.
Annunci online

  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







21 dicembre 2009

Il Presepe nel comò

 

Il Presepe nel comò

Da anni oramai con buona pace di tutti, l’antica festa del Natale era diventata la “Festa degli inverni”.

Inverni al plurale, per non scontentare nessuno, perché ci sono luoghi dove l’inverno è freddo, altri dove splende il sole, e pensare che l’inverno fosse unico per tutti era sembrato scorretto.

Le vie delle città e i negozi si riempivano di luci e lustrini, ma nessuno faceva più presepi pubblici e le canzoni natalizie con riferimento religioso erano state messe al bando; si suonavano melodie che parlavano di pace, fratellanza, amore per la natura e rispetto per gli animali.

Resisteva in qualche casa, in qualche angolo appartato, un piccolo presepe, ma in genere si trattava di persone anziane, incapaci di accettare la modernità. Erano piccoli vezzi, manie, per fortuna destinate a finire con loro.

Era caduta in disuso anche la tradizione dei pranzi di Natale in famiglia. Troppe le famiglie allargate, le persone che vivevano in paesi lontani o le convivenze ripetute; mettere insieme tutti senza scontentare nessuno era davvero un impegno gravoso e così si erano diffusi i 'party invernali'.

Grandi pranzi a buffet si svolgevano nei saloni degli alberghi, addobbati con cura, dove tutto sembrava perfetto e armonioso, dove tutti potevano servirsi da soli, evitando abilmente il contatto con consanguinei antipatici, ex mogli o mariti, ex suocere, cognate petulanti o amanti traditi; chi veniva da lontano trovava in quei luoghi anche una stanza per la notte. C’erano poi degli ottimi servizi di nursery, così i bambini erano tenuti occupati da personale specializzato.

In alcuni alberghi c’era anche l’isola del benessere, sauna, massaggi, bagni termali. Per l’occasione gli accappatoi erano rossi, le ciabattine di spugna verdi e le tisane offerte in bicchieri di vetro con il bordo oro.

Per i regali esisteva un catalogo dove scegliere i doni, e un servizio impeccabile 'tutto compreso', i doni venivano recapitati al destinatario già incartati, con il biglietto d'auguri e una frase di circostanza, così da evitare lo stress da compere. Per chi poi non rinunciava a sentirsi buono almeno d’inverno, c’erano enti benefici ai quali fare donazioni e lotterie, si vincevano grandi premi e viaggi, e una parte di questa vincita veniva data in beneficenza, alla ricerca scientifica, al salvataggio di qualche specie animale protetta, o a bambini poveri che vivevano in paesi lontani.

Quando calava la sera, sazi di cibo, di vino e di chiacchiere, tutti si scambiavano abbracci e auguri, si salutavano con la promessa di ritrovarsi l’anno seguente, e magari di non perdersi di vista durante l’anno; uscivano per strada e se ne tornavano a casa o si fermavano in qualche bar per un ultimo bicchiere, mentre la città sembrava esplodere di luce e gli autobus elettrici procedevano silenziosi e luminosi da un capo all’altro della città. Sulla fiancata dei bus le amministrazioni Comunali auguravano Buon inverno a tutti i cittadini e una tenera primavera.

Le statistiche dicevano che questo modo di festeggiare gli inverni aveva allentato le tensioni sociali e familiari, ma inspiegabilmente in quei giorni aumentavano i suicidi; così molti ospedali fornivano consulenze psicologiche gratuite e numeri verdi da chiamare per cercare conforto, per esprimere il proprio disagio o l’insoddisfazione di cui era sconosciuta la causa.

C’era anche una trasmissione radio e una in tv dove raccontare “il mio inverno” ed esprimere i desideri per la primavera che sarebbe venuta.

Quell’anno però si era abbattuta sul paese un’epidemia di morbillo, e molte scuole erano decimate. Il vaccino aveva attenuato i sintomi ma inspiegabilmente non aveva reso la popolazione immune da contagio.

Un giorno o due di febbre e una settimana di malessere, nulla di grave, ma era contagioso e fastidioso, soprattutto in periodo di shopping e di pranzi invernali.

