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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







3 aprile 2010

"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

 

Ho letto questa mattina la testimonianza di una donna, un avvocato toscano, che nel 2005 ha abortito tramite la pillola RU486. Voglio condividere con voi questa testimonianza, perché tutta la bagarre di questi giorni sulla  pillola RU486 che “libera” le donne  dal chirurgo, mi sembra che tenga conto più dell'effetto "risparmio" che avrà sui bilanci delle ASL, che della sofferenza delle donne.
Donne “condannate” da una pillola ad essere le uniche responsabili ed esecutrici di un aborto solitario.
Non si tratta di essere contrari a una legge dello Stato. La Legge 194 garantisce il diritto di abortire, ma non ci vieta la libertà di pensare se questo diritto garantisce la serenità delle donne. Puoi dirti libera, solo perché è lasciata a te la scelta di disfarti di un figlio concepito e anche tutto l’iter, che dura tre giorni, perché il misfatto si compia? E' questa la libertà che vogliamo?


"Presi la Ru486: altro che aspirina, è uno choc"

Anna ha 34 anni, è un avvocato toscano, e nella sua regione, nel 2005, con la pillola Ru486,allora in fase sperimentale, ha abortito un figlio indesiderato concepito con il marito che stava lasciando.
«Ma quale banalizzazione dell’aborto» mi racconta mentre siamo sedute in un bar di Orbetello, «è stato terribile e non lo rifarei mai più». «Voi medici siete crudeli e cinici, siete abituati al dolore, quello degli altri, e trascurate l’impatto psicologico delle vostre cure e degli effetti delle vostre terapie su noi poveri pazienti».

Ho chiesto ad Anna di raccontare la sua esperienza personale, naturalmente garantendole l’anonimato, e lei ha accettato.
Ed è un fiume in piena... «I dottori mi avevano informato su questa nuova tecnica abortiva, solo ed esclusivamente farmacologica, mi avevano assicurato che tutto sarebbe stato più dolce, che avrei evitato l’intervento chirurgico, l’anestesia, il raschiamento e tutte quelle pratiche dolorose, compreso il ricovero, ma per me è stato peggio, molto peggio...».

«Intanto non è proprio una passeggiata, non è come mandare giù un’aspirina e via, anzi... dopo che hai ingoiato la prima pillola, sai che quel giorno stesso tuo figlio morirà, e resterà attaccato lì, morto, dentro il tuo utero... semplicemente il suo cuoricino, che il giorno prima hai ascoltato durante l’ecografia, smetterà di battere. Per sempre. È l'effetto della prima pasticca, che tu devi mettere in bocca da sola, perché da sola sei lasciata a sopprimere quella vita che tu stessa vuoi eliminare. Lo capisci subito la sera stessa che quel figlio è morto, perché senti improvvisamente sparire tutti quei segni di gravidanza che noi donne ben conosciamo, primo fra tutti il seno, di colpo non lo senti più turgido, te lo tocchi, lo palpi e non è più teso, quasi si affloscia, e sparisce anche quella piccola tensione del basso ventre tipica dei primi mesi di gravidanza».
«E poi viene il peggio... perché devi aspettare! Devi aspettare tre lunghi giorni, nei quali continui a fare quello che hai sempre fatto, lavorare, camminare, mangiare, dormire, andare al cinema... cerchi cioè di distrarti, ma sai che hai quel “coso” morto lì dentro che deve essere eliminato, espulso, cioè abortito!».

«Per me sono stati tre giorni terribili, già ero a terra per la separazione da mio marito, e come ultima punizione ora mi accingevo a separarmi dall’unica cosa che mi avrebbe legato a lui per sempre, e che in quel momento era l’ultima cosa che volevo».
«In quei tre giorni, poi, hai tutto il tempo per pensare e riflettere su quello che ti è accaduto e che ti accadrà, hai il tempo per pregare e per piangere... io mi sentivo una specie di assassina in libertà... ma perché avevo accettato questo maledetto metodo,
mi chiedevo, non era meglio far fare tutto al medico? Io sarei stata in anestesia, in sala operatoria, non avrei sentito né provato nulla, lui avrebbe operato e fatto tutto, io mi sarei risvegliata pulita e liberata dal mio problema, il tutto sarebbe durato meno di un’ora e non avrei avuto quelle sensazioni orribili dell’attesa».

