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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







3 settembre 2010

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Continua la mobilitazione internazionale per la liberazione di Mohammadi Ashtiani rinchiusa nel braccio della morte dal 2006

«Hanno torturato mia madre Sakineh
Ora l'Europa non dia tregua all'Iran»

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Il caso - Continua la mobilitazione internazionale per la liberazione di Mohammadi Ashtiani rinchiusa nel braccio della morte dal 2006

«Hanno torturato mia madre Sakineh
Ora l'Europa non dia tregua all'Iran»

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio

Caro Sajjad, mi emoziona molto parlarle. Armin Arefi, di La Règle du Jeu, è qui con me e tradurrà la nostra conversazione. Innanzitutto, dove si trova lei, in questo momento?
«A Tabriz, la città in cui mia madre è detenuta. Sono per la strada. E la chiamo da un cellulare».
Pensa che potremo parlare tranquillamente?
«Credo di sì. Cambio spessissimo numero di telefono per sfuggire agli ascolti telefonici. Tentiamo».
Come sono le autorità nei suoi confronti? Subisce pressioni? Tentativi di intimidazione?
«Sì, certo. Ho ricevuto due chiamate dai servizi segreti. In realtà, due convocazioni. Ma ho rifiutato di andarci. Per ora, non sono stato arrestato».
Non sappiamo niente di lei, caro Sajjad. Chi è? Cosa fa?
«Ho 22 anni. Sono il figlio maggiore di Sakineh. Lavoro dalle 6 del mattino alle 11 di sera come controllore sugli autobus della città. Per il resto... Tutti i miei pensieri, tutta la mia volontà tendono a un solo scopo: salvare mia madre».
A che punto siamo? Come vede oggi le cose?
«Ho attraversato momenti di disperazione. Ho scritto alle autorità. Spesso. Mi hanno risposto con un silenzio totale. Da qualche giorno, con la mobilitazione che lei ha lanciato, ritrovo un po' di speranza».
Sua mamma, nella sua cella, sa di questa ondata mondiale di solidarietà e amicizia?
«Sì. È stata informata nelle rare visite cui ha avuto diritto. Ne è stata felice. E l'ha ringraziata».
Perché parla al passato? A quando risale la sua ultima visita?
«A poco prima della sua cosiddetta "confessione" televisiva. Fino ad allora, la vedevamo una volta alla settimana, tutti i giovedì. Dopo, niente. Né mia sorella né io. Né gli avvocati. Ancora stamattina, visto che è giovedì, mi sono recato alla prigione. Ma il guardiano mi ha detto: "Alla signora Mohammadi Ashtiani è vietato qualsiasi contatto per decisione del potere"».
Cosa ci può dire delle condizioni di carcerazione di sua madre?
«Sono durissime. Subisce incessanti interrogatori da parte dei Servizi iraniani. Le chiedono, per esempio, come mai il suo ritratto è affisso dappertutto nel mondo e chi, secondo lei, ha lanciato questa mobilitazione internazionale».
Qual è il suo stato psicologico?
«Prende molti farmaci. Antidepressivi. E prega».
Si trova in una cella individuale o con altre donne?
«Tutte le donne condannate della città di Tabriz sono nello stesso quartiere della prigione. Sono piccole celle con talvolta quindici o venti donne accalcate. Ma è possibile che, dopo la sua apparizione alla televisione, l'abbiano messa in una cella individuale. Le ripeto: non so più nulla, non ho più alcuna notizia».
La sua apparizione in tv qui ha fatto molta impressione. Intanto, era veramente lei?
«Sì, certo, era lei. Ma...».
Ma?
«Ma prima è stata torturata. È Houtan Kian, l'avvocato, che l'ha saputo dalle sue compagne di detenzione. Le autorità avevano bisogno di queste confessioni per poter riaprire il dossier dell'omicidio di mio padre».
Le autorità affermano che il dossier non è mai stato veramente chiuso.
«È falso. Affermano questo per poterla uccidere più facilmente. Del resto, il dossier è stato, guarda caso, smarrito».
Cosa vuole dire?
