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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







5 febbraio 2012

Che Dio ci aiuti!!!

L’hanno definita “Il don Matteo in gonnella", Elena Sofia Ricci, nei panni di suor Angela, alle prese con un convento che per far fronte alle spese diventa convitto e bar.
Un luogo dove molte storie umane trovano famiglia, dove soprattutto ogni cosa che accade è giudicata, non con quel giudicare del mondo che è un tranciare giudizi inappellabili che distruggono le persone, un giudizio che non è mai la condanna di chi sbaglia ma un dire male al male e bene al bene, un rendere ragione della ragionevolezza del bene.

Non so come la pensa la nostra suor Gloria, del convento di Pietrarubbia, non me ne voglia, per certe esuberanze che sono l’amore per la quotidianità, suor Angela ci ha fatto pensare a lei.

Mi sono imbattuta per caso ieri sera in questa fiction e ho pensato che forse in tempi come i nostri, dove nessuno dice le cose più semplici e che buon senso, utili alla vita, ben venga anche una 



Suor Angela televisiva.
Siamo abituati a sentir parlare della Chiesa solo per dire che non merita l’8 per mille, non paga a sufficienza l’ ICI, che è piagata dalla pedofilia, senza che mai si tenga conto di come invece la fede sia per molti il motore della propria vita, il motivo per cui guardare ai giovani, agli anziani, alla comunità civile non come a un problema, ma a un occasione. Insomma in questo preciso momento storico, va bene anche una suora, che racconti come sposare Cristo non sia un togliersi dal mondo, come la fede non sia un di meno, ma un essenziale per assaporare la vita, se solo suscita curiosità, magari qualcuno poi andrà a Pietrarubbia ad incontrare una suora vera.

Del resto, sentire dire in TV che “ Il perdono è un grande dono” non capita spesso.

Sentire qualcuno che a un marito in crisi dice: ”Capita a tutti di avere un dubbio un’angoscia, capita anche a me, non è che noi suore siamo diverse da tutti gli altri, e quando mi succede io prego e chiedo al mio Amore di ricordarmi perché l’ho scelto e perché lui ha scelto me”.

Che Dio ci aiuti!


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5 luglio 2011

Sposati e sii sottomessa

Costanza Miriano è nata 40 anni fa a Perugia e vive a Roma. E’ sposata, e sottomessa, almeno così le piace dire e ha quattro bambini, due maschi e due femmine. E’ cattolica e dunque, quasi sempre di buonumore. E’ giornalista RAI, al tg3. Avrebbe anche studiato lettere classiche, ma, visto che ogni tanto le viene il dubbio che l’aoristo passivo sia un insetto particolarmente mite, non sa cos’altro aggiungere al suo curriculum, se non che ha corso varie maratone, il che poi è venuto utile nel gestire una famiglia estrema. E’ rappresentante di classe, ed esperta in multitasking, in grado contemporaneamente di : aggiornare il blog, colorare “nei bordi”,  correggere, male, un compito e bruciare uno sformato!

 “Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura”, in libreria per Vallecchi Editore.
Ne è autrice Costanza Miriano,Nel libro sono riportate una raccolta di lettere esilaranti e originali di donne sposate o in procinto di sposarsi che chiedono all’Autrice consigli su come comportarsi in certi casi o sul perché gli uomini si comportino in un certo modo.
Costanza risponde in maniera molto semplice e amichevole, partendo dalla sua personale esperienza familiare, arrivando ad affermare che “l’uomo nel vestirsi diventa daltonico” oppure che “ha quello sguardo da cacciatore che potrebbe rivelarsi utilissimo se una beccaccia sfrecciasse in salotto, ma che lo rende totalmente inetto a reperire il burro nel frigo”.
Costanza Miriano scrive quindi di amore, matrimonio e famiglia. “Sposare un uomo e vivere con lui – scrive nel libro – è un’avventura meravigliosa. È la sfida dell’impegno, di giocarsi tutto, di accogliere e accompagnare nuove vite. Una sfida che si può affrontare solo se ognuno fa la sua parte. L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio. Sta alle donne, è scritto dentro di loro, accogliere la vita, e continuare a farlo ogni giorno. Anche quando la visione della camera dei figli dopo un pomeriggio di gioco fa venire voglia di prendere a testate la loro scrivania”.
La “sottomissione” di cui parla non è quella di “lavare i piatti e fare le faccende di casa”. Viene ripresa innanzitutto dalla Lettera di San Paolo, ma che riguarda  un altro tipo di servizio: “Può significare – scrive l’Autrice –  accogliere le inclinazioni dell’altro, per esempio non organizzare una cena che a lui non va, oppure organizzarne un’altra che lui vuole. Cercare di indovinarne i desideri…”.
Un libro allora rivolto a tutti, non solo alle donne, ma anche a chi vuole mettersi in discussione e magari sorridendo. E inoltre la possibilità di continuare a dialogare con Costanza Miriano e con altri lettori o lettrici più o meno sottomesse, attraverso il blog http://costanzamiriano.wordpress.com/
 


