.
Annunci online

  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







28 giugno 2011

Fano: strupro sulla spiaggia

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani? A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi.

Il male esiste da sempre. Si potrebbe dire che è il desiderio dell’uomo di fare da sé, di stare fuori da ogni regola, di essere anche per un solo attimo, Dio.
Un attimo che può rovinare la sua vita e quella degli altri, a volte irrimediabilmente.
L’altra sera tre sedicenni sul lungomare di Fano hanno conosciuto tre ragazze, loro coetanee, poteva essere una tiepida serata estiva, dove si ride, si scherza, ci si conosce e chissà, magari nascono amicizie. Invece hanno trascinato una delle ragazze su un tratto di spiaggia libera e a turno l’hanno violentata.

In un attimo hanno rovinato la vita di quella ragazza e la loro.
Erano in tre, forse avevano bevuto, ma nemmeno uno di loro ha avuto il coraggio di dire “no”, di riconoscere il male, di scegliere il bene.
Nessuno di loro ha avuto un barlume di umanità, la lucidità di dire “fermiamoci”.
Come animali, spinti dall’istinto e non dal cuore, comandati da quel creapopoli che hanno in mezzo alle gambe, forti dell’essere branco prima che uomini.

Non si sono lasciati intimidire dalla paura della vittima, dalle sue grida, dalle sue lacrime, su quella sabbia umida del lungomare, si sono sentiti padroni del mondo.
Arrestati negano la violenza.

Che cosa sta accadendo ai nostri giovani?
A questi giovani che per sentirsi vivi hanno bisogno di anestetizzarsi. Che sentono di aver vissuto a pieno una serata solo se bevono sino a stare male.
A questi giovani uomini che non guardano alle loro coetanee con il batticuore e l’emozione della scoperta, a queste giovani donne che sembrano cercare la parità dei sessi nella parità dei comportamenti.

Questa quindicenne vittima della violenza, crescerà, diventerà una donna, guarderà agli uomini con sospetto, con diffidenza, chissà se potrà mai scacciare quel dolore, la paura. Quel senso d’impotenza che quella notte ha generato in lei. Chissà se saprà credere ancora nella tenerezza, nella spontaneità di un abbraccio, nella dolcezza di cui è fatto l’amore.
E i tre ragazzi, che spero paghino per quanto hanno fatto, imparino che al male fatto non c’è rimedio, ma c’è la possibilità di ritornare ad essere uomini veri, questa volta veri, uomini capaci di discernere il bene e il male, di amare una donna, di vivere l’amicizia, e non è amicizia quella che si consolida nelle violenze di gruppo.
E noi? Noi adulti, capaci di amareggiarci davanti a questa gioventù. In fondo questi sono figli, studenti, nipoti nostri. Qualche amarezza, qualche domanda deve pur roderci dentro, perché sono cresciuti alla nostra tavola, magari con l’iPod nelle orecchie per non sentirci.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Fano stupro educazione tenerezza amore relazione

permalink | inviato da anerella il 28/6/2011 alle 14:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



25 febbraio 2011

L'esperienza più bella innamorarsi

 

(...) Qual è l’origine di questo bene di cui siamo così grati? È l’esperienza cristiana.
Non è sempre stato così, come testimonia la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “è lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?”. E aggiunse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. I discepoli gli dissero: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. (Mt 19,3-6.10)
Non dobbiamo sorprenderci, quindi.
La stessa cosa che a tanti oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli. Solo la grazia di Cristo ha reso possibile vivere la natura originale della relazione fra l’uomo e la donna. È importante guardare a questa origine per poter rispondere alle sfide che dobbiamo affrontare. Noi cattolici non siamo diversi dai più; molti fra noi hanno problemi nella vita familiare. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non sono perseveranti di fronte alle numerose difficoltà esterne e interne che attraversano. E quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le tentazioni della vita. Ce lo ha ricordato il Papa: “Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 25).
Dobbiamo far nostro quello che abbiamo ricevuto per poterlo vivere nella nuova situazione che siamo tenuti ad affrontare, come ci invita Goethe: “Ciò che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo di nuovo per possederlo veramente”.
Per riappropriarci veramente dell’esperienza della famiglia dobbiamo imparare che “la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna – come ha detto Benedetto XVIaffonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da quì. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?”. Davvero la persona amata ci rivela “il mistero eterno del nostro essere”. Nulla ci risveglia talmente, e ci rende così coscienti del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto l’esperienza di essere amato. La sua presenza è un bene così grande che ci fa rendere conto della profondità e della vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Le parole di Cesare Pavese sul piacere si possono applicare alla relazione amorosa: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito”. Un io e un tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito.
In questa esperienza, a entrambi si svela la propria vocazione.
Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un “raggio divino”, ossia un segno che rimanda più oltre, a un’altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi: “Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. Con queste parole il genio di C. S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cede all’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. E la relazione finisce per diventare insopportabile.
Come diceva
Rilke, “questo è il paradosso nell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell’orizzonte di un Amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno”.
 
La più bella esperienza, innamorarsi

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù perché l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37.39). Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo – la Bellezza fatta carne – più della persona amata, questo rapporto appassisce. È Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e col tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l’impeto col quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore, col tempo, si corrompa.
Questa è l’audacia della sua pretesa. Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che appartenere all’ambito della comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4,18) senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma, nemmeno cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: “Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (Gv 4,15).
Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che “a Dio nulla è impossibile”. Solo una tale esperienza può mostrare la razionalità della fede cristiana, come una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto in questo modo costituisce la migliore proposta educativa per i figli. Attraverso la bellezza della relazione fra i genitori, essi vengono introdotti, quasi per osmosi, al significato dell’esistenza. Nella stabilità di questa relazione la loro ragione e la loro libertà vengono costantemente sollecitate a non perdere una tale bellezza. È la stessa bellezza, che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani, che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare
 
 
A Madrid e all’origine del matrimonio con Goethe, Cristo, Pavese e Lewis.
Contributo di Julián Carrón su “EL MUNDO” Alla manifestazione per la famiglia del 30 dicembre 2007, festa della Sacra Famiglia.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. matrimonio felicità educazione

permalink | inviato da anerella il 25/2/2011 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