«L'altro ieri, mentre andavo in Tribunale per averne una copia, mi è stato detto che non l'avevano più. Mi hanno chiesto di andare al piano terra ma, anche lì, non è stato trovato. Ne ho parlato con l'avvocato Houtan Kian che ha fatto le sue ricerche e mi ha detto che il dossier non si trovava neanche a Osku, città di provincia di cui i miei genitori sono originari. Tutto questo è inquietante. Potrebbe trattarsi di un piano della Repubblica islamica per modificare il dossier e aggiungervi elementi a carico che giustifichino l'esecuzione».
Per il secondo caso. Non quello dell'adulterio, ma dell'omicidio...
«Appunto. Tanto più che una settimana prima della perdita del dossier, il domicilio di Houtan Kian è stato messo a soqquadro e il suo computer portatile come anche la valigetta in cui si trovava il riassunto del dossier sono stati rubati. Ancora ieri, mercoledì, i Servizi hanno di nuovo invaso il suo domicilio e portato via un estratto del dossier dell'omicidio di mio padre, l'ultimo che era in nostro possesso. È lo stesso Houtan Kian che mi ha appena informato per sms».
Mi consenta una domanda più diretta. Lei è, dopotutto, il figlio dell'uno (suo padre, assassinato) e dell'altra (sua madre, accusata di complicità in questo assassinio). Nel suo intimo, è sicuro che l'accusa sia infondata?
«Nel mio intimo, sì. Mille volte sì. È una pura menzogna. Insieme a un'incredibile ingiustizia. Mia madre, che non ha fatto niente, niente, rischia la lapidazione. Intanto, il vero omicida, Taheri, è libero...».
Perché lei lo ha perdonato.
«Sì. È il padre di una bambina di tre anni, ha pianto molto davanti a noi. Mia sorella ed io non abbiamo voluto essere la causa della sua esecuzione».
Torniamo alla campagna di mobilitazione. Pensa che possa far cedere le autorità?
«Non so. Comunque, abbiamo solo voi. Non abbiamo nessuno, a parte voi, che ci tenga la mano. Ora, per esempio, so che l'avvocato Houtan Kian ha scritto una lettera alle autorità per chiedere un dibattito con un responsabile qualsiasi. Se ci sarà una risposta, sarà grazie a voi».
Quindi lei non è d'accordo con chi dice che questa campagna irrita le autorità e possa essere controproducente?
«Certo che no. È vero che l'Iran è irritato. Ma bisogna pure che l'Iran ascolti la nostra pena. Le autorità iraniane non hanno risposto a nessuna delle nostre lettere. Se la nostra voce ha una possibilità d'essere ascoltata, sarà, lo ripeto, grazie a voi».
Cosa possiamo fare di più?
«Bisogna raddoppiare le pressioni sulla Repubblica islamica».
Sì, ma come?
«Rivolgendovi, per esempio, al Brasile e alla Turchia che hanno legami privilegiati con la Repubblica islamica».
È al corrente della dichiarazione del presidente della Repubblica francese in cui dice che sua madre è sotto la responsabilità della Francia?
«Certo. È straordinario. Ma bisogna continuare. Altrimenti, se voi allentate la pressione, mia madre sarà uccisa».
Le autorità iraniane hanno tuttavia sospeso l'esecuzione della sentenza.
«Sospeso non vuol dire annullato».
Dunque, mentre noi parliamo, tutto è possibile, tutto è da temere?
«Sì. Da un lato, ci sono persone che non vogliono in alcun caso perdere la faccia e intendono lapidare mia madre. E dall'altro, persone come il signor Nobkaht, il vice del potere giudiziario nella regione di Tabriz, il quale vuole che il signor Imani, il giudice che ha pronunciato la sentenza, sia tratto d'impaccio e che, per questo, ha chiesto a Teheran il cambiamento della pena di lapidazione in impiccagione. Ma questo è forse meglio?».
No, certo.
«Vi prego, non mollate. Siete voi, ancora una volta, che tenete le nostre mani. Se voi non ci foste, mia madre sarebbe già morta».
(traduzione di Daniela Maggioni)

Bernard-Henri Lévy
03 settembre 2010


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3 aprile 2010

"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

 

