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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







8 ottobre 2009

Terroni del nord

Nata in Brianza, in realtà sono figlia di “terroni del nord”, i veneti che negli anni sessanta hanno “invaso” la Lombardia erano chiamati così e guardati con diffidenza, perché erano tanti, rumorosi, parlavano solo dialetto.


Ben presto però i lombardi si accorsero che erano anche dei lavoratori instancabili, legati alla tradizione del lavoro come modo per un riscatto sociale, infaticabili, hanno iniziato a guardarli con meno diffidenza, spesso a stimarli, come inevitabilmente capita i giovani hanno iniziato a sposarsi tra loro, è stato l’inizio di una vera integrazione e forse, anche della fine di una identità.

Dura a morire, la cadenza veneta è riconoscibile nella parlata anche di chi sta a Milano da più di mezzo secolo, ma spesso i veneti hanno fatto di tutto per “amalgamarsi” per confondersi, per sembrare meno “diversi”, facendo spesso anche gravi danni alla memoria di un passato che non è stato poi sostituito.
Purtroppo, manca tutta una letteratura che racconti quelle storie affascinanti che raccontano un pezzo di storia del paese.
Storie di gente che pagava per dormire con la testa poggiata sul tavolo, nelle cucine di famiglie locali o per passare la notte nel pollaio a riparo dalla bruma.

Tutto questo però durava poco, perché i “terroni del nord” lavoravano sei giorni la settimana, qualche volta anche la domenica e con i primi risparmi, con i soldi della vendita di qualche pezzo di terra al paese comperavano un pezzetto di terreno alla periferia delle grandi città e la sera e il resto del tempo libero dal lavoro lo occupavano a costruirsi la casa.
Il terrone del nord ha l'amore per la proprietà provata inscritto nei cromosomi.
La sabbia la ricavavano da scavi che facevano sul terreno stesso, il cemento veniva usato con parsimonia, ma le case venivano su come funghi, spesso brutte, squadrate, come le case di chi deve badare alla sostanza più che all’apparenza.

Lavoravano nelle grandi industrie alla SNIA di Varedo, alla Breda, alla Falk, alla Magneti Marelli, di Sesto San Giovanni, ma anche nelle imprese edili, al lavoro in bicicletta o in tram, con la schiscetta, e quel sorriso e quell’ironia che ai milanesi mancava.
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La sera d’estate si trovavano nei cortili a ballare il liscio, ad amoreggiare con le ragazze e a consolarsi, convinti d’aver lasciato a casa la miseria e che le cose potevano solo migliorare.

La via dove mio padre costruì casa alla periferia di un paese che stava a sua volta all’estrema periferia di Milano, era una via sterrata, con un solo lampione, quando si trattò di scegliere un nome da dare a quella via la chiamarono - via Padova - perché tutti coloro che vi abitavano venivano da paesi in provincia di Padova, faceva eccezione mia madre, che per qualche chilometro abitava in provincia di Venezia.


Quando i terroni del nord tornavano al paese, si guardavano intorno e quella povertà che stava sotto ai loro occhi, li consolava di quella nostalgia che non ammettevano nemmeno a loro stessi.
Appena acquistata un'utilitaria percorrevano la A4 per andare a metterla in mostra da chi ancora andava in bicicletta, e l'invidia anche buona negli occhi dei bambini che giravano intorno a quell'auto simbolo, pareva appagarli.

Ogni volta, durante il viaggio di ritorno verso Milano, mio padre pronunciava la fatidica frase – i xe indrio de sinquantanni” (sono arretrati di cinquant’anni) si riferiva al fatto che le case non avevano il bagno, erano riscaldate dalle stufe, pochissimi possedevano un'auto, e l’urbanistica era ancora molto arretrata.