12 febbraio 2011

Chi vuol vivere non fa notizia ma chiede rispetto

Chi vuol vivere non fa notizia ma chiede rispetto

Serata di grande emozione, venerdì 11 febbraio alla sala Conciliare di Nova Milanese dove l’associazione culturale FELICITA MERATI ha presentato - VIVI uomini e donne più forti della malattia.
Il giornalista Fabio Cavallari, reduce da Bruxelles dove aveva presentato il suo libro VIVI storie di uomini e donne più forti della malattia, ha raccontato il suo incontro con tante storie e tante vite di uomini e donne che combattono in modo differente e sempre unico la loro battaglia per vivere e per essere felici. Otto di queste storie sono raccontate nel libro edito da Lindau.
Bruno, che muove solo gli occhi ma fa ancora parte di un gruppo di canti folcloristici, la piccola Giulia, i medici avevano proposto alla madre un aborto terapeutico all’ottavo mese di gravidanza e fissata la data per il 26 dicembre. Giulia invece è nata, i medici non avevano sbagliato la diagnosi, Giulia è handicappata ma grazie all’amore della sua famiglia, degli amici, dei volontari che si avvicendano ogni giorno a casa sua, ha dimostrato che la scienza non è sempre esatta, esiste l’imponderabile. Il suo cervello ha sviluppato e attivato delle risorse impreviste, e quindi a dispetto delle previsioni, Giulia si sposta gattonando, ha imparato a sciare,  sorride e interagisce con le sorelle e con gli amici. E poi ci sono gli altri Daniela, Egle, Massimiliano, Giovanni, Oscar e Claudio, malattie rare, degenerative, patologie sconosciute, condizioni invalidanti tali che se solo venissero ipotizzate a una persona nel pieno della propria efficienza fisica, condurrebbero a una sola risposta:  «No. Non voglio vivere così», ma come ha detto Fabio,  il metodo del “se fossi” non funziona, perché in realtà è solo nel momento in cui ti trovi ad essere in condizioni così invalidanti che scopri quanto davvero sei attaccato alla vita. In queste storie quello che spesso colpisce è che è l’amore il primo attore, la compagnia di amici, familiari, un luogo dove condividere diventa un di più per tutti. Questo non vuol dire che non ci siano fatiche, scoraggiamenti, cedimenti, ma come dice la mamma di Giulia: “Mai vergognarsi di chiedere aiuto”  

Suor Gloria ci ha introdotti con un quadro di Bosch a rifletter sul desiderio di infinito che è di ogni uomo, ma che finisce per essere inascoltato, perché siamo una società che ha paura di stare in silenzio, paura di dare ascolto ai propri desideri più veri.  Ha poi continuato,  dicendo che spesso diamo per scontate tante cose, l’amicizia, il rapporto con gli altri, abbiamo addormentato il desiderio, non desideriamo più nulla di autentico. Certo desideriamo i jeans firmati, le scarpe, le vacanze, cose,  ma nulla di autentico e duraturo. Il desiderio è preghiera, però possiamo pregare ogni giorno ma se non “desideriamo”, quella preghiera sarà vana.
Perché il desiderio è preghiera e prega chi desidera.   
Suor Gloria ha regalato a tutti un momento di grande emozione raccontando la sua esperienza, la sua vita da adolescente ribelle, l’incontro a Lourdes con la fede non tanto dei malati, ma dei sani, degli scout che pregavano in ginocchio. Poi l’incidente, lo scontro, la morte a portata di mano come qualcosa di liberatorio, di meraviglioso, i mesi di infermità , il ritorno alla vita e la decisione di volere un amore infinito.
Una serata che non finisce con lo spegnersi delle luci in sala, ma che può diventare un’occasione per tutti di riflessione e di cambiamento.




23 gennaio 2011

Cristiani, l'olocausto silenzioso

 

Venerdì 21 si è svolto a Nova Milanese l’incontro “Cristiani, l’olocausto silenzioso del terzo millennio” Presenti don Ayad Yako Mansour, sacerdote cattolico iracheno e don Gabriele Mangiarotti sacerdote della diocesi di San Marino Montefeltro e direttore del sito www.culturacattolica.it

“Tutto è partito dalla mia famiglia, da ciò che ho vissuto e respirato in mezzo a loro” ha detto Don Yako, raccontando la sua esperienza. Ottavo di dodici figli, cresciuto in una famiglia cattolica si è laureato in medicina, poi è andato a Nassiriya, soldato di Saddam, unico cristiano in mezzo a mille musulmani. Ha ricordato che come afferma san Paolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20), e quindi anche questa esperienza ha fatto maturare in lui la vocazione al sacerdozio. Don Yako ha ricordato che i cristiani in Iraq sono sempre stati un vero ponte tra oriente ed occidente, portatori di una cultura della famiglia stabile, dell’educazione come valore fondante, del lavoro come passione.

“In occidente avete molte cose positive e belle, ma mancano alcuni elementi dell’esperienza dei cristiani d’oriente, voi vivete una fede più intellettuale. La tragedia che stiamo vivendo, - ha detto don Yako – è come fuoco che mette alla prova la nostra fede. Dobbiamo continuamente rispondere alla domanda: Perché devo rischiare la mia vita?”

Don Gabriele ha detto: “l’incontro con il Signore ci rende fieri di quello che abbiamo incontrato e testimoni, ma sei un testimone credibile solo se sei te stesso perché la fede non è accanto o affianco alla vita ma è la vita. Una fede amica della ragione.”

A don Yako abbiamo chiesto cosa possiamo fare noi, laici e cristiani d’occidente.

Chiara la sua risposta: “Due principalmente gli aiuti che potete darci: sollecitare la comunità internazionale perché i politici iracheni modifichino la Costituzione. (ndr attualmente la Costituzione irachena ha cura di precisare che:

(a) Non può essere approvata nessuna legge che contraddica le regole indiscusse dell’Islam.

(b) Non può essere approvata nessuna legge che contraddica i principi della democrazia.

(c) Non può essere approvata nessuna legge che contraddica i diritti e le libertà fondamentali previsti in questa costituzione.”)

