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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







10 settembre 2010

Diaconi a Milano

 



A Milano in Duomo mercoledì 8 settembre, 26 seminaristi sono stati ammessi agli ordini sacri, detto in parole grezze, hanno fatto una tappa del loro cammino verso il sacerdozio, hanno vestito per la prima volta l’abito talare, nuovo e splendente come il loro “SI” non ancora definitivo, il cammino è ancora lungo sino a diventare sacerdote per sempre, ma è già un buon cammino.

All’uscita dal Duomo il cielo pieno di nuvole aveva deciso di concedere una tregua.

Amici, parenti, famiglie, aspettavano di poter abbracciare il loro ragazzo, e io tra loro, aspettavo quel ragazzo, figlio di amici, che ho visto nascere, crescere, diventare alto, forte bello, dare le preoccupazioni che tutti danno ai genitori, e le soddisfazioni che spesso noi genitori celiamo dietro ad una sana modestia.

Finalmente i diaconi escono e la piazza di divide in capannelli ognuno a festeggiare il proprio ragazzo, la tonaca volteggia, si sprecano strette di mano, baci, qualche lacrima, frasi di affetto, ognuno reagisce a modo suo, a quest’aria di festa che il vento di precoce autunno non raffredda.

I parroci e preti dell’oratorio venuti con i pullman e i parrocchiani a far festa ai loro ragazzi, qualcuno cresciuto tra i campi dell’oratorio e la sacrestia, altri che sembravano interessati ad altro e invece sono stati rapiti da Cristo giusto per dire che non siamo noi a scegliere ma lui che ci scegli e attende che noi diciamo SI.

In piazza ci sono molti giovani e davanti a questi “ SI” nessuno è indifferente, qualcuno cerca di buttarla sulla goliardia e indicandosi a vicenda dice – il prossimo sarai tu – - no lui - , - no lui - la frase rimbalza e come nel gioco di - ce l’hai -,rimbalza sulla persona sbagliata e questo, come punto da una vespa reagisce, dicendo - io no non posso mi piace troppo la… - e unendo gli indici e i pollici dice più che a parole, la frase si perde tra risa e frastuoni, tutti si radunano per la foto di gruppo con il Duomo alle spalle e le guglie a sorreggere le nuvole.

Ma quel ragazzo del - IO NO - ha detto quello che molti pensano, temono, o non capiscono.

Di questi giovani incamminati verso al sacerdozio il mondo fatica a capire la rinuncia alla sessualità.

Perché è un mondo dove non si capisce nemmeno che uno possa immaginare di avere una sola donna nella vita, figurarsi nemmeno una.

E’ un mondo dove tutto sembra concorrere a dire che è solo il sesso che rende felici, che il sesso viene prima di tutto, spesso prima dell’amore, prima del conoscersi, e qualche volta anche prima del sapere come si chiama l’altro.

Perciò è comprensibile che non si capisca un uomo bello, intelligente, allegro che dice di si a Cristo e alla Chiesa donando tutto se stesso.




Ogni vocazione ha fatiche e rinunce, ogni vocazione vissuta seriamente chiede di essere continuamente rinnovata, ogni vocazione chiede di non essere lasciati soli a viverla.

Tornando sui miei passi perduta tra la folla dei passeggeri in metropolitana che si sfiorano senza guardarsi, che leggono o si immergono nei loro pensieri incuranti di chi passa loro accanto, mi è venuta in mente una cosa che avevo letto di Guareschi:

Don Camillo allargò le braccia:

“Signore cos’è mai questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua autodistruzione? (…) Cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise:

“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi. (…) Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo bisogna aiutare chi ha ancora la fede a mantenerla intatta. (…)”

E ho pensato questi Diaconi sorridenti e felici diventeranno sacerdoti, sono loro che ci aiuteranno a mantenere intatta la nostra fede, quel briciolo di fede che rappresenta il seme da salvare.

Aiuteranno noi, i nostri figli e ei nostri nipoti a guardare alla vita come a un dono, al dolore e alla fatica come a qualcosa che va oltre, alle gioie come a una grazia da condividere, e questo è tutto.





29 aprile 2008

François Michelin, quello delle gomme

 

Si è svolto lunedì 21 aprile a Milano, il primo degli appuntamenti che promuovono il progetto sponsorizzato da Diesse Lombardia “Lavorare per conoscere, conoscere per lavorare”. La proposta didattica è rivolta agli alunni e agli insegnanti di tutte le scuole secondarie di I e II grado e dei percorsi di Istruzione e formazione professionale della Lombardia.

Piove a Milano e fa freddo in questo aprile che volge al termine, arrivano nel salone dell’auditorium gruppi di ragazzi, rumorosi e disordinati come sanno essere i ragazzi, un disordine allegro, i display dei cellulari si illuminano nelle loro mani, gli insegnanti che li accompagnano fanno occupare loro anche le prime file che diserterebbero volentieri, forse, potendo scegliere preferirebbero stare a casa davanti alla televisione, o al cinema a vedere l’ultimo film di Muccino.