Però di una cosa non teneva conto mio padre, che quelli rimasti erano fatti della stessa pasta di quelli partiti, uomini e donne che non si lasciavano spaventare dalla fatica.
Quelli che se ne erano andati in un certo senso avevano fatto la fortuna di coloro che erano restati, che avevano tenuto duro, continuando a coltivare i campi, a vendemmiare l'uva, con la stessa tenacia e la stessa voglia di riscatto.
Così piano piano sono nati i laboratori dove si cucivano scarpe e pellame, i vivai, le piccole botteghe che poi in alcuni casi sono diventate industrie.
Ci sarebbe lavoro per un esercito di giornalisti, volenterosi e capaci di raccontare come una falegnameria familiare si è trasformata in un’industria, rimane però il fatto che spesso la voglia di lavorare e di fare schei, che di per sé non è un difetto, ha fatto trascurare alcuni aspetti importanti per la crescita di un paese, a partire dall’istruzione, i figli, le nuove generazioni non avevano bisogno di una laurea per trovare lavoro ed è così che spesso in azienda si è venuto a creare un buco generazionale, dove tutti lavorano, ma il lavoro ha assunto una valenza differente, le nuove generazioni non sanno leggere i segni del tempo e non hanno la tenacia dei padri.

Dei schei non conoscono la fatica e il sudore, ma solo il potere d’acquisto che non porta ad appagare il cuore, hanno rinnegato i valori dei padri, ma non hanno trovato nulla che li sostituisse, così usano di un benessere che non hanno costruito rimanendo con l’anima inquieta.
Non tutti però, c’è una rinascita, una riscoperta, che parte dai luoghi, dalla terra, dai sapori, fate un giro tra le barene, sulla laguna, alla riscoperta dei casoni (il cason dea Zappa) ora si può andare anche in canoa, fate un giro per osterie, che hanno ripreso a fare “spunceti”, a proporre i piatti della tradizione, troverete gente orgogliosa, che ha iniziato a fare master gestionali, che ha capito che non tutto è perduto e che si sta rimettendo a studiare a quarant'anni.

La Tv racconta sempre di uno stereotipo veneto, ignorante e legato al soldo, e in fondo i veneti hanno anche le loro colpe per questo, perchè han sempre tirato avanti incuranti, se ne son fregati di quanto pensavano gli altri.

Lo dimostrano i gondolieri, che ai turisti americani che chiedono loro di cantare - O sole mio - intonano senza batter ciglio, a me viene il mal di cuore a sentirli, perché ci vuole anche il rispetto di sé, e il coraggio di dire che a Venezia “la biondina in gondoeta” è più appropriata, per “O’ sole mio” prossima tappa a Sorrento.

Ci vorrebbe un Tornatore, capace di raccontare un mondo ricco, bello e pieno di fascino, volete dire “che no ghe xe un reista bon tra noaltri”, ma volete dire che non abbiamo un regista capace tra noi veneti? Che non ci sono persone capaci di guardare e raccontare stupite il nord est? E’ una sfida.


P.S. perché io nata in Brianza, vissuta nella periferia di Milano mi considero veneta? Per uno scherzo del destino. Per molti anni, ho passato mesi, della mia infanzia e adolescenza tra quei veneti senza bagno in casa, capaci però di godere dei riti della vita.
Di far festa e di prendersi con ironia.
Ho imparato il dialetto e sono cresciuta con loro, vedendoli migliorare, cambiare e superarci in benessere, senza perdere la loro umanità. Ancora oggi, ho bisogno spesso di tornare ad immergermi tra quei colori, quei sapori e quell'ospitalità che fa parte del mio dna, perciò orgogliosa del Duomo di Milano, quando percorrendo l'autostrada passo il confine tra Lombardia e Veneto mi sento finalmente a casa.


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permalink | inviato da anerella il 8/10/2009 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



16 ottobre 2008

brutti, bianchi e razzisti?


Ignoranti, pavidi, stupidi, vigliacchi,  privi di capacità e d'ingegno, nullità, penosa e noiosa classe mediocre, incivile e selvaggia"
A chi sono diretti questi insulti?
Da un razzista imbecille a un gruppo di immigrati raccolti fuori dalla stazione centrale di Milano?
NO.

Da un capo-cantiere,  sfruttatore a un gruppo di manovali albanesi che hanno sbagliato le misure di un muro di cinta?
NO.

Sono alcuni degli insulti che Dacia Valent giornalista già parlamentare europea ed esponente di Rifondazione Comunista, ha ben pensato di indirizzare agli italiani in una lettera che è un capolavoro già dal titolo: "Italiani bastardi, italiani di merda" pubblicata un paio di settimane fa.

Sia chiaro che chi le ha risposto per le rime  s’è preso un rincaro di dose, perché il razzismo e la maleducazione sono una strada a senso unico, una strada che presa dall’altra parte non si chiama più razzismo, ma espressione vivace e colorita di un pensiero democratico.

Pertanto resta il dubbio, l’Italia è un paese razzista?
Se si, di chi è la colpa?

Pare infatti che episodi di violenza accaduti in questi ultimi tempi nel nostro paese abbiano fatto gridare all’emergenza razzismo ed individuare i colpevoli in coloro che vorrebbero maggiore rigore contro gli immigrati, maggiore rispetto delle leggi.

Così l’altro giorno mi chiedevo se davvero vivo in un paese razzista e non me ne sono accorta.
Provate a criticare in pubblico o tra colleghi il comportamento di alcuni immigrati, troverete subito chi ne prende le difese, perché i cattivi sono solo e sempre gli altri, i datori di lavoro, i proprietari di casa, i vigili urbani o i poliziotti.
Eppure so per esperienza che non è così.
Conosco imprese edili che non solo danno lavoro ad extracomunitari in regola e non in nero, ma che si trovano a dover fronteggiare spesso,  le loro ferie che durano due mesi senza preavviso perché al paese c’è bisogno di loro, l’affitto non pagato per il quale il datore di lavoro si trova a far fronte, ci sono immigrati che quando scoprono che il lavoro in regola del figlio comporta che nel loro stipendio non venga conteggiata la deduzione per i figli a carico, decidono che è meglio che il figlio non lavori o si trovi qualcosa non in regola da fare.

Conosco immigrati che in Italia hanno grandi e belle imprese di pulizia dove lavorano i loro connazionali.
In regola? Farei un controllino, in alcuni casi si scoprirebbe che anche quando sono in regola lasciano mensilmente un compenso di riconoscenza al loro datore di lavoro.  
Con questo non voglio dire che non vi siano situazioni da sanare, che non vi siano luoghi dove si creano tensioni, ma non direi  Italiani razzisti.
La generalizzazione non aiuta l’integrazione.
Io dico che regole chiare e rispettate da tutti, sono un segnale e anche una "educazione" che indica la strada per l'integrazione.
 
Spesso è il non rispetto delle regole, il trattamento diversificato che crea inimicizia e tensioni.
Perché dove le regole sono condivise il disagio sparisce. Esempio? Periferia milanese, condominio di 14 appartamenti, senza giardino, senza cortile, solo le scale in comune, il proprietario dell’ultimo piano affitta l’appartamento a un gruppo di marocchini, questi occupano l’appartamento, lo subaffittano ad amici,  d’estate dormono sul balcone, la notte  bivaccano sulle scale,  i condomini cominciano a protestare, ce l’hanno con i marocchini sono razzisti, insensibili? No, io direi che sono persone che vedono la loro quotidianità minacciata. A forza di richiami e di consigli gli inquilini marocchini iniziano ad osservare il regolamento, nel frattempo hanno imparato un po’ la lingua e questo permette loro di interagire con gli anziani del palazzo, rispondono al saluto dei vicini, imparano a fare la raccolta differenziata dei rifiuti, il malumore e il pregiudizio cadono.
L’altra sera alla riunione condominiale qualcuno ha detto, “i marocchini non si toccano,  sono meglio del signor 'X' che dopo vent’anni ancora non sa fare la raccolta differenziata".