L’altro aiuto che potete darci è quello di non accettare come Europei. che vi siano luoghi nel mondo dove non vi sia libertà. Un paese non può essere libero se non vi è libertà religiosa”.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. cristiani islam olocausto iraq

permalink | inviato da anerella il 23/1/2011 alle 17:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



10 settembre 2010

Diaconi a Milano

 



A Milano in Duomo mercoledì 8 settembre, 26 seminaristi sono stati ammessi agli ordini sacri, detto in parole grezze, hanno fatto una tappa del loro cammino verso il sacerdozio, hanno vestito per la prima volta l’abito talare, nuovo e splendente come il loro “SI” non ancora definitivo, il cammino è ancora lungo sino a diventare sacerdote per sempre, ma è già un buon cammino.

All’uscita dal Duomo il cielo pieno di nuvole aveva deciso di concedere una tregua.

Amici, parenti, famiglie, aspettavano di poter abbracciare il loro ragazzo, e io tra loro, aspettavo quel ragazzo, figlio di amici, che ho visto nascere, crescere, diventare alto, forte bello, dare le preoccupazioni che tutti danno ai genitori, e le soddisfazioni che spesso noi genitori celiamo dietro ad una sana modestia.

Finalmente i diaconi escono e la piazza di divide in capannelli ognuno a festeggiare il proprio ragazzo, la tonaca volteggia, si sprecano strette di mano, baci, qualche lacrima, frasi di affetto, ognuno reagisce a modo suo, a quest’aria di festa che il vento di precoce autunno non raffredda.

I parroci e preti dell’oratorio venuti con i pullman e i parrocchiani a far festa ai loro ragazzi, qualcuno cresciuto tra i campi dell’oratorio e la sacrestia, altri che sembravano interessati ad altro e invece sono stati rapiti da Cristo giusto per dire che non siamo noi a scegliere ma lui che ci scegli e attende che noi diciamo SI.

In piazza ci sono molti giovani e davanti a questi “ SI” nessuno è indifferente, qualcuno cerca di buttarla sulla goliardia e indicandosi a vicenda dice – il prossimo sarai tu – - no lui - , - no lui - la frase rimbalza e come nel gioco di - ce l’hai -,rimbalza sulla persona sbagliata e questo, come punto da una vespa reagisce, dicendo - io no non posso mi piace troppo la… - e unendo gli indici e i pollici dice più che a parole, la frase si perde tra risa e frastuoni, tutti si radunano per la foto di gruppo con il Duomo alle spalle e le guglie a sorreggere le nuvole.

Ma quel ragazzo del - IO NO - ha detto quello che molti pensano, temono, o non capiscono.

Di questi giovani incamminati verso al sacerdozio il mondo fatica a capire la rinuncia alla sessualità.

Perché è un mondo dove non si capisce nemmeno che uno possa immaginare di avere una sola donna nella vita, figurarsi nemmeno una.

E’ un mondo dove tutto sembra concorrere a dire che è solo il sesso che rende felici, che il sesso viene prima di tutto, spesso prima dell’amore, prima del conoscersi, e qualche volta anche prima del sapere come si chiama l’altro.

Perciò è comprensibile che non si capisca un uomo bello, intelligente, allegro che dice di si a Cristo e alla Chiesa donando tutto se stesso.




Ogni vocazione ha fatiche e rinunce, ogni vocazione vissuta seriamente chiede di essere continuamente rinnovata, ogni vocazione chiede di non essere lasciati soli a viverla.

Tornando sui miei passi perduta tra la folla dei passeggeri in metropolitana che si sfiorano senza guardarsi, che leggono o si immergono nei loro pensieri incuranti di chi passa loro accanto, mi è venuta in mente una cosa che avevo letto di Guareschi:

Don Camillo allargò le braccia:

“Signore cos’è mai questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua autodistruzione? (…) Cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise:

“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi. (…) Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo bisogna aiutare chi ha ancora la fede a mantenerla intatta. (…)”

E ho pensato questi Diaconi sorridenti e felici diventeranno sacerdoti, sono loro che ci aiuteranno a mantenere intatta la nostra fede, quel briciolo di fede che rappresenta il seme da salvare.

Aiuteranno noi, i nostri figli e ei nostri nipoti a guardare alla vita come a un dono, al dolore e alla fatica come a qualcosa che va oltre, alle gioie come a una grazia da condividere, e questo è tutto.





21 dicembre 2009

Il Presepe nel comò

 

Il Presepe nel comò

Da anni oramai con buona pace di tutti, l’antica festa del Natale era diventata la “Festa degli inverni”.

Inverni al plurale, per non scontentare nessuno, perché ci sono luoghi dove l’inverno è freddo, altri dove splende il sole, e pensare che l’inverno fosse unico per tutti era sembrato scorretto.

Le vie delle città e i negozi si riempivano di luci e lustrini, ma nessuno faceva più presepi pubblici e le canzoni natalizie con riferimento religioso erano state messe al bando; si suonavano melodie che parlavano di pace, fratellanza, amore per la natura e rispetto per gli animali.

Resisteva in qualche casa, in qualche angolo appartato, un piccolo presepe, ma in genere si trattava di persone anziane, incapaci di accettare la modernità. Erano piccoli vezzi, manie, per fortuna destinate a finire con loro.

Era caduta in disuso anche la tradizione dei pranzi di Natale in famiglia. Troppe le famiglie allargate, le persone che vivevano in paesi lontani o le convivenze ripetute; mettere insieme tutti senza scontentare nessuno era davvero un impegno gravoso e così si erano diffusi i 'party invernali'.

Grandi pranzi a buffet si svolgevano nei saloni degli alberghi, addobbati con cura, dove tutto sembrava perfetto e armonioso, dove tutti potevano servirsi da soli, evitando abilmente il contatto con consanguinei antipatici, ex mogli o mariti, ex suocere, cognate petulanti o amanti traditi; chi veniva da lontano trovava in quei luoghi anche una stanza per la notte. C’erano poi degli ottimi servizi di nursery, così i bambini erano tenuti occupati da personale specializzato.

In alcuni alberghi c’era anche l’isola del benessere, sauna, massaggi, bagni termali. Per l’occasione gli accappatoi erano rossi, le ciabattine di spugna verdi e le tisane offerte in bicchieri di vetro con il bordo oro.

Per i regali esisteva un catalogo dove scegliere i doni, e un servizio impeccabile 'tutto compreso', i doni venivano recapitati al destinatario già incartati, con il biglietto d'auguri e una frase di circostanza, così da evitare lo stress da compere. Per chi poi non rinunciava a sentirsi buono almeno d’inverno, c’erano enti benefici ai quali fare donazioni e lotterie, si vincevano grandi premi e viaggi, e una parte di questa vincita veniva data in beneficenza, alla ricerca scientifica, al salvataggio di qualche specie animale protetta, o a bambini poveri che vivevano in paesi lontani.

Quando calava la sera, sazi di cibo, di vino e di chiacchiere, tutti si scambiavano abbracci e auguri, si salutavano con la promessa di ritrovarsi l’anno seguente, e magari di non perdersi di vista durante l’anno; uscivano per strada e se ne tornavano a casa o si fermavano in qualche bar per un ultimo bicchiere, mentre la città sembrava esplodere di luce e gli autobus elettrici procedevano silenziosi e luminosi da un capo all’altro della città. Sulla fiancata dei bus le amministrazioni Comunali auguravano Buon inverno a tutti i cittadini e una tenera primavera.

Le statistiche dicevano che questo modo di festeggiare gli inverni aveva allentato le tensioni sociali e familiari, ma inspiegabilmente in quei giorni aumentavano i suicidi; così molti ospedali fornivano consulenze psicologiche gratuite e numeri verdi da chiamare per cercare conforto, per esprimere il proprio disagio o l’insoddisfazione di cui era sconosciuta la causa.

C’era anche una trasmissione radio e una in tv dove raccontare “il mio inverno” ed esprimere i desideri per la primavera che sarebbe venuta.

Quell’anno però si era abbattuta sul paese un’epidemia di morbillo, e molte scuole erano decimate. Il vaccino aveva attenuato i sintomi ma inspiegabilmente non aveva reso la popolazione immune da contagio.

Un giorno o due di febbre e una settimana di malessere, nulla di grave, ma era contagioso e fastidioso, soprattutto in periodo di shopping e di pranzi invernali.

Quella notte era scesa la neve, non molta, sembrava un lieve strato di zucchero a velo sulla città ancora addormentata; ai più anziani aveva risvegliato ricordi remoti, ai più giovani il desiderio di disertare il pranzo d’inverno per andare a buttarsi su qualche pista da sci.

Era tutto pronto, tutto prenotato, ma molti dei bambini erano ammalati e ancora contagiosi. Che fare? La soluzione la trovò Irina, la badante della bisnonna Maria, a cui la mamma del piccolo Pietro stava raccontando di questa malattia pestilenziale.

- I bambini, signora, li porti da noi. A me i bambini piacciono, e anche alla bisnonna Maria. Lo dica anche alle sue cognate: faranno Natale, cioè la festa degli inverni, con noi, poi passerete a prenderli quando avrete terminato il pranzo.

La bisnonna Maria era una vecchia maestra, aveva cresciuto intere generazioni di bambini, quando ancora si studiavano le tabelline, le fotocopie erano sconosciute e le ricerche si facevano sulle enciclopedie. Non si era mai adattata ai pranzi invernali, continuava imperterrita a chiamare il 25 dicembre “festa del Santo Natale”. Da quando l’artrite le impediva l’uso delle mani e le aveva curvato le spalle, lasciava che fosse Irina a fare i cappelletti in casa e girare il cappone nel forno; non le piacevano i piatti pronti e almeno per il Santo Natale voleva mangiare come piaceva a lei.

I ragazzi arrivarono vocianti e allegri, erano in cinque: Pietro, Paolo, Edoardo e le gemelle Ingrid e Greta. Non erano particolarmente entusiasti di quel cambio di programma, ma portavano con loro una montagna di pacchetti da aprire, alcune diavolerie elettroniche con cui pensavano di passare il tempo, e delle vaschette con cibi precotti da mettere nel microonde, nel caso i cappelletti e il cappone con le patate al forno non fossero di loro gradimento.

La casa odorava di mandarini e dal forno si diffondeva nella cucina il profumo che sapeva di buono e di antico.

Irina aveva preparato una bella tavola imbandita, aveva steso una grande tovaglia bianca ricamata con il filo rosso, aveva usato i piatti di porcellana della festa, i bicchieri di cristallo e le posate delle occasioni speciali. Al centro della tavola stava la zuppiera colma di fumanti cappelletti in brodo e, per non dispiacere i piccoli ospiti, aveva scaldato anche i cibi precotti che si erano portati da casa.

- Ma si mangia nei piatti della festa e non nelle vaschette del microonde.

Aveva stabilito categorica la bisnonna Maria.

Il pranzo era stato allegro, i bambini avevano apprezzato i cappelletti e anche il ripieno del cappone, Pietro era un buongustaio, Paolo invece aveva detto di preferire gli hamburger, Edoardo aveva mangiato anche gli avanzi nel piatto delle gemelle e le gemelle si erano ingozzate con il panettone e in un attimo di distrazione di Irina, a turno avevano bevuto un sorso di spumante dal bicchiere della bisnonna che aveva finto di non accorgersene.

- Non moriranno certo per aver intinto la lingua nel vino! Buon sangue non mente: il loro bisnonno nel vino ci faceva il bagno, diceva che l’acqua fa arrugginire le giunture.

Dopo pranzo i ragazzi avevano scartato i pacchetti e, un po’ annoiati, avevano accatastato il loro contenuto su una poltrona.

Pietro aveva dato l’assalto ai cioccolatini appesi all’albero invernale, le gemelle si aggiravano per casa incuriosite.

C’erano foto alle pareti, vecchi diplomi e una libreria piena di libri e oggetti, ognuno con una storia: una pietra raccontava un viaggio avventuroso che la bisnonna aveva fatto con suo marito, una piccola bottiglia di vetro piena di ghiaia colorata raccontava la storia di un ex alunno molto indisciplinato che diventato uomo si era ricordato della sua vecchia maestra e le aveva fatto un dono.

A un tratto Ingrid si accorse di una luce intermittente che veniva da un cassetto lasciato aperto, era un vecchio comò che da sempre stava in salotto.