Quella notte era scesa la neve, non molta, sembrava un lieve strato di zucchero a velo sulla città ancora addormentata; ai più anziani aveva risvegliato ricordi remoti, ai più giovani il desiderio di disertare il pranzo d’inverno per andare a buttarsi su qualche pista da sci.

Era tutto pronto, tutto prenotato, ma molti dei bambini erano ammalati e ancora contagiosi. Che fare? La soluzione la trovò Irina, la badante della bisnonna Maria, a cui la mamma del piccolo Pietro stava raccontando di questa malattia pestilenziale.

- I bambini, signora, li porti da noi. A me i bambini piacciono, e anche alla bisnonna Maria. Lo dica anche alle sue cognate: faranno Natale, cioè la festa degli inverni, con noi, poi passerete a prenderli quando avrete terminato il pranzo.

La bisnonna Maria era una vecchia maestra, aveva cresciuto intere generazioni di bambini, quando ancora si studiavano le tabelline, le fotocopie erano sconosciute e le ricerche si facevano sulle enciclopedie. Non si era mai adattata ai pranzi invernali, continuava imperterrita a chiamare il 25 dicembre “festa del Santo Natale”. Da quando l’artrite le impediva l’uso delle mani e le aveva curvato le spalle, lasciava che fosse Irina a fare i cappelletti in casa e girare il cappone nel forno; non le piacevano i piatti pronti e almeno per il Santo Natale voleva mangiare come piaceva a lei.

I ragazzi arrivarono vocianti e allegri, erano in cinque: Pietro, Paolo, Edoardo e le gemelle Ingrid e Greta. Non erano particolarmente entusiasti di quel cambio di programma, ma portavano con loro una montagna di pacchetti da aprire, alcune diavolerie elettroniche con cui pensavano di passare il tempo, e delle vaschette con cibi precotti da mettere nel microonde, nel caso i cappelletti e il cappone con le patate al forno non fossero di loro gradimento.

La casa odorava di mandarini e dal forno si diffondeva nella cucina il profumo che sapeva di buono e di antico.

Irina aveva preparato una bella tavola imbandita, aveva steso una grande tovaglia bianca ricamata con il filo rosso, aveva usato i piatti di porcellana della festa, i bicchieri di cristallo e le posate delle occasioni speciali. Al centro della tavola stava la zuppiera colma di fumanti cappelletti in brodo e, per non dispiacere i piccoli ospiti, aveva scaldato anche i cibi precotti che si erano portati da casa.

- Ma si mangia nei piatti della festa e non nelle vaschette del microonde.

Aveva stabilito categorica la bisnonna Maria.

Il pranzo era stato allegro, i bambini avevano apprezzato i cappelletti e anche il ripieno del cappone, Pietro era un buongustaio, Paolo invece aveva detto di preferire gli hamburger, Edoardo aveva mangiato anche gli avanzi nel piatto delle gemelle e le gemelle si erano ingozzate con il panettone e in un attimo di distrazione di Irina, a turno avevano bevuto un sorso di spumante dal bicchiere della bisnonna che aveva finto di non accorgersene.

- Non moriranno certo per aver intinto la lingua nel vino! Buon sangue non mente: il loro bisnonno nel vino ci faceva il bagno, diceva che l’acqua fa arrugginire le giunture.

Dopo pranzo i ragazzi avevano scartato i pacchetti e, un po’ annoiati, avevano accatastato il loro contenuto su una poltrona.

Pietro aveva dato l’assalto ai cioccolatini appesi all’albero invernale, le gemelle si aggiravano per casa incuriosite.

C’erano foto alle pareti, vecchi diplomi e una libreria piena di libri e oggetti, ognuno con una storia: una pietra raccontava un viaggio avventuroso che la bisnonna aveva fatto con suo marito, una piccola bottiglia di vetro piena di ghiaia colorata raccontava la storia di un ex alunno molto indisciplinato che diventato uomo si era ricordato della sua vecchia maestra e le aveva fatto un dono.

A un tratto Ingrid si accorse di una luce intermittente che veniva da un cassetto lasciato aperto, era un vecchio comò che da sempre stava in salotto.