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25 febbraio 2011

Amore, amore, amore... chi lo rende eterno?


 Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata

Risulta ogni volta più evidente che non si può dare per scontata la maturità del soggetto umano che si accosta al matrimonio. Indipendentemente dalla loro buona volontà, la realtà è che tanti giovani arrivano al matrimonio senza la coscienza adeguata della natura dell’avventura che stanno per intraprendere. Ciò non si può dare per scontato neanche per i giovani cristiani, che in non poche occasioni si avvicinano al matrimonio in condizioni non dissimili da quelle dei loro amici non cristiani, con l’unica differenza che si sposano in chiesa e hanno quanto meno un desiderio di sposarsi secondo la concezione del matrimonio che la Chiesa difende e testimonia. Questa carenza di coscienza non si può risolvere con i corsi prematrimoniali che conosciamo, i quali per loro propria natura non possono dare risposta alla situazione di quanti li frequentano. Grande è la sfida che si presenta all’intera comunità cristiana: è messa alla prova la sua capacità di generare personalità adulte, uomini e donne, in grado di accostarsi al matrimonio con una minima prospettiva di un esito positivo.

In un intervento come questo, è impossibile affrontare tutta la problematica del matrimonio e della famiglia. Mi concentrerò su una questione che mi sembra essenziale per mettere in luce quella relazione particolare che si stabilisce fra un uomo e una donna.
La crisi della famiglia è una conseguenza della crisi antropologica nella quale ci troviamo. Gli sposi infatti sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé.

Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. «La questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna – ha detto Benedetto XVI – affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?».1
Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è l’aiuto a prendere coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che per loro natura nessuno di loro può dare all’altro.
Quanta violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura propria della persona!
Questa mancanza di coscienza del destino dell’uomo conduce a fondare tutto il rapporto su un inganno, che si può formulare così: la convinzione che il tu può rendere felice l’io. Il rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno dei suoi protagonisti. È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera particolare a scoprire la verità dell’io e del tu, e insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.

In effetti, «il mistero eterno del nostro essere» ci viene rivelato dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata. La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Ciò che il poeta Cesare Pavese dice del piacere si può applicare al rapporto amoroso: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito».

2 Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la propria vocazione. Sentono la necessità l’uno dell’altro per non restare paralizzati nel proprio limite, senza altra prospettiva che la noia della solitudine.

Ma nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella Enciclica Deus caritas est: «l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, […] all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, […] al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono».3
In questo rapporto l’uomo sembra incontrare la promessa che gli fa superare il proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile.4 Per questo storicamente si è percepita una relazione fra l’amore e il divino: «l’amore promette infinità, eternità – una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere».5
È l’esperienza che testimonia il poeta italiano Giacomo Leopardi nel suo inno ad Aspasia:

«Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà».6

La bellezza della donna è percepita dal poeta come un “raggio divino”, come la presenza della divinità. Attraverso la sua bellezza, è Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la natura di questa chiamata, e invece di assecondarla si ferma alla bellezza che vede davanti a sé, presto essa si manifesta incapace di compiere la sua promessa di felicità, di infinito.

«Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
la donna a torto».7

Vuol dire che la donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere. Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a cadere, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.
La bellezza della donna è in realtà “raggio divino”, segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto alla sua natura limitata.8 La sua bellezza grida davanti a noi: «Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?».9 Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. Come se una donna che riceve un mazzo di fiori, rapita dalla loro bellezza, si dimenticasse del volto di chi glieli ha mandati, e del quale sono segno, perdendo il meglio che i fiori recavano. Non riconoscere all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima o poi si manifesta incapace di rispondere al desiderio che ha suscitato.
Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto. Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento della prossima delusione.
Il poeta tedesco Rainer Maria Rilke ha identificato con singolare efficacia il dramma del rapporto amoroso, intuendo che entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita: «Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno». Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza, che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento di sé e della persona amata. Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno, restando aperti alla sorpresa che questa possa riservarci. Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto amoroso, il poeta italiano intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era la Bellezza con la B maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna è un inno alla «cara beltà» che cerca in ogni bellezza; tutto il suo desiderio è che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile.10 È ciò che è accaduto in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Luigi Giussani ha definito questa poesia come una profezia dell’Incarnazione.11
Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni testi che a prima vista possono risultarci paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; […] Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 34-37; 39-40).

In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. In tal modo Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo, la Bellezza fatta carne, più della persona amata, quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro si rinviano e nella quale il loro rapporto si compie. Solo permettendogli di entrare in esso è possibile che il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia della sua pretesa. In questo momento appare in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire un’esperienza del Cristianesimo come pienezza di vita per ogni uomo. Solo nell’orizzonte di questo rapporto più grande, come diceva Rilke, è possibile non consumarsi, perché ciascuno trova in esso il suo compimento umano, sorprendendo in sé una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di gratuità senza limiti, di perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento positivamente.
Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione di cui sono i protagonisti principali, limitandosi a pensare che l’appartenenza alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà.
In ciò si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro suscita costantemente in me, verso Cristo. Così si potrà non passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4, 18) senza riuscire a soddisfare la propria sete.

La coscienza della propria incapacità a risolvere da se stessa il proprio dramma, neppure cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile che non ha potuto evitare di gridare: «Signore, […] dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete». (Gv 4, 15).
Senza un’esperienza di Cristo come pienezza dell’uomo, l’ideale del Cristianesimo per il matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile a realizzarsi. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. In realtà esse sono frutto di una tale intensità dell’esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che «per Dio nulla è impossibile». Solo un’esperienza così può mostrare la razionalità della fede cristiana, come totalmente corrispondente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto così costituisce la migliore proposta educativa per i figli, che attraverso la bellezza del rapporto fra i genitori sono introdotti, come per osmosi, nel significato dell’esistenza.
La loro ragione e la loro libertà sono costantemente sollecitate a non staccarsi da tale bellezza; la stessa bellezza risplendente nella testimonianza degli sposi cristiani che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare.

Valencia, 4-7 luglio 2006
Congresso teologico pastorale in occasione del V Incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI



 


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25 febbraio 2011

L'esperienza più bella innamorarsi

 

(...) Qual è l’origine di questo bene di cui siamo così grati? È l’esperienza cristiana.
Non è sempre stato così, come testimonia la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “è lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?”. E aggiunse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. I discepoli gli dissero: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. (Mt 19,3-6.10)
Non dobbiamo sorprenderci, quindi.
La stessa cosa che a tanti oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli. Solo la grazia di Cristo ha reso possibile vivere la natura originale della relazione fra l’uomo e la donna. È importante guardare a questa origine per poter rispondere alle sfide che dobbiamo affrontare. Noi cattolici non siamo diversi dai più; molti fra noi hanno problemi nella vita familiare. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non sono perseveranti di fronte alle numerose difficoltà esterne e interne che attraversano. E quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le tentazioni della vita. Ce lo ha ricordato il Papa: “Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 25).
Dobbiamo far nostro quello che abbiamo ricevuto per poterlo vivere nella nuova situazione che siamo tenuti ad affrontare, come ci invita Goethe: “Ciò che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo di nuovo per possederlo veramente”.
Per riappropriarci veramente dell’esperienza della famiglia dobbiamo imparare che “la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna – come ha detto Benedetto XVIaffonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da quì. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?”. Davvero la persona amata ci rivela “il mistero eterno del nostro essere”. Nulla ci risveglia talmente, e ci rende così coscienti del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto l’esperienza di essere amato. La sua presenza è un bene così grande che ci fa rendere conto della profondità e della vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Le parole di Cesare Pavese sul piacere si possono applicare alla relazione amorosa: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito”. Un io e un tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito.
In questa esperienza, a entrambi si svela la propria vocazione.
Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un “raggio divino”, ossia un segno che rimanda più oltre, a un’altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi: “Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. Con queste parole il genio di C. S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cede all’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. E la relazione finisce per diventare insopportabile.
Come diceva
Rilke, “questo è il paradosso nell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell’orizzonte di un Amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno”.
 