Si avvicinò e chiamò sua sorella, erano davvero stupite da quel piccolo paese illuminato che Irina e Maria avevano preparato all’interno del cassetto. C’era una capanna di cartapesta, un gregge di pecore, dei pastori, un taglialegna, una donna che portava in testa una cesta, un laghetto di carta stagnola dove stavano i cigni, e tre cammelli al bordo del cassetto. Nella capanna un vecchio con la barba si reggeva a un bastone e una bella ragazza vestita d’azzurro guardava un bambino adagiato in una mangiatoia.

Presepe napoletano
- Cos’è? - chiese Ingrid

- Sì, che paese è? – le fece eco Greta

- E’ il presepe - disse la bisnonna.

- Il presepe nel comò - rise Irina

Questo espediente, permetteva loro di chiudere il cassetto quando giungevano in visita il medico o l’assistente sociale, perché questi luminari erano fermamente convinti che quell’attaccamento al passato fosse segno di una decadenza senile e Maria ad ogni visita mensile rischiava il ricovero alla Casa di cura per gli over 90 e Irina di perdere il posto di lavoro.

Le piccole erano affascinate da quelle luci che si accendevano e si spegnevano, attorno a quella rappresentazione di una strana famiglia. Sulla capanna brillava una stella con la coda, - Il bambino come si chiama? – chiese Ingrid.

Così, mentre un vecchio mangianastri diffondeva una canzone natalizia di quelle messe al bando nei luoghi pubblici, Maria, seduta sulla sua poltrona, cominciò a raccontare di quando a Natale si andava nei fossi e lungo i campi a cercare muschio, piccoli pezzi di legno e sassolini per allestire il presepe, e di quando la notte si dormiva con un occhio aperto per attendere Gesù Bambino che portava i doni.

Le piccole avevano distolto l’attenzione dal cassetto per mettersi a sedere sul divano con le gambe incrociate come piccoli indiani, poi le aveva raggiunte Paolo, stanco di giocare col Nintendo e Pietro e Edoardo che avevano smesso di fare la lotta sul tappeto del salotto. La bisnonna raccontò loro che il signore con la barba si chiamava Giuseppe, la donna vestita d’azzurro era la Vergine Maria e il Bambino si chiamava Gesù; la stella aveva avvisato i pastori che erano corsi a vedere con i loro occhi il prodigio.

I bambini ascoltavano in silenzio, attenti e incantati da questa storia mai sentita.

All’arrivo dei genitori, la storia era arrivata a malapena alla strage di Erode.

Maria baciò i bambini sulla fronte. Prima di uscire le gemelle vollero aprire il cassetto del comò per salutare Gesù Bambino e accertarsi che la stella brillasse ancora. La bisnonna Maria le guardò uscire avvolte nel loro cappotto rosso e in cuor suo si augurò che il seme gettato, un giorno potesse dare frutto, che qualcuno di quei bambini si domandasse un giorno, chi da all’uomo la capacità di perdonare e il dono della carità.

Guardò Irina e disse, - Mia cara, dal nulla nasce solo il niente, ma basta un piccolo seme perché torni a crescere un grande albero, noi dobbiamo salvare quel seme.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. solidarietà fede convivenza presepe natale

permalink | inviato da anerella il 21/12/2009 alle 11:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



5 dicembre 2009

Su Boffo Feltri ha sbagliato, ma le scuse sembrano tiepide

Il giornalismo succube della caccia allo scoop non può che fare danni, uccidere professionalmente le prsone, e le famiglie... quanta nostalgia di quel giornaismo che aveva il rispetto dell'uomo e la passione per i fatti..

4 Dicembre 2009

L'AGGRESSIONE

Accuse a Boffo: Feltri ci ripensa
di Francesco Ognibene
Tardiva, defilata, a denti stretti, con l’errato rimando dalla prima a una pagina pubblicitaria interna, ma l’auto-smentita alla fine è arrivata. Novantanove giorni dopo quella prima pagina nella quale esibiva le carte (rivelatesi poi inattendibili) di un presunto "caso", Vittorio Feltri e il Giornale ieri hanno ingranato la retromarcia, esprimendo a Dino Boffo persino «ammirazione» dopo averlo ingiustamente attaccato per giorni. Ora il direttore ammette che s’era sbagliato. E lo fa con molta meno evidenza di quelle sortite agostane, ma lo fa.

La vicenda esplode del tutto inattesa il 28 agosto con una pagina nella quale il direttore del Giornale dice di voler «smascherare i moralisti» prendendosela col collega di Avvenire «in prima fila nella campagna di stampa contro Berlusconi». Boffo gli replica il giorno dopo definendo quella che Feltri ha evocato – l’ammenda per una vecchia querelle giudiziaria a Terni, di nessun rilievo ma rinforzata da una lettera anonima spacciata per "nota informativa" – «una vicenda inverosimile, capziosa, assurda», un’operazione che sa di «killeraggio giornalistico»: «Siamo – scandisce Boffo – alla barbarie». Il presidente della Cei, cardinale Bagnasco, non esita a definire quello del Giornale un «attacco disgustoso e molto grave», rinnovando a Boffo «tutta la stima mia personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle comunità cristiane».

Mentre la redazione è sommersa da un’ondata di messaggi di solidarietà, che non si arresterà prima di un mese, Feltri – con il suo vice Alessandro Sallusti – prosegue con titoloni e paginate di "rivelazioni": «Finché questi censori speculeranno su ciò che accade sotto le lenzuola altrui, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro», scandisce il 29 agosto, fidando in documenti rivelatisi poi quantomeno discutibili.

Il 30 agosto i «fatti» vengono smontati pezzo a pezzo dal direttore di Avvenire: «Come avrà mai fatto il primo degli astuti – si chiede Boffo – a non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un’"informativa" che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale?». Ci vorranno tre mesi perché giunga la sola risposta possibile.

Le certezze del Giornale sembrano vacillare, e il 1° settembre sul quotidiano sparisce la "nota" mentre viene esibito a tutta prima pagina – senza spazio per le controdeduzioni di Boffo – il «certificato generale del casellario giudiziale». Ma Avvenire ormai ha chiarito la verità, e la tempestiva verifica del Gip di Terni («non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi inclinazioni sessuali» dichiara il magistrato, confermando quanto anticipato dal ministro degli Interni Maroni) rafforza quel che Boffo va dimostrando. Il giudice confermerà poi che non ci sono state intercettazioni telefoniche né processo, e dunque nemmeno un patteggiamento, così come non si deve parlare di condanna ma solo di decreto penale che dispone un’ammenda. Una «bagattella e non uno scandalo», riconosce oggi lo stesso Feltri.

Il 1° settembre è anche il giorno nel quale la Cei informa di una telefonata del Papa al cardinale Bagnasco nella quale Benedetto XVI chiede «notizie e valutazioni» esprimendo «stima, gratitudine e apprezzamento per l’impegno» della Cei e del suo presidente. Un’attestazione indiscutibile che chiude le polemiche su un’ipotizzata differenza di vedute tra Chiesa italiana e Santa Sede su alcune vicende del nostro Paese.

Intanto il Giornale sembra abbassare i toni. Anche perché l’evidenza dei fatti che affiorano giorno dopo giorno chiude ogni spazio alle speculazioni. È il 3 settembre e Avvenire smaschera in modo definitivo le «dieci falsità» con una ricostruzione che avrà poi ampia circolazione su blog, social network e siti di controinformazione (tuttora è su www. avvenire.it). Tra l’altro, si dimostra che Boffo non ha mai avuto relazioni omosessuali e che mai è stato "attenzionato" dalla Polizia.

Niente di niente. Ma lo stesso giorno il direttore di Avvenire decide di dimettersi, e lo fa con una lettera che resta una pagina memorabile di dignità e di giornalismo libero, vergata da un «direttore galantuomo» che chiede solo di sapere – scrive – perché gli «è stato riservato questo inaudito trattamento»: «In questo gesto, in sé mitissimo – spiega Boffo –, è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta. (...) Bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo a essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano».

Solo molto più tardi, Vittorio Feltri comincerà a far intendere che si sta ricredendo: il 22 novembre arriva ad auspicare che Boffo «torni» vista l’entità trascurabile delle vicende sulle quali il <+corsivo>Giornale<+tondo> aveva montato il "caso". Ieri infine l’ultimo atto, il più clamoroso: «La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire – sono parole di Feltri –, non corrisponde al contenuto degli atti processuali». Non è una «retromarcia», né si tratta di «scuse» o «lacrime», dichiarava ieri sera lo stesso direttore del Giornale, parlando di «doverosa precisazione» su «un particolare» che riguarda «una persona perbene».

Minimizza, ma la tempesta non è proprio possibile dimenticarla.
Francesco Ognibene




permalink | inviato da anerella il 5/12/2009 alle 17:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



8 ottobre 2009

Terroni del nord

Nata in Brianza, in realtà sono figlia di “terroni del nord”, i veneti che negli anni sessanta hanno “invaso” la Lombardia erano chiamati così e guardati con diffidenza, perché erano tanti, rumorosi, parlavano solo dialetto.


Ben presto però i lombardi si accorsero che erano anche dei lavoratori instancabili, legati alla tradizione del lavoro come modo per un riscatto sociale, infaticabili, hanno iniziato a guardarli con meno diffidenza, spesso a stimarli, come inevitabilmente capita i giovani hanno iniziato a sposarsi tra loro, è stato l’inizio di una vera integrazione e forse, anche della fine di una identità.

Dura a morire, la cadenza veneta è riconoscibile nella parlata anche di chi sta a Milano da più di mezzo secolo, ma spesso i veneti hanno fatto di tutto per “amalgamarsi” per confondersi, per sembrare meno “diversi”, facendo spesso anche gravi danni alla memoria di un passato che non è stato poi sostituito.
Purtroppo, manca tutta una letteratura che racconti quelle storie affascinanti che raccontano un pezzo di storia del paese.
Storie di gente che pagava per dormire con la testa poggiata sul tavolo, nelle cucine di famiglie locali o per passare la notte nel pollaio a riparo dalla bruma.

Tutto questo però durava poco, perché i “terroni del nord” lavoravano sei giorni la settimana, qualche volta anche la domenica e con i primi risparmi, con i soldi della vendita di qualche pezzo di terra al paese comperavano un pezzetto di terreno alla periferia delle grandi città e la sera e il resto del tempo libero dal lavoro lo occupavano a costruirsi la casa.
Il terrone del nord ha l'amore per la proprietà provata inscritto nei cromosomi.
La sabbia la ricavavano da scavi che facevano sul terreno stesso, il cemento veniva usato con parsimonia, ma le case venivano su come funghi, spesso brutte, squadrate, come le case di chi deve badare alla sostanza più che all’apparenza.

Lavoravano nelle grandi industrie alla SNIA di Varedo, alla Breda, alla Falk, alla Magneti Marelli, di Sesto San Giovanni, ma anche nelle imprese edili, al lavoro in bicicletta o in tram, con la schiscetta, e quel sorriso e quell’ironia che ai milanesi mancava.
Mostra immagine a dimensione intera
La sera d’estate si trovavano nei cortili a ballare il liscio, ad amoreggiare con le ragazze e a consolarsi, convinti d’aver lasciato a casa la miseria e che le cose potevano solo migliorare.

La via dove mio padre costruì casa alla periferia di un paese che stava a sua volta all’estrema periferia di Milano, era una via sterrata, con un solo lampione, quando si trattò di scegliere un nome da dare a quella via la chiamarono - via Padova - perché tutti coloro che vi abitavano venivano da paesi in provincia di Padova, faceva eccezione mia madre, che per qualche chilometro abitava in provincia di Venezia.


Quando i terroni del nord tornavano al paese, si guardavano intorno e quella povertà che stava sotto ai loro occhi, li consolava di quella nostalgia che non ammettevano nemmeno a loro stessi.
Appena acquistata un'utilitaria percorrevano la A4 per andare a metterla in mostra da chi ancora andava in bicicletta, e l'invidia anche buona negli occhi dei bambini che giravano intorno a quell'auto simbolo, pareva appagarli.