Si avvicinò e chiamò sua sorella, erano davvero stupite da quel piccolo paese illuminato che Irina e Maria avevano preparato all’interno del cassetto. C’era una capanna di cartapesta, un gregge di pecore, dei pastori, un taglialegna, una donna che portava in testa una cesta, un laghetto di carta stagnola dove stavano i cigni, e tre cammelli al bordo del cassetto. Nella capanna un vecchio con la barba si reggeva a un bastone e una bella ragazza vestita d’azzurro guardava un bambino adagiato in una mangiatoia.

Presepe napoletano
- Cos’è? - chiese Ingrid

- Sì, che paese è? – le fece eco Greta

- E’ il presepe - disse la bisnonna.

- Il presepe nel comò - rise Irina

Questo espediente, permetteva loro di chiudere il cassetto quando giungevano in visita il medico o l’assistente sociale, perché questi luminari erano fermamente convinti che quell’attaccamento al passato fosse segno di una decadenza senile e Maria ad ogni visita mensile rischiava il ricovero alla Casa di cura per gli over 90 e Irina di perdere il posto di lavoro.

Le piccole erano affascinate da quelle luci che si accendevano e si spegnevano, attorno a quella rappresentazione di una strana famiglia. Sulla capanna brillava una stella con la coda, - Il bambino come si chiama? – chiese Ingrid.

Così, mentre un vecchio mangianastri diffondeva una canzone natalizia di quelle messe al bando nei luoghi pubblici, Maria, seduta sulla sua poltrona, cominciò a raccontare di quando a Natale si andava nei fossi e lungo i campi a cercare muschio, piccoli pezzi di legno e sassolini per allestire il presepe, e di quando la notte si dormiva con un occhio aperto per attendere Gesù Bambino che portava i doni.

Le piccole avevano distolto l’attenzione dal cassetto per mettersi a sedere sul divano con le gambe incrociate come piccoli indiani, poi le aveva raggiunte Paolo, stanco di giocare col Nintendo e Pietro e Edoardo che avevano smesso di fare la lotta sul tappeto del salotto. La bisnonna raccontò loro che il signore con la barba si chiamava Giuseppe, la donna vestita d’azzurro era la Vergine Maria e il Bambino si chiamava Gesù; la stella aveva avvisato i pastori che erano corsi a vedere con i loro occhi il prodigio.

I bambini ascoltavano in silenzio, attenti e incantati da questa storia mai sentita.

All’arrivo dei genitori, la storia era arrivata a malapena alla strage di Erode.

Maria baciò i bambini sulla fronte. Prima di uscire le gemelle vollero aprire il cassetto del comò per salutare Gesù Bambino e accertarsi che la stella brillasse ancora. La bisnonna Maria le guardò uscire avvolte nel loro cappotto rosso e in cuor suo si augurò che il seme gettato, un giorno potesse dare frutto, che qualcuno di quei bambini si domandasse un giorno, chi da all’uomo la capacità di perdonare e il dono della carità.

Guardò Irina e disse, - Mia cara, dal nulla nasce solo il niente, ma basta un piccolo seme perché torni a crescere un grande albero, noi dobbiamo salvare quel seme.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. solidarietà fede convivenza presepe natale

permalink | inviato da anerella il 21/12/2009 alle 11:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



10 dicembre 2007

Il presepe fa bene a tutti

 
PROMEMORIA
PRO PRESEPE
 

Perchè fare il presepe a scuola fa bene a tutti gli studenti

1. La conoscenza reciproca alimenta il dialogo e il rispetto. Gli studenti immigrati di religione non cristiana vengono rispettati di più se noi non cancelliamo i simboli della nostra tradizione e della religione storicamente maggioritaria nel nostro Paese e non li priviamo della possibilità di conoscere un pezzo della storia e della cultura del Paese nel quale vivono e del quale un domani potrebbero diventare cittadini.