La più bella esperienza, innamorarsi

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù perché l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37.39). Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo – la Bellezza fatta carne – più della persona amata, questo rapporto appassisce. È Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e col tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l’impeto col quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore, col tempo, si corrompa.
Questa è l’audacia della sua pretesa. Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che appartenere all’ambito della comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4,18) senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma, nemmeno cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: “Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (Gv 4,15).
Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che “a Dio nulla è impossibile”. Solo una tale esperienza può mostrare la razionalità della fede cristiana, come una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto in questo modo costituisce la migliore proposta educativa per i figli. Attraverso la bellezza della relazione fra i genitori, essi vengono introdotti, quasi per osmosi, al significato dell’esistenza. Nella stabilità di questa relazione la loro ragione e la loro libertà vengono costantemente sollecitate a non perdere una tale bellezza. È la stessa bellezza, che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani, che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare
 
 
A Madrid e all’origine del matrimonio con Goethe, Cristo, Pavese e Lewis.
Contributo di Julián Carrón su “EL MUNDO” Alla manifestazione per la famiglia del 30 dicembre 2007, festa della Sacra Famiglia.


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10 settembre 2010

Diaconi a Milano

 



A Milano in Duomo mercoledì 8 settembre, 26 seminaristi sono stati ammessi agli ordini sacri, detto in parole grezze, hanno fatto una tappa del loro cammino verso il sacerdozio, hanno vestito per la prima volta l’abito talare, nuovo e splendente come il loro “SI” non ancora definitivo, il cammino è ancora lungo sino a diventare sacerdote per sempre, ma è già un buon cammino.

All’uscita dal Duomo il cielo pieno di nuvole aveva deciso di concedere una tregua.

Amici, parenti, famiglie, aspettavano di poter abbracciare il loro ragazzo, e io tra loro, aspettavo quel ragazzo, figlio di amici, che ho visto nascere, crescere, diventare alto, forte bello, dare le preoccupazioni che tutti danno ai genitori, e le soddisfazioni che spesso noi genitori celiamo dietro ad una sana modestia.

Finalmente i diaconi escono e la piazza di divide in capannelli ognuno a festeggiare il proprio ragazzo, la tonaca volteggia, si sprecano strette di mano, baci, qualche lacrima, frasi di affetto, ognuno reagisce a modo suo, a quest’aria di festa che il vento di precoce autunno non raffredda.

I parroci e preti dell’oratorio venuti con i pullman e i parrocchiani a far festa ai loro ragazzi, qualcuno cresciuto tra i campi dell’oratorio e la sacrestia, altri che sembravano interessati ad altro e invece sono stati rapiti da Cristo giusto per dire che non siamo noi a scegliere ma lui che ci scegli e attende che noi diciamo SI.

In piazza ci sono molti giovani e davanti a questi “ SI” nessuno è indifferente, qualcuno cerca di buttarla sulla goliardia e indicandosi a vicenda dice – il prossimo sarai tu – - no lui - , - no lui - la frase rimbalza e come nel gioco di - ce l’hai -,rimbalza sulla persona sbagliata e questo, come punto da una vespa reagisce, dicendo - io no non posso mi piace troppo la… - e unendo gli indici e i pollici dice più che a parole, la frase si perde tra risa e frastuoni, tutti si radunano per la foto di gruppo con il Duomo alle spalle e le guglie a sorreggere le nuvole.

Ma quel ragazzo del - IO NO - ha detto quello che molti pensano, temono, o non capiscono.

Di questi giovani incamminati verso al sacerdozio il mondo fatica a capire la rinuncia alla sessualità.

Perché è un mondo dove non si capisce nemmeno che uno possa immaginare di avere una sola donna nella vita, figurarsi nemmeno una.