«Il terzo giorno mi sono ripresentata, senza aver dormito e con delle occhiaie così, in ospedale per la seconda pasticca. Anche quella ti viene messa in mano e sei tu che la devi mandare giù... sei tu l’unica e sola mandante e autrice di un piccolo omicidio, quello del tuo figlio mai nato, e senti che una parte di te sta per sparire per sempre, che non tornerà mai più ed è una sensazione solo tua, di solitudine, che non condividi nemmeno con l’anonima infermiera che ti consegna la pillola nella garza sterile.
A quel punto però la ingoi subito perché speri che tutto finisca più in fretta possibile. Non sai ancora che, da quel momento, ti prepari ad assistere, a partecipare ed a effettuare il tuo “avveniristico” aborto terapeutico!».

«Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. Il medico durante il colloquio mi aveva spiegato bene che con la seconda pillola, una prostaglandina, sarebbe avvenuto una sorta di mini-travaglio, con qualche contrazione uterina, ripetute e ravvicinate, lievemente dolorose, ma essenziali per provocare il distacco del feto, ormai morto, dalla parete uterina e per la sua espulsione, e che comunque sarebbe stato eliminato facilmente, misto con del sangue... sarebbe stato cioè come avere delle mestruazioni più dolorose del solito, così mi disse».
«Invece il dolore è stato molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che stava avvenendo rendeva tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. Ed assistere a tutto questo è stato insopportabile. Ho pianto per il dolore fisico, ma soprattutto ho pianto per il dolore dell’anima, per la mia partecipazione attiva ad un evento che mai avrei voluto vivere ed osservare da così vicino».

«Poi, quando tutto è finito, quando tutto è compiuto, la procedura ti obbliga anche a verificare di persona che effettivamente l’aborto farmacologico sia ben riuscito, per cui ti viene effettuata l’ecografia di controllo, che trasmette dallo schermo l’immagine pulita del tuo utero non più “abitato”, ma vuoto e libero dal corpo estraneo che si è medicalmente voluto eliminare... non si sente più nessun battito galoppante, nessun segno di vita, ma solo silenzio di morte».

«Ho avuto un peso nel petto per lungo tempo... non è stata una liberazione per me, ma ho avuto un senso di colpa per diversi mesi, e ancora oggi, quando ci ripenso, e spesso ci ripenso, mi torna la nausea per quell’esperienza terribile, irreparabile e definitiva».
«Ogni volta che oggi leggo o sento parlare di aborto, rivivo quei miei pochi ma orribili giorni con il ricordo di una scelta dalla quale non si può più tornare indietro... e molte volte la vita poi ti porta a situazioni in cui avresti voluto che le cose fossero andate diversamente».
Anna è seduta di fronte a me e sorride amaramente. Ha una parrucca bionda in testa, a coprire una calvizie da chemioterapia.
Anna sta combattendo contro un tumore maligno del sangue che si è presentato all’inizio dell’anno. Anna sta lottando per la vita.
La sua stavolta.

di Melania Rizzoli – Il Giornale.it sabato 3 aprile 2010




18 aprile 2009

Il suicidio di una femminista

"La donna è infine perfetta./Il suo corpo/Morto porta il sorriso del compimento/L’illusione di una greca necessità/Fluisce, nelle pieghe della sua toga,/I suoi piedi/Nudi sembrano dire:/Abbiamo camminato tanto, è finita"


Il Suicidio di Roberta Tatafiore.


foto www.culturacattolica.it

In questa nostra pazza società, dove i padri sono optional riproduttivi e educativi, dove l’autorità dei maestri è un rimpianto, dove maschio o femmina non è un modo in cui si nasce, ma una scelta consapevole, dove dissentire, è segno di razzismo o fobia, dove la libertà è la scelta su tutto sino all’estrema scelta di decidere quando morire, in questa società smarrita, una donna di sessantasei anni, Roberta Tatafiore, giornalista, scrittrice, femminista, ha scelto di morire, di pianificare la sua morte, di lasciare questo mondo scrivendo un diario di quest’ultima esperienza "La mia è stata una scelta", dice il suo ultimo biglietto, e anche se tutti parlano di un addio shock, a dire il vero pare proprio che in pochi osino trovarci qualcosa da ridire. Anzi, ‘passeggiando’ tra i blog, si possono trovare messaggi di “profondo dispiacere” come su – noidonne - per la quale Roberta Tatafiore aveva collaborato negli anni ’80 e ’90, ma anche molti messaggi di ammirazione per un gesto che a molti è sembrato “molto commovente”.

Sotto, sotto in qualche scritto si intravede anche un certo imbarazzo, per un gesto che si comprende non possa essere giustificato dal desiderio di autodeterminazione.

