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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







23 marzo 2011

LIBIA...

 

Sul profilo FB di un grande giornalista, Toni Capuozzo – 22.3.2011
Non è che mi piaccia raccontare le guerre, ma preferirei essere a Tripoli che qui. Perché raccontare le cose che vedi è meglio che stare a casa a pensare. E, a volte, non so cosa pensare. Oggi non ho letto i giornali, per non essere d’accordo con questo o quell’editoriale, e poco dopo essere d’accordo con un editoriale che sostiene il contrario. Che in guerra non esista la verità, è cosa vecchia ma sempre vera. Neppure nei numeri, che pure dovrebbero essere i dettagli più nudi. E qui sono rimasto a due numeri. Le ottomila vittime che Gheddafi, i suoi aerei, le sue truppe, i suoi mercenari hanno provocato, in sei settimane di rivolta, tra i ribelli e la popolazione che li appoggia. Le 67 vittime – ma può darsi che il numero sia stato aggiornato, nelle dichiarazioni del ministero della Sanità libico- provocate tra la popolazione civile dalla incursioni aeree e dai missili della coalizione. Non c’è niente di peggio della conta dei morti, e della contrapposizione algebrica delle vittime, ma i numeri contano. Contano anche quando consideri le ragioni di una guerra, e i suoi retroscena, nobili come l’approvvigionamento di fonti energetiche – perché, posto che la guerra è sempre un guasto, una disgrazia, un corto circuito della ragione, sarebbero nobili le guerre per odio etnico, razziale, religioso, ideologico ? – o meno nobili come calcoli elettorali, affermazioni di leadership continentali. Contano perché ogni guerra, che la chiami con il suo nome o con altre, sottili ed edulcoranti, definizioni, questo è: una conta dei morti, e vediamo chi tiene duro più a lungo. Una conta dei morti e una scommessa sul futuro, sulla vittoria e sulla sconfitta. Per questo nutro perplessità sull’ Odissea alla’alba (ma un nome meno sciagurato, meno promettente di tempi lunghi, non lo potevano trovare, per una guerra in cui l’unica superiorità di Gheddafi è la scommessa sul tempo, ogni giorno che passa un gettone di presenza glorioso ?), perché la vittoria – militare con la no flight zone imposta e politica, con la rimozione di Gheddafi, è poco rosea per l’Italia, che si gioca immigrazione e petrolio e gas, e la sconfitta, con Gheddafi che resta in sella e una Libia ripartita è altrettanto funerea. Ma i numeri sono numeri, anche quando non si possono comparare, anche quando temiamo di doverli proiettare nel futuro, come fanno i demografi. Non so se gli ottomila siano un numero credibile, ma so che lo sarebbero diventati con la caduta di Bengasi. So che i 67 – o quanti siano diventati nel frattempo- possono essere, come gli ottomila, un numero di propaganda, ma so che anche solo una vita inerme è un dazio morale che deve pesare, su chi non si illuda sulla natura chirurgica di qualunque intervento militare, specie dall’alto (come insegna la realtà contemporanea dei droni impegnati per uccisioni mirate in Afghanistan e Pakistan, e come ci ricorda il bombardamento umanitario della Serbia, di cui continuo a ricordare, io che non ho buona memoria, il nome e il cognome di una bambina di tre anni, Milica Krstic, uccisa dalle schegge di ricaduta di una bomba che aveva centrato correttamente e legittimamente la pista dell’aeroporto militare di Batajnica). E dunque questi numeri possono costituire il cuore di una domanda brutale: quanti ne possiamo uccidere, controvoglia, per salvarne quanti ? E’ una domanda cui non saprei rispondere. Perché come molti, sono stato pigro, davanti alla Libia. Ho pensato, prima, all’inizio, che per una qualche benedizione seriale, potesse finire come in Tunisia e in Egitto. Poi ho pensato che ineluttabilmente sarebbe finita in altro modo, con la vittoria scontata e feroce di Gheddafi, che lasciava anche alle anime brutte il conforto di una meditazione sul cinismo dell’Occidente, e sul destino infame dei ribelli. Invece no, non c’è stata un’altra Srebrenica, non siamo diventati tutti caschi blu olandesi. Invece lo stesso paese del generale Morillon, per sue poco limpide ragioni, ha forzato tutti a fare quel che pochi giorni prima sembrava impensabile. E che continua a lasciarmi perplesso, se non contrario. Perplesso e nostalgico di uno stato delle cose in cui – a quale prezzo dei diritti civili faremmo bene a non scordarcelo - Gheddafi bloccava esodi biblici, dava petrolio e gas, faceva folklore con le sue amazzoni, le sue hostess romane, i suoi beduini a Villa Borghese. Uno stato delle cose in cui tante risoluzioni delle Nazioni Unite restano lettera morta – ma non doveva essere disarmato Hezbollah ? – e tanti compunti osservatori raccontano il cinismo del mondo, e il sacrificio delle rivolte sconfitte. Sta andando diversamente, e questo spiazza governo e opposizione. Ma conservo, delle guerre, un’opinione semplice e cruda. Se ci sei, devi almeno vincerla, per non lasciare altre Somalie per strada, per sederti al tavolo dei vincitori, per andare a vedere chi siano, in Libia, quelli che hanno scampato il ruolo di vittime in editoriali pensosi, in film, pièces teatrali e processi all’Aja, con le cicatrici di Iran e Iraq che ancora fanno male, di tanto in tanto


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permalink | inviato da anerella il 23/3/2011 alle 17:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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