E’ un mondo dove tutto sembra concorrere a dire che è solo il sesso che rende felici, che il sesso viene prima di tutto, spesso prima dell’amore, prima del conoscersi, e qualche volta anche prima del sapere come si chiama l’altro.

Perciò è comprensibile che non si capisca un uomo bello, intelligente, allegro che dice di si a Cristo e alla Chiesa donando tutto se stesso.




Ogni vocazione ha fatiche e rinunce, ogni vocazione vissuta seriamente chiede di essere continuamente rinnovata, ogni vocazione chiede di non essere lasciati soli a viverla.

Tornando sui miei passi perduta tra la folla dei passeggeri in metropolitana che si sfiorano senza guardarsi, che leggono o si immergono nei loro pensieri incuranti di chi passa loro accanto, mi è venuta in mente una cosa che avevo letto di Guareschi:

Don Camillo allargò le braccia:

“Signore cos’è mai questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua autodistruzione? (…) Cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise:

“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi. (…) Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo bisogna aiutare chi ha ancora la fede a mantenerla intatta. (…)”

E ho pensato questi Diaconi sorridenti e felici diventeranno sacerdoti, sono loro che ci aiuteranno a mantenere intatta la nostra fede, quel briciolo di fede che rappresenta il seme da salvare.

Aiuteranno noi, i nostri figli e ei nostri nipoti a guardare alla vita come a un dono, al dolore e alla fatica come a qualcosa che va oltre, alle gioie come a una grazia da condividere, e questo è tutto.





22 giugno 2007

Ventura scrive Riccardi rispone

Ventura scrive ad Avvenire, Riccardi risponde e pare subito chiaro che ci sono omosessuali alla "Ventura" e altri che invece vogliono chiamarsi "famiglia" adottare figli e fingere che tutte le unioni siano uguali.  

Lettere (22 giugno 2007)  AVVENIRE

Diritti tutti riconoscibili se si salva il matrimonio

Cara Redazione di Avvenire,

ho letto l’editoriale di Folena sul Pride di Roma. Ci sono stato, ho partecipato, mi sono appassionato per una rivendicazione di diritti che investe la mia vita direttamente. Accolgo con interesse, come sempre, come la mia educazione di (ex) cattolico mi ha insegnato, ogni apertura al dialogo, eppure vi chiedo: è apertura quella di chi mi indica come «intrinsecamente disordinato» contro ogni evidenza scientifica? È apertura quella di chi mette insieme omosessualità e pedofilia, denigrando e insultando milioni di cittadini e cittadine italiane che lavorano, pagano le tasse e non sono criminali come invece chi commette atti di pedofilia? È apertura dichiarare che le unioni omosessuali minano il matrimonio tra un uomo e una donna? E come?

Mio fratello si è sposato l’anno scorso, tra poco diventerò zio, e sono stato felicissimo che facesse questo passo, aiutandolo contro le resistenze più o meno naturali della mia famiglia e della famiglia di mia cognata. Loro, sposati ad Assisi, cristiani credenti, mi hanno accolto e mai giudicato. Per esperienza so quanto è difficile per chi si ama non avere l’appoggio di nessuno quando si cerca di costruire il proprio progetto di vita. Ecco, queste cose chiedeva la piazza, una piazza esacerbata da ragionamenti che difettano di logica e che rifiutano di estendere i diritti e i doveri della costruzione di una società civile sana a dei cittadini che non differiscono dagli altri se non per l’orientamento sessuale. Io sono qui, disposto a dialogare, ma i dialoghi si fanno in due, con la rispettiva disponibilità a cambiare le proprie posizioni. Chi difende la "famiglia naturale" è disponibile ad ascoltare la scienza e la società in cui vive? Non sarebbe più utile per tutti giungere ad un felice compromesso?