Ogni volta, durante il viaggio di ritorno verso Milano, mio padre pronunciava la fatidica frase – i xe indrio de sinquantanni” (sono arretrati di cinquant’anni) si riferiva al fatto che le case non avevano il bagno, erano riscaldate dalle stufe, pochissimi possedevano un'auto, e l’urbanistica era ancora molto arretrata.

Però di una cosa non teneva conto mio padre, che quelli rimasti erano fatti della stessa pasta di quelli partiti, uomini e donne che non si lasciavano spaventare dalla fatica.
Quelli che se ne erano andati in un certo senso avevano fatto la fortuna di coloro che erano restati, che avevano tenuto duro, continuando a coltivare i campi, a vendemmiare l'uva, con la stessa tenacia e la stessa voglia di riscatto.
Così piano piano sono nati i laboratori dove si cucivano scarpe e pellame, i vivai, le piccole botteghe che poi in alcuni casi sono diventate industrie.
Ci sarebbe lavoro per un esercito di giornalisti, volenterosi e capaci di raccontare come una falegnameria familiare si è trasformata in un’industria, rimane però il fatto che spesso la voglia di lavorare e di fare schei, che di per sé non è un difetto, ha fatto trascurare alcuni aspetti importanti per la crescita di un paese, a partire dall’istruzione, i figli, le nuove generazioni non avevano bisogno di una laurea per trovare lavoro ed è così che spesso in azienda si è venuto a creare un buco generazionale, dove tutti lavorano, ma il lavoro ha assunto una valenza differente, le nuove generazioni non sanno leggere i segni del tempo e non hanno la tenacia dei padri.

Dei schei non conoscono la fatica e il sudore, ma solo il potere d’acquisto che non porta ad appagare il cuore, hanno rinnegato i valori dei padri, ma non hanno trovato nulla che li sostituisse, così usano di un benessere che non hanno costruito rimanendo con l’anima inquieta.
Non tutti però, c’è una rinascita, una riscoperta, che parte dai luoghi, dalla terra, dai sapori, fate un giro tra le barene, sulla laguna, alla riscoperta dei casoni (il cason dea Zappa) ora si può andare anche in canoa, fate un giro per osterie, che hanno ripreso a fare “spunceti”, a proporre i piatti della tradizione, troverete gente orgogliosa, che ha iniziato a fare master gestionali, che ha capito che non tutto è perduto e che si sta rimettendo a studiare a quarant'anni.

La Tv racconta sempre di uno stereotipo veneto, ignorante e legato al soldo, e in fondo i veneti hanno anche le loro colpe per questo, perchè han sempre tirato avanti incuranti, se ne son fregati di quanto pensavano gli altri.

Lo dimostrano i gondolieri, che ai turisti americani che chiedono loro di cantare - O sole mio - intonano senza batter ciglio, a me viene il mal di cuore a sentirli, perché ci vuole anche il rispetto di sé, e il coraggio di dire che a Venezia “la biondina in gondoeta” è più appropriata, per “O’ sole mio” prossima tappa a Sorrento.

Ci vorrebbe un Tornatore, capace di raccontare un mondo ricco, bello e pieno di fascino, volete dire “che no ghe xe un reista bon tra noaltri”, ma volete dire che non abbiamo un regista capace tra noi veneti? Che non ci sono persone capaci di guardare e raccontare stupite il nord est? E’ una sfida.


P.S. perché io nata in Brianza, vissuta nella periferia di Milano mi considero veneta? Per uno scherzo del destino. Per molti anni, ho passato mesi, della mia infanzia e adolescenza tra quei veneti senza bagno in casa, capaci però di godere dei riti della vita.
Di far festa e di prendersi con ironia.
Ho imparato il dialetto e sono cresciuta con loro, vedendoli migliorare, cambiare e superarci in benessere, senza perdere la loro umanità. Ancora oggi, ho bisogno spesso di tornare ad immergermi tra quei colori, quei sapori e quell'ospitalità che fa parte del mio dna, perciò orgogliosa del Duomo di Milano, quando percorrendo l'autostrada passo il confine tra Lombardia e Veneto mi sento finalmente a casa.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. terroni nord sud immigrazione nor-est

permalink | inviato da anerella il 8/10/2009 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



28 settembre 2009

Caterina: Quando il blog implora il miracolo

Ascolta - occhi del cielo

Scrive sul suo blog Antonio Socci, padre di Caterina:


Sono stato incerto se riferire questa cosa sul blog, ma penso possa essere utile per chiedere a tutti voi, amici miei, un aiuto particolare. Nel tardo pomeriggio del 24 settembre qualcosa è accaduto. E qualcosa di importante. Vi racconto istante per istante.

Io e Alessandra eravamo stati alla messa che si celebra ogni giorno alla 17 nella cappellina sottostante il reparto di Caterina, dove avevamo pregato con una certa angoscia nel cuore. La messa era iniziata con questa antifona d’ingresso: “Io sono la salvezza del popolo – dice il Signore – in qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò e sarò il loro Signore per sempre”.

Quando siamo entrati nella sua cameretta abbiamo cominciato a carezzarla e parlarle dei suoi amici e di noi e di lei e il suo respiro si è fatto sempre più intenso, il cuore ha cominciato a galoppare, gli occhi non sembravano persi nel vuoto come qualche ora prima, lei appariva molto emozionata.

Le macchine stesse che fanno il monitoraggio del battito, della pressione sanguigna e del respiro hanno cominciato a suonare e ci siamo resi conto, con l’infermiere, che Caterina aveva riconosciuto le voci della mamma e del babbo e che capiva quello che le stavamo dicendo.

Così – ricordando che il passo fondamentale per l’uscita dal coma si ha quando il malato esegue un gesto richiesto – abbiamo cominciato a chiederle di stringere la mano di sua mamma che le teneva la destra. Abbiamo assistito a un enorme sforzo di concentrazione di Caterina, che è diventata rossa in volto, e con un’ulteriore intensificazione del battito cardiaco e del respiro, facendo enorme fatica ha infine eseguito quello che le avevamo richiesto.

Commossi, abbiamo esultato tantissimo, poi le abbiamo detto che era stata bravissima e di calmarsi e di lasciare e così lei ha fatto. Dopo mezzo minuto circa abbiamo riprovato – per verificare – e Caterina ha di nuovo ripetuto tutto. Così pure all’altra mano, la sinistra, che tenevo io.

