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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







28 giugno 2011

Fano: strupro sulla spiaggia

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani? A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi.

Il male esiste da sempre. Si potrebbe dire che è il desiderio dell’uomo di fare da sé, di stare fuori da ogni regola, di essere anche per un solo attimo, Dio.
Un attimo che può rovinare la sua vita e quella degli altri, a volte irrimediabilmente.
L’altra sera tre sedicenni sul lungomare di Fano hanno conosciuto tre ragazze, loro coetanee, poteva essere una tiepida serata estiva, dove si ride, si scherza, ci si conosce e chissà, magari nascono amicizie. Invece hanno trascinato una delle ragazze su un tratto di spiaggia libera e a turno l’hanno violentata.

In un attimo hanno rovinato la vita di quella ragazza e la loro.
Erano in tre, forse avevano bevuto, ma nemmeno uno di loro ha avuto il coraggio di dire “no”, di riconoscere il male, di scegliere il bene.
Nessuno di loro ha avuto un barlume di umanità, la lucidità di dire “fermiamoci”.
Come animali, spinti dall’istinto e non dal cuore, comandati da quel creapopoli che hanno in mezzo alle gambe, forti dell’essere branco prima che uomini.

Non si sono lasciati intimidire dalla paura della vittima, dalle sue grida, dalle sue lacrime, su quella sabbia umida del lungomare, si sono sentiti padroni del mondo.
Arrestati negano la violenza.

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani?
A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi. Che sentono di aver vissuto a pieno una serata solo se bevono sino a stare male.
A questi giovani uomini che non guardano alle loro coetanee con il batticuore e l’emozione della scoperta, a queste giovani donne che sembrano cercare la parità dei sessi nella parità dei comportamenti.

Questa quindicenne vittima della violenza, crescerà, diventerà una donna, guarderà agli uomini con sospetto, con diffidenza, chissà se potrà mai scacciare quel dolore, la paura. Quel senso d’impotenza che quella notte ha generato in lei. Chissà se saprà credere ancora nella tenerezza, nella spontaneità di un abbraccio, nella dolcezza di cui è fatto l’amore.
E i tre ragazzi, che spero paghino per quanto hanno fatto, imparino che al male fatto non c’è rimedio, ma c’è la possibilità di ritornare ad essere uomini veri, questa volta veri, uomini capaci di discernere il bene e il male, di amare una donna, di vivere l’amicizia, e non è amicizia quella che si consolida nelle violenze di gruppo.
E noi? Noi adulti, capaci di amareggiarci davanti a questa gioventù. In fondo questi sono figli, studenti, nipoti nostri. Qualche amarezza, qualche domanda deve pur roderci dentro, perché sono cresciuti alla nostra tavola, magari con l’iPod nelle orecchie per non sentirci.


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permalink | inviato da anerella il 28/6/2011 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



29 dicembre 2007

Lo invitano a cena e lui la stupra


Dev’essere chiaro a tutti, che nel nostro Paese, una donna di ventiquattro anni, che esce per riaccompagnare un barbone al dormitorio sta facendo un gesto di cortesia e chi non lo ritiene tale e lo calpesta, non è degno di rimanere tra noi

Diceva Sant’Ambrogio: “E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un vagabondo affamato…”

E noi vogliamo continuare a credere che questo sia il modo per educare i figli alla carità, che prendersi cura di chi è più sfortunato di noi, non sia solo un dovere, ma un modo per condividere la vita con chi incontriamo.

Però, quando leggiamo notizie terribili, come il fatto accaduto a Trento, allora guardiamo ai nostri figli, e all’educazione che diamo loro e ci viene spontaneo dire che forse va ribadito, che le differenze vanno rispettate, ma conosciute, che la Carità è un dovere, ma bisogna essere guardinghi, perché un buon cuore ingenuo può essere pericoloso. "Siate candidi come colombe e astuti come serpenti" si dice nel Vangelo di Matteo.

Il fatto: Una giovane coppia di Trento, invita a casa per il cenone di Natale, un clochard, un marocchino che vive al dormitorio, che avrebbe passato la sera di Natale per strada al freddo, o al dormitorio in mezzo a tanti altri come lui soli o lontani da casa e famiglia, perché stranieri in un Paese lontano.
Non si sono posti il problema del colore della pelle, della provenienza della persona che avevano invitato, marocchino o italiano, il freddo e la solitudine sono per tutti gli stessi devono aver pensato.
Dopo il cenone la ragazza riaccompagna il clochard al dormitorio, ma lui le fa fermare l’auto in una piazzola di sosta e la violenta, poi la minaccia di ritorsioni nel caso parli dell’accaduto. Ma la ragazza racconta tutto al marito che la porta all’ospedale, denuncia il fatto e il marocchino viene arrestato.

Io non credo sia razzismo, ma realismo, affermare che per quel uomo, una donna giovane, che guida l’auto da sola nella sera, è una donna poco raccomandabile.
Nel suo paese le donne non guidano e non salgono in auto con un uomo che non sia il padre o il fratello.

Non ha importanza se in Italia le cose non vanno in questo modo, se quella donna gli ha aperto la sua casa, offerto un posto alla tavola a cui sedeva con il marito, quell’uomo si è sentito autorizzato a fare il peggiore degli atti, peggiore due volte, perché oltre ad averne violato il corpo, ha violato la fiducia che gli era stata accordata.

Lo hanno arrestato, ma non oso pensare a cosa potrà accadere quando tra non molto ce lo ritroveremo per strada.
E immagino il dolore di quella giovane famiglia che aveva aperto fiduciosa la loro casa, e che ora guarderà con timore ogni straniero che calpesta il suolo del nostro paese, cercando fortuna e lavoro.
Certo, sarebbe un errore fare di tutta l’erba un fascio, ma bisogna che questi fatti ci inducano a riflettere.

Spesso sottovalutiamo le differenze, la convivenza ha bisogno di conoscenza reciproca, non basta la tolleranza, la buona educazione nei confronti di persone costrette dalle circostanze, senza averlo scelto a condividere le strade, i luoghi di lavoro, le scuole, le file agli uffici pubblici.
La tolleranza fa solo covare il fuoco sotto alla cenere, ci vuole reciprocità. Conoscenza reciproca delle differenze, rispetto per le culture, non serve la censura delle proprie tradizioni, ci vuole condivisione e rispetto per le tradizioni di tutti.
Ci vogliono leggi, poche ma chiare, severe e applicate.
Perché dev’essere chiaro a tutti, che nel nostro Paese, una donna di ventiquattro anni, che esce per riaccompagnare un barbone al dormitorio sta facendo un gesto di cortesia e chi non lo ritiene tale e lo calpesta, non è degno di rimanere tra noi, per giustizia e per rispetto nei confronti nostri e dei suoi connazionali che rispettano le leggi del Paese dove stanno vivendo.


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permalink | inviato da anerella il 29/12/2007 alle 1:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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