Ad esempio, non mi interessa neanche un po’ chiamare il mio compagno "mio marito": tuttavia voglio poterlo visitare quando soffre in ospedale, prendermi la responsabilità di decidere delle sue cure se lui non può, prendermi la responsabilità di mantenerlo quando non potesse da solo andare avanti, sostenerlo nella vecchiaia e nella difficoltà, lasciargli l’eredità; voglio che riceva la mia reversibilità, voglio poter visitare la sua tomba senza ingiunzioni da parte di parenti "omofobi" che basterebbe solo definire razzisti, e soprattutto voglio che questa mia coppia sia riconosciuta dalla società che contribuisce a costruire, con atto pubblico. Perché facciamo la spesa, compriamo mobili, paghiamo il mutuo, paghiamo il canone Rai, lavoriamo, abbiamo amici, e parenti, che aiutiamo e sosteniamo come possiamo – al meglio di quanto possiamo. Che si chiami matrimonio, Dico, o vattelappesca cosa volete che ci importi... Dunque perché non sviluppare una giurisprudenza ed un diritto positivo per le coppie omosessuali, riconoscendo la loro diversità e salvaguardando la differenza del matrimonio? Cosa, da ultimo, è "inaccettabile" nella richiesta di diritti e doveri che nascono da un rapporto d’amore tra persone libere e sane?

Vi ringrazio per l’attenzione,

Stefano Ventura

Caro Ventura,

non ho competenza specifica per parlare delle posizioni della Chiesa circa l’omosessualità in generale. Sono però certo di due cose: innanzitutto che l’espressione «intrinsecamente disordinato» non è mai riferita alle persone, qualunque sia il loro orientamento sessuale. La seconda cosa che le posso assicurare è che nessuno – né nella gerarchia ecclesiastica né tantomeno su questo giornale – ha mai equiparato omosessualità e pedofilia, che sono cose assolutamente diverse.

È la seconda parte della sua lettera, però, a reclamare una risposta non elusiva e che rappresenta un’occasione di dialogo da non sprecare. Lei dice: «Non mi interessa chiamare il mio compagno "mio marito"... che sia matrimonio o Dico o vattelapesca cosa volete che ci importi» ed elenca invece una serie di diritti, rispetto ai quali fa legittima richiesta di riconoscimento. Personalmente penso che questo sia esattamente il terreno sul quale possiamo ritrovarci senza divisioni ideologiche. Il nostro unico "limite", per così dire, è quello che lei stesso scrive nella penultima frase della sua lettera: «Dunque perché non sviluppare una giurisprudenza e un diritto positivo per le coppie omosessuali, riconoscendo la loro diversità e salvaguardando la differenza del matrimonio?». Ecco il punto: se l’unicità del matrimonio tra un uomo e una donna viene salvaguardata, se si evitano equiparazioni con convivenze di diverso tipo, si può arrivare senza grandi difficoltà a individuare a uno a uno proprio quei diritti individuali che – fin dall’inizio di questo dibattito – la Chiesa, e noi nel nostro piccolo, abbiamo indicato come strumento di reale promozione.

Molti dei diritti che lei ricorda sono già riconosciuti dalle leggi più recenti o dalla prassi giurisprudenziale. Ma in questi mesi abbiamo indicato varie possibili soluzioni tecniche – da una riforma del Codice civile in materia di eredità al riconoscimento degli accordi di convivenza, dalle dichiarazioni di unione solidale alla semplice certificazione della convivenza – per arrivare all’obiettivo di rendere i diritti individuali più facilmente fruibili da tutti i conviventi. Non abbiamo alcuna preclusione a che sia possibile per i conviventi – omo od eterosessuali – il subentro nel contratto d’affitto, la cura in ospedale, la regolazione dei rapporti patrimoniali all’interno della coppia, la libertà nel decidere i propri lasciti ereditari, se questo non danneggia i diritti di figli eventualmente presenti. Le uniche perplessità, per la verità, le conserviamo sulla questione della pensione di reversibilità, soprattutto per i conviventi eterosessuali, che potrebbero accedere al matrimonio ma fanno scelte diverse (non a caso neppure i Pacs francesi la prevedono). Occorre infatti evitare che vengano create delle "nozze di serie B" con tanti diritti e pochi doveri, in concorrenza oggettiva – sempre per le coppie eterosessuali – con il vero matrimonio. Lo ripetiamo: siamo contro le discriminazioni e siamo aperti a chi voglia dialogare e confrontarsi senza tacciarci gratuitamente di omofobia. Proviamo a ragionare ancora insieme partendo da questa base comune?

Grazie dell’ascolto.

Francesco Riccardi


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permalink | inviato da anerella il 22/6/2007 alle 16:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


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