Ho letto questa mattina la testimonianza di una donna, un avvocato toscano, che nel 2005 ha abortito tramite la pillola RU486. Voglio condividere con voi questa testimonianza, perché tutta la bagarre di questi giorni sulla  pillola RU486 che “libera” le donne  dal chirurgo, mi sembra che tenga conto più dell'effetto "risparmio" che avrà sui bilanci delle ASL, che della sofferenza delle donne.
Donne “condannate” da una pillola ad essere le uniche responsabili ed esecutrici di un aborto solitario.
Non si tratta di essere contrari a una legge dello Stato. La Legge 194 garantisce il diritto di abortire, ma non ci vieta la libertà di pensare se questo diritto garantisce la serenità delle donne. Puoi dirti libera, solo perché è lasciata a te la scelta di disfarti di un figlio concepito e anche tutto l’iter, che dura tre giorni, perché il misfatto si compia? E' questa la libertà che vogliamo?


"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

Anna ha 34 anni, è un avvocato toscano, e nella sua regione, nel 2005, con la pillola Ru486,allora in fase sperimentale, ha abortito un figlio indesiderato concepito con il marito che stava lasciando.
«Ma quale banalizzazione dell’aborto» mi racconta mentre siamo sedute in un bar di Orbetello, «è stato terribile e non lo rifarei mai più». «Voi medici siete crudeli e cinici, siete abituati al dolore, quello degli altri, e trascurate l’impatto psicologico delle vostre cure e degli effetti delle vostre terapie su noi poveri pazienti».

Ho chiesto ad Anna di raccontare la sua esperienza personale, naturalmente garantendole l’anonimato, e lei ha accettato.
Ed è un fiume in piena... «I dottori mi avevano informato su questa nuova tecnica abortiva, solo ed esclusivamente farmacologica, mi avevano assicurato che tutto sarebbe stato più dolce, che avrei evitato l’intervento chirurgico, l’anestesia, il raschiamento e tutte quelle pratiche dolorose, compreso il ricovero, ma per me è stato peggio, molto peggio...».

«Intanto non è proprio una passeggiata, non è come mandare giù un’aspirina e via, anzi... dopo che hai ingoiato la prima pillola, sai che quel giorno stesso tuo figlio morirà, e resterà attaccato lì, morto, dentro il tuo utero... semplicemente il suo cuoricino, che il giorno prima hai ascoltato durante l’ecografia, smetterà di battere. Per sempre. È l'effetto della prima pasticca, che tu devi mettere in bocca da sola, perché da sola sei lasciata a sopprimere quella vita che tu stessa vuoi eliminare. Lo capisci subito la sera stessa che quel figlio è morto, perché senti improvvisamente sparire tutti quei segni di gravidanza che noi donne ben conosciamo, primo fra tutti il seno, di colpo non lo senti più turgido, te lo tocchi, lo palpi e non è più teso, quasi si affloscia, e sparisce anche quella piccola tensione del basso ventre tipica dei primi mesi di gravidanza».
«E poi viene il peggio... perché devi aspettare! Devi aspettare tre lunghi giorni, nei quali continui a fare quello che hai sempre fatto, lavorare, camminare, mangiare, dormire, andare al cinema... cerchi cioè di distrarti, ma sai che hai quel “coso” morto lì dentro che deve essere eliminato, espulso, cioè abortito!».

«Per me sono stati tre giorni terribili, già ero a terra per la separazione da mio marito, e come ultima punizione ora mi accingevo a separarmi dall’unica cosa che mi avrebbe legato a lui per sempre, e che in quel momento era l’ultima cosa che volevo».
«In quei tre giorni, poi, hai tutto il tempo per pensare e riflettere su quello che ti è accaduto e che ti accadrà, hai il tempo per pregare e per piangere... io mi sentivo una specie di assassina in libertà... ma perché avevo accettato questo maledetto metodo,
mi chiedevo, non era meglio far fare tutto al medico? Io sarei stata in anestesia, in sala operatoria, non avrei sentito né provato nulla, lui avrebbe operato e fatto tutto, io mi sarei risvegliata pulita e liberata dal mio problema, il tutto sarebbe durato meno di un’ora e non avrei avuto quelle sensazioni orribili dell’attesa».

«Il terzo giorno mi sono ripresentata, senza aver dormito e con delle occhiaie così, in ospedale per la seconda pasticca. Anche quella ti viene messa in mano e sei tu che la devi mandare giù... sei tu l’unica e sola mandante e autrice di un piccolo omicidio, quello del tuo figlio mai nato, e senti che una parte di te sta per sparire per sempre, che non tornerà mai più ed è una sensazione solo tua, di solitudine, che non condividi nemmeno con l’anonima infermiera che ti consegna la pillola nella garza sterile.
A quel punto però la ingoi subito perché speri che tutto finisca più in fretta possibile. Non sai ancora che, da quel momento, ti prepari ad assistere, a partecipare ed a effettuare il tuo “avveniristico” aborto terapeutico!».

«Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. Il medico durante il colloquio mi aveva spiegato bene che con la seconda pillola, una prostaglandina, sarebbe avvenuto una sorta di mini-travaglio, con qualche contrazione uterina, ripetute e ravvicinate, lievemente dolorose, ma essenziali per provocare il distacco del feto, ormai morto, dalla parete uterina e per la sua espulsione, e che comunque sarebbe stato eliminato facilmente, misto con del sangue... sarebbe stato cioè come avere delle mestruazioni più dolorose del solito, così mi disse».
«Invece il dolore è stato molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che stava avvenendo rendeva tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. Ed assistere a tutto questo è stato insopportabile. Ho pianto per il dolore fisico, ma soprattutto ho pianto per il dolore dell’anima, per la mia partecipazione attiva ad un evento che mai avrei voluto vivere ed osservare da così vicino».

«Poi, quando tutto è finito, quando tutto è compiuto, la procedura ti obbliga anche a verificare di persona che effettivamente l’aborto farmacologico sia ben riuscito, per cui ti viene effettuata l’ecografia di controllo, che trasmette dallo schermo l’immagine pulita del tuo utero non più “abitato”, ma vuoto e libero dal corpo estraneo che si è medicalmente voluto eliminare... non si sente più nessun battito galoppante, nessun segno di vita, ma solo silenzio di morte».

«Ho avuto un peso nel petto per lungo tempo... non è stata una liberazione per me, ma ho avuto un senso di colpa per diversi mesi, e ancora oggi, quando ci ripenso, e spesso ci ripenso, mi torna la nausea per quell’esperienza terribile, irreparabile e definitiva».
«Ogni volta che oggi leggo o sento parlare di aborto, rivivo quei miei pochi ma orribili giorni con il ricordo di una scelta dalla quale non si può più tornare indietro... e molte volte la vita poi ti porta a situazioni in cui avresti voluto che le cose fossero andate diversamente».
Anna è seduta di fronte a me e sorride amaramente. Ha una parrucca bionda in testa, a coprire una calvizie da chemioterapia.
Anna sta combattendo contro un tumore maligno del sangue che si è presentato all’inizio dell’anno. Anna sta lottando per la vita.
La sua stavolta.

di Melania Rizzoli – Il Giornale.it sabato 3 aprile 2010




14 maggio 2009

Adolescenza e speranza

 

Sono stata adolescente quando Guccini cantava "l’avvelenata", quando si girava con il cappotto sbottonato in pieno inverno per mostrare a tutti la cintura di Gucci, quando i blues jeans erano un simbolo irrinunciabile, ma io non ne ho mai posseduti un paio, mia madre era contraria per principio, avrei fatto carte false per avere un paio di Wrangler ma lei niente, solo imitazioni acquistate al mercato, quando tutti avevano il motorino, io non avevo nemmeno il permesso di usare il vecchio Garelli di mio padre, quando mi diplomai ai miei amici regalarono l’iscrizione alla scuola guida e a me una bicicletta, non potevo uscire la sera perché mia madre diceva che il mondo era popolato da gente poco affidabile, ho pianto, urlato, scritto lettere strazianti rimaste senza risposta, non rivivrei quegli anni nemmeno se me li regalassero insieme alla giovinezza, ma non ho mai pensato che la vita fosse brutta, certo, volevo cambiare, fuggire, volevo una famiglia differente dalla mia, ma la vita mi sembrava una grande opportunità e io mi sentivo un uccello in gabbia con le ali tarpate che non vedeva l’ora di poter volare.