2. I musulmani non sono offesi dalla celebrazione del Natale. Al contrario, il Natale ha le caratteristiche per essere una festa condivisa, in quanto l'Islam venera Maria e considera Gesù l’ultimo profeta prima di Maometto. In numerosi Paesi a maggioranza islamica, il Natale (cattolico o ortodosso) è considerato festa nazionale.

3. “Rispettare” gli studenti immigrati non cristiani non può significare discriminare quelli cristiani. Non è corretto discriminare i molti studenti immigrati di religione cattolica o più in generale cristiana, impedendo loro di festeggiare a scuola il Natale. D’altronde essi potrebbero arricchire la nostra cultura, “insegnandoci” il modo in cui il Natale viene festeggiato nei loro Paesi d’origine.

4. Non si può “tutelare” la minoranza limitando i diritti della maggioranza. Vivere in una società multiculturale non comporta le necessità di rendere i bambini italiani “orfani” della loro origine, privandoli della possibilità di conoscere un simbolo della storia religiosa, culturale, artistica, popolare italiana. Rispettare le diversità non significa negare le differenze ma imparare a farle convivere in armonia e rispetto.

5. Natale è la festa che ricorda l’evento storico della nascita di Gesù Cristo. Questo evento sta alla radice della nostra civiltà al punto tale che noi contiamo gli anni a partire da esso. A prescindere dall’adesione alla religione cattolica, negare il Natale di Gesù significa negare l’origine della nostra civiltà. E’ un atto violento: non a caso furono i nazisti i primi a sostituire il Natale con la Festa della Luce.

6. Fare il presepe in classe non impone a nessun bambino di diventare cristiano. Il presepe è  simbolo di amore e di accoglienza, segno di pace e di fratellanza universale. memoria del sorgere del cristianesimo, religione del nostro paese e fondamento dei valori universali propri di ogni essere umano: libertà, uguaglianza, pari dignità tra uomo e donna. Sono le basi su cui costruire una integrazione autentica, basata sul rispetto reciproco.

7. La laicità è un metodo, non è un contenuto. Essere laici non significa essere anticristiani ma  approcciare in modo ragionevole la realtà e impedire che una posizione prevalga in modo violento sulle altre. La vera laicità include, non esclude, apre al confronto, non chiude fuori dalla porta culture, religioni, tradizioni ma ne valorizza il meglio.

8. La “neutralità religiosa” offende tutti. Se si toglie dalla scuola il presepe e il riferimento alla nascita di Gesù, per logica conseguenza va tolto ogni riferimento a ricorrenze come il Ramadan o Halloween (è la contrazione di All Hallows Eve che significa "vigilia di Tutti i Santi", la Festa di tutti i Santi); senza dimenticare che lo stesso “laico” Babbo Natale, che in molte scuole porta i doni “al posto” di Gesù Bambino, in realtà è Santa Klaus, cioè San Nicola.

9. Tolto il presepe, Natale rimane esclusivamente una festa del consumismo, fatta di regali e di abbuffate, priva di valori e di insegnamenti. E’ a questo che vogliamo educare gli studenti delle nostre scuole?
http://www.natalesiamonoi.it/


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. presepe integrazione tradizione scuola

permalink | inviato da anerella il 10/12/2007 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


sfoglia     novembre        gennaio
 


Ultime cose
Il mio profilo



culturacattolica milleargomentiunsologiudizio
Chiesa domestica
Samizdatonline - ecco chi sono
Adoremus
Annavercors
Aqua
Beth-or
Galatro
Giona
Il Fromboliere
Il Mascellaro
Insieme per costruire
Kattolico pensiero
Linea Tempo
Natanaele
Rimini in Dies
Secolo XX e dintorni
Tokalon
stranau (ex stranocristiano)
Sivan
Sguardo leale
ANTONIO SOCCI lo stranocristiano che non ha paura della libertà
Asara il satirico
valpalot
la cittadella
censurarossa
pesce vivo - raffinato blog
gino
circolo La Pira - cattolici in politica
Berlicche il diavolo
REFERENDUM L40 le cose che altri non scrivono
Claudio Chieffo - cantautore
Simona Atzori - ballerina pittrice
Kattolico la controstoria
PEPE on line
vinoemirra
lo stranocomunista


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom