che sua figlia fosse la donna in coma vegetativo di cui avevo sentito parlare: ho sempre pensato che le persone in coma vegetativo stessero tutto il giorno stese in un letto ed invece sua figlia era in spiaggia, in carrozzina. Vedi il pregiudizio? Credi già di sapere, e questo non ti da modo di incontrare il vero.

Incontro Moyra per la prima volta mentre se ne sta seduta sulla sua sedia a ruote sul balcone di casa, è un’estate tiepida e lei si gode il sole del mattino che le bacia la pelle.

Arriva un’amica che viene a trovarla e a farle la manicure. Aveva tante amiche Moyra ma ora, mi racconta la mamma, solo qualcuna perché le altre preferiscono ricordarla com’era.

Mi viene spontaneo pensare che è una frase che si dice davanti alle persone defunte, ma Moyra non lo è, questo è certo, basta guardarla mentre sorride alla mamma che la bacia sul collo.

Sulle pareti della sua stanza le foto di prima, quando faceva la parrucchiera e quando progettava un futuro da moglie e mamma, prima di quel 13 gennaio, quando la vita ha fatto una giravolta e nulla di quello che si era pensato, immaginato, accarezzato è avvenuto come previsto.

Nel 2000 Moyra, sposata da 5 anni, attendeva il primo figlio, una bimba, che avrebbe dovuto nascere il 18 gennaio.

Tutti attendevano Asia: la futura nonna l’aveva vista nell’ecografia succhiarsi il dito, ed anche il futuro nonno Faustino aveva potuto vederla attraverso lo schermo quando, mancavano pochi giorni al termine della gestazione.

Invece, un’embolia amniotica, la corsa all’ospedale, Asia muore e la sua mamma va in coma.

Ora Giovanna e Faustino lo raccontano con serenità, capisci che hanno passato momenti atroci, ma anche che li hanno superati, che vivono una serenità ed una complicità che si coglie guardandoli.

Andiamo in cucina, papà Faustino ci prepara il cafè e la mamma porta tra noi anche Moyra, le fa bere il succo di frutta con il cucchiaino. Inizialmente Moyra era alimentata con la Peg, ne abbiamo sentito parlare molto in questi giorni: si tratta del sondino dal quale passa l’alimentazione per molte delle persone in coma vegetativo, come accade anche per Eluana Englaro, ma ora Moyra mangia con il cucchiaino, grazie alla pazienza e alla tenacia della sua mamma. Il sondino naso-gastrico serve solo per l’acqua, ma la mamma nutre la speranza che ci si possa liberare anche di quello.

Sul fornello si sta cocendo un coniglio e la casa profuma di buono.

Ci raccontiamo come se ci conoscessimo da sempre, papà Faustino è un pratico e mi racconta che bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come stanno, che le persone in coma costano e che forse, dietro a questa frenesia di staccare il sondino che le alimenta, c’è anche una mentalità che considera le persone come Moyra un peso.

Sia chiaro, nessuno di noi vorrebbe fare certe fatiche, ma la vita a volte traccia sentieri imprevisti e tu, guardando questa famiglia, capisci che il loro hanno scelto di percorrerlo questo sentiero, è un eroico quotidiano, per certi versi come quello di tanti altri. - Ci sono malattie che non si vedono -, mi dice il signor Faustino, persone che non vanno in giro su una sedia a ruote e nessuno conosce la loro fatica e la loro pena, ma è la vita, ed è fatta anche di questo.

Il Comune manda due persone che tutte le mattine si occupano di Moyra, la lavano e la pettinano; poi l’Asl manda la fisioterapista ma, poi, rimangono il sabato e la domenica dove tutti i servizi si interrompono e, forse, si potrebbe pensare a migliorare questo aspetto. e Poi ci sono alcune forniture farmaceutiche che non sono gratuite, anche di questo bisognerebbe tenere conto.

L’amica di Moyra ci saluta. Prima di uscire accarezza Moyra sulle spalle ed è chiaro che a lei queste coccole piacciono.

Inoltre riesce a farsi capire quand’è in posizione scomoda o quando vuole farsi rimettere a letto, è chiaro che il grande amore e la serenità che trasmettono le persone che le stanno intorno l’aiutano a fare quei piccoli progressi che sono per lei una grande conquista.

Moyra e la sua famiglia sono una risorsa per tutti, non solo per chi vive e affronta lo stesso problema, ma anche per chi, come noi, è preso da mille altri problemi, per gli adolescenti che spesso cercano di “vivere la vita al massimo” rischiando di buttarla via. Passare qualche pomeriggio a casa dei signori Quaresmini potrebbe essere davvero uno scambio d’esperienze, toccare con mano come la vita sia bella, sempre, se accolta e coccolata anche nelle difficoltà.

Il coniglio è cotto e la signora Giovanna butta la pasta nell’acqua che bolle, tra un po’ pranzeranno ed anche Moyra mangerà il pranzo frullato di mamma Giovanna, io li saluto, ma esco con la certezza di avere incontrato nuovi amici, persone che con la loro vita ti aiutano a guardare in modo differente anche al tuo destino.




18 maggio 2008

Lorena, morte di un'adolescente

Lorena Cultraro aveva 14 anni, viveva a Niscemi un paese in provincia di Caltanisetta, giornali e Tv ci hanno fatto diventare familiare il suo volto anche se abitiamo a centinaia di chilometri da Niscemi, guardi quel viso dolce, gli occhi grandi, i capelli scuri e lisci e immagini un’adolescente che sta diventando donna, alle prese con i turbamenti e i batticuori dell’età, i primi amori, le confidenze con le coetanee, le frasi scritte sul diario.

Suo padre la chiama “la bambina”, racconta ai giornalisti che non era mai andata in discoteca, voleva fare la parrucchiera e si era fatta regalare la piastra con cui lisciava i capelli a tutte le amiche, studiava per il patentino, ascoltava Laura Pausini e vedeva in tv O.C, il Grande Fratello e Amici.
Poi un giorno è uscita dicendo che andava dalla nonna e non è più tornata a casa, ma questa non è la favola dove Cappuccetto Rosso sconfigge il lupo malvagio.
L’hanno cercata per 14 giorni prima di trovare il suo corpo in fondo ad un pozzo, legato ad una pietra, barbaramente preso a calci e pugni, bruciato e gettato via, senza pietà.

Colpevoli del delitto tre minorenni, dal loro interrogatorio emerge ancora una volta la banalità del male che affligge questi figli a noi sconosciuti.

Pare che Lorena avesse detto di essere incinta di uno dei tre ragazzi e il suo fidanzato ha emesso la sentenza di morte inviando agli altri due un sms. I tre minorenni messi alle strette hanno confessato di averla uccisa perché temevano la reazione delle loro fidanzatine, capite? Questi adolescenti di periferia, i pomeriggi passati a scorazzare in motorino, a giocare con la play, a tirar tardi a parlare di calcio e di donne come conoscitori consumati dell’universo femminile, davanti a un problema non esitano a liberarsi di un essere umano, di un’amica, di una persona che avevano detto di amare, con la quale avevano fatto sesso.
Nessuno ha fermato la mano degli altri, il branco si è dimostrato unito e compatto, l’hanno violentata, massacrata di botte, ne hanno occultato il cadavere e sono tornati alla vita di tutti i giorni.
Il giornale di Sicilia racconta che uno dei ragazzi dopo aver confessato il delitto ha detto al giudice: "Signor giudice, le ho confessato tutto. Ora posso andare a casa?" A quel punto, riferisce il quotidiano, il magistrato del tribunale dei minori gli ha gridato: "Ma lo capisci che hai confessato un omicidio? Ma dove vuoi andare?"

Come in una realtà virtuale.
Game over.
La partita è finita, si ricomincia, ho confessato il delitto, ora torno a fare quello che facevo prima.
Capite che non siamo lontani dal vero se tra le vittime, mettiamo anche i carnefici?

Tutti vittime di un vuoto educativo, dove non esiste più il bene perché non esiste più il male.
Dove apparentemente l’unico tabù è quello della fatica del vivere, delle responsabilità da assumersi.

Che Lorena fosse incinta oppure no, l’autopsia non è riuscita a riscontrarlo, ma conta solo ai fini dell’aggravante della pena per i tre minorenni.
Che fosse incinta o no, serve solo ad aggiungere dolore al dolore dei suoi genitori, sta di fatto che quella ragazzina con il viso dolce e gli occhi grandi, somiglia alla figlia della vicina, alle nostre alunne, alle nostre figlie, che crediamo di conoscere, come somigliano ai ragazzi che incontriamo tutti i giorni i tre carnefici, e allora inevitabilmente ci chiediamo se è davvero così, se davvero sappiamo chi sono.

Se davvero conosciamo il loro cuore, se siamo stati capaci di educarli alla vita, all’amore quello vero, quello per cui siamo fatti e a cui tutti aspiriamo.
Quell’amore che ci fa sentire unici, amati, capaci di rendere felice un altro essere umano.