Quelle fatiche, quei soprusi a volte inutili, mi hanno forgiata, si poteva farne a meno, ma tant’è, quella era la mia vita e un senso doveva pur esserci.
Diventando madre ho capito che alcuni errori si ripetono in buona fede, altri si evitano, non c’è nulla della vita da cui non si possa imparare ad essere migliori.
L’educazione di uomini e donne che solchino la strada del futuro è il compito più difficile e più arduo, spesso un compito che le famiglie svolgono in solitudine.
Ecco perché quando ho letto della studentessa quindicenne di Lecce, impiccatasi in casa mi si è spezzato il cuore, perché non c’è dolore più grande di un figlio che decide che non valga la pena di vivere, di un figlio che se ne va così, lasciandoti solo interrogativi e sensi di colpa che solcheranno i tuoi giorni per sempre, domande a cui non avrai mai risposta.

La studentessa di Lecce era brava a scuola, senza problemi particolari se non i soliti conflitti adolescenziali, il giorno in cui ha scelto d’impiccarsi si festeggiava la comunione di suo fratello e lei non aveva voluto partecipare alla cerimonia, né alla festa, voleva uscire con i suoi amici, per questo il padre le aveva tolto per punizione il cellulare, chi può dargli torto, chi può pensare che si trattasse di un sopruso invivibile, insuperabile, nessuno.
Lei ha passato il pomeriggio in casa a conversare al telefono fisso con le amiche, senza una parola su quanto tramava. Forse non voleva morire, voleva solo fingere un gesto estremo per attirare su di sé l’attenzione, forse voleva solo scherzare con la morte convinta di vincere ed invece è toccato al padre rientrato dalla festa alle 23 trovarla impiccata con un lenzuolo.

La sua bambina, la sua piccola donna che si credeva così grande da non dover condividere una giornata di festa con la sua famiglia, che si credeva così grande da poter bastare a se stessa, ha reso la vita di chi le voleva bene un sentiero irto e difficile, li aspettano giorni di dolore, di dubbi e spero davvero che non siano giorni di solitudine perché nessuno potrà togliere loro il dolore e la fatica, ma la compagnia potrà aiutarli a portare il peso di questo dolore e superare quei giorni che sembreranno più bui degli altri guardando al futuro, all'altro figlio da crescere, guardando alla vita e alle cose buone che offre, e scoprendo che nulla accade senza un senso, nemmeno il più grande dei dolori.




31 gennaio 2009

Balla, Bolle, balla e fregatene dell'arcigay

ASCOLTA

L’estate scorsa con un amico sacerdote e un gruppo di amiche andammo a mangiare una fiorentina in una trattoria toscana.

Era da poco calata la sera e sotto al portico dell’osteria degli attempati avventori stavano seduti al tavolo con davanti un bicchiere di vino, appena ci videro attraversare la strada e dirigerci verso di loro ci squadrarono dall’alto al basso un po’ stupiti.
Bisogna dire che le mie amiche erano vestite in modo eccentrico per la situazione, essendo suore o novizie a diversi stadi del cammino verso i voti definitivi, ognuna aveva un abito differente, blu, interamente bianco o per chi aveva dato i voti Bianco con il velo nero e la stola rossa, bisogna riconoscere che le "adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento" non si fan mancare nulla della tavolozza di colori, appena l’ultima ebbe messo piede dentro la trattoria uno esclamò “ma i pinguini una volta non erano tutti neri?” dando la stura ad una serie di considerazioni sulla sfortuna che porta incontrare le suore e via dicendo.

Razzismo, clerofobia, maleducazione, colorita tradizione toscana?
Fate voi, di certo le mie amiche non potevano pensare di passare inosservate e nella totale indifferenza.
Dico questo perché mi sembra che stiamo vivendo in una particolare situazione in cui spesso gruppi di persone accusano chi sta loro intorno di intolleranza, perché non sono indifferenti alle loro manifestazioni spesso eccentriche, capite che Platinette in televisione fa audience, ma dal panettiere di certo crea curiosità, come se entrasse un incantatore di serpenti e tutti dovessero fingere indifferenza per non essere additati come razzisti.

Siamo sicuri che l’ostentazione gay faccia del bene alla causa?
A chi giova il continuo puntualizzare il problema gay?
A coloro che se fanno il medico cono un bravo medico indipendentemente da chi li aspetta a casa?
A quelli che se fanno l’operaio, il tassista o l’imprenditore valgono in quanto persona e non per le loro scelte sessuali?

Daniele Silvestri cantò qualche anno fa “Gino e l’alfetta” . La canzone parlava di un gay sposato con Maria, che aveva però un uomo come amante.

Maria sei sempre mia
sei l'unica possibile
ma di Gino io mi fido un po' di più (…)
Gino ha i miei stessi punti di vista
e per adesso mi basta


(…)
mi dirai: come fai
come mai non lo sai cosa sei
sei diverso da noi
ma che vuoi, sono gay fatti miei
che disturbo ne hai
quale enorme disagio ne trai


la canzone divenne l’inno del gay pride, benissimo, ma allora perché tanto clamore per Povia che canta Luca era gay? Se Luca ha cambiato idea, saranno ben fatti suoi, “che disturbo ne hai
quale enorme disagio ne trai”

Io dico che è giusto pretendere che non vi siano discriminazioni, che gli uomini e le donne siano uguali nei diritti e nei doveri davanti alla legge, davanti a Dio lo sono già.
Ma chi vuole promuovere questi diritti sbaglia a tirare la giacchetta di tutti.

Pensare che sbandierare il proprio privato, sessuale e no, possa giovare alla causa è un errore,
che il bravissimo e fascinoso, 

Roberto Bolle, Ballerino della Scala di Milano sia o non sia gay, Cambia qualcosa?
E’ bravo, e anche molto bello, per il resto sono affari suoi.

Uno deve essere libero di proteggere il suo privato, quella privacy di cui tanto si parla a sproposito ed invece si cerca in ogni sua intervista in ogni sua vacanza, la foto rubata, la parola detta che possa portarlo allo scoperto,. Che possa liberarlo dal silenzio, ma chi l’ha detto che questo sia ciò che lui desidera?
Cosa porta in più alla sua arte, alla sua persona dichiarare o no in pubblico i suoi gusti? Un attore a cui piacciono le bionde, recita meglio di un altro a cui piacciono le bruttine stagionate o gli uomini?

Saranno ben fatti suoi, o no?
Invece il noto ballerino è stato costretto a dare chiarimenti ed ha dichiarato:
 
“Come è ormai risaputo non amo parlare della mia vita privata e non rilascio mai dichiarazioni sulla mia sessualità e su quella di terzi” (…)
Rimane la mia simpatia e il profondo rispetto per le persone omosessuali. Rimango sempre stupito nel constatare come tutto quello che è gossip e fantagossip viaggi più veloce delle notizie che riguardano invece la cultura e l'arte, che sono invece gli unici argomenti di cui amo parlare e di cui mi faccio portavoce.”

Balla Roberto, balla, e fregatene dell’arcigay a noi piaci come sei. 

Roberto Bolle nasce il 26 marzo 1975 a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria.


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15 novembre 2008

Sembrano parole "moderne" e invece...

 


L'amico Giovanni mi segnala queste parole che sembrano ascoltate oggi e invece...



«...Per quanto riguarda coloro che desiderano morire perché un tempo sono stati sani e ora non ce la fanno più, ebbene io credo che lo Stato, che ci impone il dovere di morire, debba anche darci il diritto di morire»

Dal film "Ich klage an" (Io accuso) - Germania, 1941 (propaganda pro-eutanasia)

«... ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano disponibile del loro stato di salute possa essere concessa una morte pietosa.»

Lettera di Hitler a Bouhler e Brandt
 
Il nemico, che spesso usa travestirsi da "angelo di luce", ultimamente si traveste da angelo della "libertà" e della "pietà".
Giovanni



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