Molti si sono affrettati a scrivere che rispettano la sua scelta di essere libera sino al gesto estremo, forse perché se non sai dare un significato al morire, non ne sai parlare, quindi meglio trincerarsi dietro al rispetto per chi non essendoci più non può replicare.
Chi l’ha conosciuta la descrive come una donna senza compromessi, sul sito Donnealtri.it si può leggere un pezzo di Letizia Paolozzi: “Non era sola, malata, handicappata. Non aveva un tumore. Non viveva la vecchiaia come un dramma. Non era avvolta dal velo della depressione. Bella, vitale, carnale. Però Roberta Tatafiore si è uccisa. Per delle sue motivazioni. Con una sua grandezza. Compiendo un gesto di cui noi che, in tante e tanti l’amavamo, possiamo solo riconoscere la verità (...) So bene che le ragioni che potrei portare non sarebbero mai le sue ragioni. D’altronde, con quel gesto Roberta si è resa vulnerabile. (...) Si tratta, dunque, di ascoltarla. Con una attenzione e una cura più dolorosa del solito. Perché Roberta non era mai semplice”.

Già, non era semplice. Da Il Foglio apprendiamo che aveva scelto di morire in un albergo accanto a casa e che si è spenta in ospedale, la cameriera l’ha trovata ancora in vita e all’ospedale non hanno potuto salvarla.
Chissà se questo faceva parte del suo piano o se si sia trattato di un imprevisto, il solito imprevisto che riafferma che la vita in fondo non è nostra, ma che importa? Si attende un memoriale che dovrebbe arrivare ai giornali a giorni e forse anche per questo tutti vanno cauti nel pronunciarsi.

Chissà che dirà, la femminista che disse: "Trattiamo le prostitute come operai. Aboliamo la Merlin", che … scrisse “Sesso al lavoro. Da prostitute a sex-worker. Miti e realtà dell’eros commerciale“ (il Saggiatore) e “Uomini di piacere …e donne che li comprano“ (Frontiera), la donna che scrisse agli amici “state sereni” come se fosse possibile saper morta un’amica e far finta che nulla sia accaduto se non la sua volontà.

La sua scelta sembra voler essere la manifestazione estrema dello slogan femminista - IO SONO MIA– ma come allora, anche oggi è un manifesto di morte e non di libertà, qualcuno l’ha paragonata a Silvia Plath (la scrittrice nata a Boston nel 1932), che mandati i figli dai vicini, si suicidò aprendo il gas e mettendo la testa nel forno, qualche giorno prima aveva scritto la sua ultima poesia "Orlo".
Forse dietro a questa estremizzazione di una libertà che rende cadaveri, c'è la solitudine di donne intelligenti, sensibili, di belle persone che hanno creduto che riconoscere di avere un destino che sfugge di mano, fosse un privilegio che non si possono concedere coloro che del destino proprio si dicono artefici e preferiscono perire che abbandonarsi alla vita.
Incuranti di chi resta, di chi le ha sfiorate, incontrate, amate di chi si sforza di capire, di dare alla morte un nome che non le appartiene "libertà" ma sente questo nome stridere.

ORLO

La donna è infine perfetta.
Il suo corpo
Morto porta il sorriso del compimento
L’illusione di una greca necessità
Fluisce, nelle pieghe della sua toga,
I suoi piedi
Nudi sembrano dire:
Abbiamo camminato tanto, è finita.
Ogni bimbo morto, riavvolto, bianco serpente
Uno a ogni piccola
Brocca di latte, ora vuota
Li ha piegati
Di nuovo nel corpo di lei come petali
Di una rosa si chiudono quando il giardino
S’intorpidisce e odori sanguinano
Dalle dolci, profonde gole del fiore notturno.
La luna non ha nulla di cui essere triste,
fissando dal suo cappuccio di osso
è abituata a questo tipo di cose.
Le sue macchie nere crepitano e tirano.

                                                    Silvia Plath




8 febbraio 2009

La solitudine dei numeri ultimi

Ci sarà pure la solitudine dei numeri primi, ma che vogliamo dire della solitudine dei numeri ultimi?
Di quelli che nella vita per vocazione, per scelta, per amore o per forza, si sono dedicati agli altri, così come ne erano capaci, spesso rinunciando ai loro progetti o a un loro disegno  dicendo che la vita in fondo chiede un "SI"  il perchè lo capiremo in seguito.
Che vogliamo dire di questi numeri ultimi, che spesso sono definiti, "buoni", "poverini", "fessi", dipende dal punto di vista ma che volenti o nolenti servono al realizzarsi dei progetti, dei sogni, dei destini di altri, numeri primi o secondi non conta.
Che vogliamo dire di questa solitudine che spesso non sanno esprimere o che forse temono gli altri non colgano non capiscono, abituati come sono al loro coraggio, alla loro forza, alla loro solarità?
Eppure, a volte i cuscioni sono umidi di lacrime di numeri ultimi che si affidano a Dio, e all'intercessione dei santi perchè solo loro sanno ascoltare, e consolare.



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