Di certo ai nostri figli non mancano le informazioni, sono continuamente sottoposti a stimoli mediatici che non fanno distinzione tra piccoli e adulti.
Le ragazzine guardano Sex and the City, persino i cartoni animati sembrano telenovelas per adulti, le rubriche di lettere delle riviste per adolescenti ci raccontano un mondo di piccole donne che hanno sentito molto parlare di sesso, che spesso lo praticano in giovane età come si trattasse di un gioco, di un diversivo come tanti altri, un modo per attirare l’attenzione, per sentirsi grandi, piccole donne che non conoscono l’amore e spesso lo temono, ma che fanno del sesso un “metodo di scambio”, ragazzi che confessano alla rubrica delle lettere le paure di sempre, che cercano l'amore romantico ma fanno sesso nei bagni delle discoteche.

Le cronache raccontano di studentesse che vendono il loro corpo per pagarsi l’affitto, di adolescenti che sul Bus che le porta a scuola offrono prestazioni sessuali in cambio di ricariche telefoniche, di assemblee di classe dove quattordicenni fanno sesso orale di fronte ai compagni che riprendono la scena con il telefonino.
E’ chiaro che qui l’amore non ha posto, che il sesso è solo un diversivo come un altro, un modo per esibire la propria esistenza, per dire “io esisto”.

E noi adulti? Spesso si ha l’impressione che il mondo degli adulti sia incapace di agire.
Scandalizzarsi è poco politically correct, si sa, il mondo è cambiato, e allora l’importante è che la figliola non si rovini la vita con una gravidanza precoce, per il resto si confida nel tempo, crescendo, forse capiranno che la vita è fatta anche di rispetto, di responsabilità, forse.

Le scuole da tempo forniscono corsi di educazione sessuale, nella certezza che l’informazione educhi a vivere una vita sessuale consapevole, ma i fatti ci dicono che i risultati non sono quelli sperati.
Perché le lezioni finiscono per fornire una serie di nozioni di tecnicismo e di educazione riproduttiva, per cui si apprendono nozioni sui metodi anticoncezionali, su come abortire senza dirlo ai genitori, si maneggiano falli di plastica e vagine di gomma, con la pretesa di un’educazione asettica e priva di qualsiasi giudizio si finisce per slegare il sesso dall’amore, l’educazione sessuale dall’educazione sentimentale, quella improntata al rispetto dell’altro e di sé.

Ecco perché Lorena e i suoi assassini, sono inevitabilmente ad interrogarci su quale educazione abbiamo dato e stiamo dando a queste generazioni.
Su quali modelli proponiamo, perché se i modelli da seguire sono quelli incarnati da Melissa P. nel suo libro “cento colpi di spazzola” se i genitori sono più impegnati a fingersi complici che giudici di certi atteggiamenti, se la cultura non rispetta le tappe di crescita delle nuove generazioni, ma tratta i bambini come piccoli adulti, come consumatori in erba, capaci di decidere ciò che è buono per loro, allora diventa normalissimo per quatordicenne decidere che “il corpo è mio e faccio ciò che decido io”.
E per i suoi coetanei sbarazzarsi in modo inumano di un problema, anche se ha gli occhi grandi come un cerbiatto, e il viso spaventato di un'amica che non ti riconosce più.




9 aprile 2008

Ciò che abbiamo di più caro

 

“Noi accordiamo la nostra preferenza a chi promuove una politica e un assetto dello Stato che favoriscano quella “libertà” e quel “bene”, e che possano perciò sostenere la speranza del futuro, difendendo la vita, la famiglia, la libertà di educare e di realizzare opere che incarnino il desiderio dell’uomo. Lo facciamo in un momento storico che esige di non disperdere il voto, per non aggiungere confusione a confusione”.

Qui  Leggi tutto il volantino - elezioni politiche 2008.




30 novembre 2007

Io sono mia?

Io sono mia.
Gridavano in corteo le femministe della mia infanzia, portavano cartelli al collo, facevano girotondi e bruciavano il reggiseno nei falò accesi nelle piazze.
Mia madre sosteneva che avevano ragione, anche se lei non andava a sfilare e non bruciava reggiseni.
Sosteneva la perfetta parità tra lei e mio padre e per dimostrarlo nei fatti, imbiancava casa, faceva lavori di piccola falegnameria, si aggiustava da sola il ferro da stiro, mio padre non capiva e la metteva sulla forza fisica e sul potere d’acquisto.
Era una partita persa in partenza, mia madre stilava lunghi elenchi delle sue prestazioni, come colf, guardarobiera, bambinaia e monetizzava il suo lavoro sperando che mio padre capisse che il ruolo di mia madre era prezioso.

Tutto inutile.

Mio padre si sentiva attaccato nel suo ruolo di capofamiglia e non gli restava che trincerarsi dietro ai sacchi di cemento che era capace di portarsi sulle spalle e sullo stipendio di fine mese, era il suo modo di affermare un ruolo preponderante che il femminismo voleva sgretolare.

Le ho riviste l’altra sera in tutti i telegiornali, a Roma, donne in corteo per una sfilata contro la violenza sulle donne.

Corteo vietato agli uomini, hanno, poco elegantemente, sbattuto fuori dal corteo le “ministre” Prestigiacomo, e Carfagna, ma hanno fischiato anche Livia Turco e Barbara Pollastrini, ree di aver presentato una legge che parla di famiglia.

Liberazione racconta il “bel momento” quando un gruppo di donne ha invaso il palco de La7 allestito a piazza Navona, stendendo lo striscione “Libertà e autodeterminazione”


Sempre su Liberazione leggo: “Adesso è il momento di assaporare il successo e di pensare a un futuro, la cui molla non sono le leggi promesse o già scritte, come quella proposta dalla ministra Barbara Pollastrini, che mette al centro non le donne, la loro libertà, ma la famiglia, ancora la sacra famiglia”.

Non ci siamo.
Libertà e autodeterminazione? Dopo tanti anni non ci siamo ancora.

Perché se va riconosciuto ai movimenti femministi di aver aiutato le donne a riflettere sulla loro condizione, sulle possibilità negate, va anche evidenziato l’errore principale che ancora la nostra società porta come marchio e che si sta ripetendo.

L’errore di ieri e di oggi è di sostenere che uomini e donne sono uguali.
Non lo sono.
Ed è proprio per questo che le donne non dovrebbero lottare per una equiparazione, ma per il riconoscimento di un valore.
Il valore della differenza.

Questo è METTERE AL CENTRO LE DONNE.
Una donna è diversa dall’uomo, non solo perché partorisce i figli, ma perché ha un approccio diverso alla realtà, e questa differenza è un valore, e come tale va difeso.
La vera libertà per le donne non consiste nell’essere “liberate” dalla maternità e dalla famiglia ma nel riconoscimento anche sociale del ruolo che la donna svolge, come lavoratrice e come moglie e madre.


Ecco perché individuare ancora una volta nel maschio, nel fidanzato, nell’ex, il nemico, è cieco autolesionismo.
Come autolesionismo era lo sforzo titanico di mia madre ad essere uguale a mio padre nei lavori di fatica.

La libertà consiste nel poter essere ciò che si è, senza dover COPIARE un modello che non ci appartiene.

Invece la parità è sempre vista SOLO come equiparazione, così le donne lavorano come gli uomini, fanno figli come se si trattasse di un lusso, e poi hanno un secondo lavoro casalingo e se non ce la fanno, devono chiedere aiuto ad altre donne, la mamma, la suocera, la collaboratrice domestica a ore.
Insomma, perché una donna lavori come un uomo e possa permettersi il lusso di una famiglia, è necessario che altre donne si occupino per amore o per lavoro, delle incombenze casalinghe.

Alle donne è rimasto il doppio ruolo e non è propriamente una conquista.

Se come dicono le statistiche, le nuove generazioni di maschi sono aggressivi e violenti, non sanno accettare la sconfitta e l’abbandono, la riflessione andrebbe fatta pensando anche a quale educazione abbiamo saputo dare loro.

Urge una riflessione vera, seria, fatta insieme agli uomini.

Perché non è la contraccezione, la possibilità di fare un figlio a carriera raggiunta con metodi artificiali, il mettersi da parte dei maschi dai posti di comando della politica o dell’industria, che libera le donne dalla violenza prevaricatrice del maschio, ma è un’educazione al valore della persona, un’educazione al valore della donna, un’educazione che porti cambiamenti radicali nel pensare e nel fare.

ascolta l'intervento su Radioformigoni
www.radioformigoni.it
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permalink | inviato da anerella il 30/11/2007 alle 15:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



17 giugno 2007

GAY PRIDE - io no

 

Parola di Mancuso.

Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay e portavoce dell'evento -. “Ci sono gay, lesbiche, omosessuali ma anche il popolo laico italiano: il vero Family Day è qui perché tutte le famiglie sono rappresentate".

Spiacente, manifestare è legittimo, ma queste persone che profanano i simboli religiosi, che insultano il Papa, che sostengono che la normalità sta nell'eccesso non èossono dire di parlare a nome mio, non possono dire di rappresentare le famiglie, la mia NO.


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