Poi, l’Italiano razzista ci sarà senz’altro, come del resto la Dacia Valent di turno, ma  soffiare sul fuoco dei singoli episodi per dire di un popolo intero che è razzista non solo è ingiusto ma è dannoso.
Bisogna educare, bisogna ricordare il passato e la storia, anche con i "terroni" c'è stato razzismo, quando paintavano i pomodori nella vasca da bagno.

ASCOLTA su www.radioformigoni.it




2 novembre 2007

In Italia non si va in galera

Questa intervista apparsa oggi su Il Giornale è molto "educativa" significativa di come il nostro buonismo italico stia dando i suoi frutti marci, dobbiamo imparare dalla Romania? Perchè no. 

«In Romania si ha l’immagine dell’Italia come di un Paese dove si può infrangere impunemente la legge, senza finire in galera, senza pagare in alcun modo. Da noi non è così. Ecco perché tanti delinquenti vengono qui».

Signor Dumitru Ilinca, lei è responsabile per la comunità romena del Partito immigrati, ci spiega come si è formata quest’immagine?

«Nel mondo criminale c’è un passaparola e il vostro Paese viene considerato quello dove tutto è permesso. Si sa che, anche se la polizia ti prende, poi in un modo o nell’altra riesci a uscire dal carcere. Pure l’indulto ha dato un messaggio sbagliato ai delinquenti. Come dire: “Venite, venite, tanto la farete franca”».

Invece, in Romania, è tutto diverso?

«Certo. La legge viene rispettata. Se qualcuno la calpesta i poliziotti lo mettono in galera e non c’è nessun giudice che ha fretta di farlo uscire. Così, si ha paura di sbagliare. Qui da voi, questa paura non c’è».

Insomma, le nostre leggi non sono abbastanza severe e non c’è certezza della pena. Ma adesso c’è il nuovo decreto sulle espulsioni.

«Non basta, l’importante è punire chi sbaglia. Nella vostra classe politica c’è un buonismo, un permissivismo esagerati. Vedo questo signore, il segretario del Pd, che si lamenta come un bambino debole. Ma come? Non è nella maggioranza nel governo e nel Parlamento? Perché questa maggioranza di centrosinistra non fa una legge diversa, perché non fa il suo dovere?».

Veltroni accusa il governo romeno di favorire l’esodo di migliaia di delinquenti. E chiede all’Europa di intervenire.

«Sbaglia. Sposta le responsabilità. La verità è che in altri Paesi, come la Germania, l’Austria, l’Ungheria, i delinquenti romeni non ci vanno perché sanno che lì ci sono pene severe. Se qualcuno tra di loro chiede: “Dove conviene andare?”, tanti gli rispondono: “In Italia, là si può rubare”».

Per lei che bisognerebbe fare?

«Si dovrebbe guardare all’Europa come a un Paese grande e uniformarsi di più ad una normativa comune».

Cioè?

«Per esempio: se si viene in Italia e non si dimostra dopo 3 mesi, per dire, di avere un lavoro, un reddito per mantenersi onestamente, si dovrebbe essere rispediti a casa. Io sono qui da 5 anni, lavoro, pago il mutuo per la casa e sto male quando sento che si fa di tutta l’erba un fascio. Non mi posso sentire in colpa perché ci sono dei criminali cui mi accomuna solo la stessa cittadinanza. Anche perché molti delinquenti sono dell’etnia rom, che è cosa diversa dall’insieme dei cittadini rumeni. Sono quelli che hanno più difficoltà ad integrarsi. Soprattutto qui, perché si permette troppo».

Insomma, è l’Italia che deve ispirarsi al modello Romania?

«Dico che da noi la legge è più severa e i risultati si vedono. Quando si va in carcere, si sa che non si esce finché non si è scontata la pena e si lavora anche, non si sta mica sulle spalle della comunità. Così, quando si esce si ha anche un piccolo gruzzolo per potersi reinserire nella società. Non mi pare sbagliato».

da Il Giornale 2.11.07


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permalink | inviato da anerella il 2/11/2007 alle 11:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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