Dal palco annunciano che François Michelin “quello delle gomme”, 

        

arriverà con qualche minuto di ritardo, il suo aereo privato è atterrato, ma il traffico di Milano ne rallenta l’arrivo, si sentono commenti in sala, parte un timido applauso.
Pochi minuti dopo, da una porta laterale entra un signore anziano, elegante, saluta tutti e prende posto al tavolo della conferenza accanto alla sua interprete e agli altri relatori.
François Michelin presidente onorario della Michelin inizia a raccontare, si presenta dichiarando alla platea la sua età, 81 anni, il numero dei figli e i loro anni di nascita, poi parla della moglie molto malata, hai subito l’impressione che ti stia mettendo tra le mani un inatteso regalo, un pezzetto della sua lunga, e avventurosa vita.

Poi chiede ai ragazzi in platea: “Cosa vi aspettate da me?” La risposta si fa attendere e allora racconta loro la storia dei tre tagliapietre a cui un passante chiede: “Cosa stai facendo?”
Il primo risponde “taglio una pietra”, il secondo “faccio una scultura”, il terzo “costruisco una cattedrale”.
“Lì sta l’essenziale della nostra attitudine, ciò che qualifica un lavoro è lo scopo a cui uno vuole arrivare, Quello che è straordinario nel vostro paese, è che chi lavora in azienda viene chiamato -operaio- colui che fa un’opera, qualunque lavoro faccia”, dice monsieur Michelin.

I ragazzi ascoltano, di tanto in tanto si distraggono, qualcuno alle mie spalle fa la solita constatazione, - “bella forza suo nonno aveva i soldi”, mi chiedo cosa diavolo abbiamo passato a queste nuove generazioni, che idea di lavoro, di fatica, di onore abbiamo passato loro?

E’ la volta dell’intervento di Giuseppe Angelico, amministratore delegato della Ceccato S.p.A., i ragazzi paiono distrarsi, lui spiazza subito la platea dicendo che è contento di stare in mezzo ai ragazzi, ma se qualcuno crede di avere cose più importanti da dire lui cede volentieri il posto.
Si rifà silenzio.
Racconta di come il lavoro sia la sua vita, ma quando ti capita di scordarti che non sei tu che fai la realtà, allora il lavoro diventa faticoso, perché non risponde al tuo progetto.
Poi parla della sua fabbrica, dei pezzi di acciaio che ogni giorno vengono, forati, rettificati e dice: “cerco di fare cose belle, così belle che è impossibile che uno come me, quasi cieco, possa farlo senza che un Altro lo voglia”.

Il terzo relatore, ha voluto essere presentato solo come un lavoratore, si chiama Claudio Bottini lavora da 35 anni in banca, fa bonifici, appena lo dice un pensiero mi sfugge, penso 'che tristezza' e subito me ne pento, perchè lo conosco, ne ho sentito molto parlare è una persona che molti amano e stimano, per molti giovani è un punto di riferimento, un maestro, ma ci sono cascata anch’io con quel pensiero banale.
Bottini, racconta che non è il lavoro che rende liberi, ma è ciò per cui si lavora. Lui si dice contento della propria vita: "Ogni gesto che si compie ha un nesso con qualcosa di più grande e di più profondo. Essere consapevole di questo legame, ti appaga completamente".
E' proprio così, se hai la consapevolezza di partecipare alla costruzione della cattedrale, anche fare bonifici, lavorare alla catena di montaggio, o rifare i letti tutti i santi giorni, assume un valore speciale, ma se non hai chi ti aiuta a rinnovare questa consapevolezza, ci caschi, ti conformi al comune modo di pensare.

Spazio alle domande, i ragazzi sono un po’ intimiditi, uno chiede a Michelin perché suo nonno non si arrese dopo che il primo esperimento fallì, allora monsieur Michelin sorride e racconta di Fausto Coppi, un uomo che quando sbagliava si chiedeva perché, dove aveva sbagliato, ma non si arrendeva e poi rivolto al ragazzo che aveva posto la domanda: "credo che lei sottovaluti le sue capacità, ricordi che può fare meglio”.
Poi rivolto ai ragazzi "ricordate che potete diventare qualcosa che è dentro di voi e che non sapete ancora cos'è".

Brusio, in sala, il problema dei soldi rimane irrisolto e allora eccola la domanda, - ma lei ha tanti soldi?- del resto da tutte le parti si insegna ai giovani a rincorrere il denaro facile, si insegna loro a guardare a chi crea, fa impresa, o come a un privilegiato che si è trovato il lavoro già fatto o a un disonesto, se ha fatto fortuna di certo deve aver fatto qualcosa di poco onesto.

Michelin: “i soldi devono essere un servitore non un padrone, se diventano un padrone si finisce come nella società odierna”

Angelico: ”avete presente il telecomando della tv, quelle righe verdi che indicano il volume che viene alzato o abbassato? Quel brevetto ha fruttato milioni di euro a chi lo ha inventato, dove sta il genio di chi lo ha inventato? Il genio dell’imprenditore sta nel leggere la realtà.

Concludendo l’incontro Andrea Caspani di Diesse, cita una frase di Antoine de Saint Exupéry: “Se vuoi costruire una nave non radunare gli uomini per raccogliere legna e distribuire compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare” e capisco che nelle testimonianze che abbiamo appena ascoltato a questa nostalgia “del mare” è stato dato un nome concreto.



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