La stessa cosa è accaduta un’oretta dopo con Stefano e Maria e anche loro hanno notato dall’espressione dei suoi occhi che proprio c’era Caterina, che era presente e si sforzava con grande fatica di farci capire che ci riconosceva e ci stava capendo. Addirittura commovente è stato il momento in cui è entrata una sua amica del coro che ha cominciato a cantarle una loro canzone “Give me Jesus” (Dammi Gesù) e ogni volta che cominciava a cantare Caterina si emozionava tanto che le macchine di misurazione cominciavano a suonare.

Abbiamo poi saputo dal medici che tutto questo si chiama “stati minimi di coscienza”, che è una cosa molto importante, ma che – per essere decisiva – dovrebbe stabilizzarsi e diventare ripetibile così da segnare l’uscita dal coma.

Per noi è un segno emozionante che la nostra bambina c’è, è presente e vuol riemergere. Allora vi chiediamo – con le mani giunte – se potete e volete, di pregare particolarmente con questa intenzione: che la Santa Vergine non lasci che sprofondi di nuovo, ma che torni prestissimo a riemergere quella coscienza e l’aiuti a stabilizzarsi almeno in quel livello, dal quale poi possiamo aiutarla con la riabilitazione a recuperare.

Non importa il tempo che ci vorrà a recuperare, con tutto l’amore l’aiuteremo. Ma questo passo è fondamentale. Noi continuiamo a chiedere al Signore il miracolo del risveglio e della guarigione completa subito, ma se quello che Lui vuole da noi è un lungo e paziente cammino di riabilitazione e un lungo abbraccio d’amore per arrivare alla guarigione completa, va bene. Però è necessario non fare passi indietro. Perciò abbiamo bisogno ancora una volta, come mendicanti (e ce ne scusiamo), del vostro aiuto, certi che le vostre e nostre preghiere, i vostri e nostri sacrifici, già stanno aiutando Caterina.

In particolare voglio trascrivere qui una segnalazione di Roberto Zandomeneghi che mi ha mandato alcuni brani sull’efficacia della preghiera di Don Didimo Mantiero che don Giussani ci ha fatto conoscere. Eccoli qua:

“Dio nella sua infinita perfezione ha quasi una debolezza: non sa resistere a chi fortemente prega”.

“Quando pregate, vi scongiuro, fatelo con fede vivisima”…”non importa che non vediamo i frutti della nostra preghiera, Dio è con noi e ci esaudirà”

“Il tutto fate con la più grande confidenza, come se aveste già ottenuto ciò che domandate”…”non resterete ingannati, ve lo assicuro”…”anche quando ci sembra di non essere esauditi, è allora che Dio ci sta preparando i più grandi favori”

(Citando San Giovanni): “Dinanzi a Lui è questa la sicurezza che noi abbiamo: qualunque cosa gli chiediamo conforme alla volontà Sua egli ci esaudisce. E se sappiamo che ci concede qualunque cosa gli domandiamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo richiesto”

E inoltre:

“Gesù ci insegna a pregare fino a diventare seccatori. Come il richiesto finisce con il cedere [...] così Dio finisce per esaudire. [...] Dio cui parlate è lì e Vi ascolta. DiteGli tante cose. [...]. Non dubitate mai; una volta pregato, già ottenuto. Era così che i santi facevano miracoli”.

 ”La preghiera che scaturisce dalla fede incrollabile è la forza più grande a disposizione dell’uomo per cambiare il mondo”.

(da La “Dieci” di Don Didimo Mantiero a cura di Ludmila Grygiel, pp. 52-56).

Forza, amici miei !!!

Le tante testimonianze che mi mandate dimostrano che quelle parole di don Didimo, che poi sono identiche a quelle pronunciate dalla Madonna a Medjugorje e da tanti santi, sono vere.

Me lo dimostra per esempio questa struggente testimonianza di una madre con cui ci identifichiamo totalmente:

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. blog preghiera amicizia fede figli miracolo coma

permalink | inviato da anerella il 28/9/2009 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



14 settembre 2009

Preghiamo per Caterina

Le voci corrono, sms, e-mail, raccontano di Caterina che abita  in un appartamento con altri universitari, è seduta alla sua scrivania,  disegna, ad un tratto cade, gli amici chiamano il 118, cercano di rianimarla, ci proveranno anche i medici per 45 minuti... arresto cardiaco.
Come, a 24 anni? Come, perchè, perchè?
Ora Caterina è in coma farmacologico all'ospedale di Firenze e tu non puoi non pensare a lei, ai suoi genitori a quante volte ci siamo detti che siamo i custodi dei nostri figli ma non possiamo nulla su loro, nulla se non pregare che tutto possa risolversi, che anche questo dolore concorra ad un bene più grande, perchè altrimenti nulla avrebbe senso.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Caterina coma figli dolore

permalink | inviato da anerella il 14/9/2009 alle 13:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



4 luglio 2009

Il ballo delle vergini


Ragazzi noi abbiamo scherzato e voi ci avete presi troppo sul serio.
Si è vero, da figli predicavamo l’amore libero, da femministe la libertà di fare sesso con chi vuoi e quando vuoi, ma ora da padri e madri questo  - sex and the city - alla newyorkese non ci piace più, non è cosa buona.

In  America le adolescenti che diventano madri o che aspettano un figlio e abortiscono sono diventate una  piaga sociale.
Le nascite illegittime sono quasi il 30 per cento del totale, e ognuno cerca di porre rimedio come può, ma l'impressione è che gli adulti non avendo le idee chiare cerchino soluzioni senza però comprendere la radice del problema.

Il problema è stato affrontato con corsi di educazione sessuale, nella speranza che, se sesso adolescenziale dev’essere, almeno sia un sesso senza conseguenti gravidanze.
Non ha funzionato.

Allora si è passati alla distribuzione di preservativi gratuiti anche all’uscita delle scuole, perché qualcuno pensava che il sesso non protetto fosse causato da una paghetta settimanale che non veniva spesa per questa bisogna, ed invece nulla.

Chissà se qualcuno si è mai chiesto se  una delle cause di questo “sesso precoce” e sprecato non sia la banalizzazione che negli anni si è fatta di un gesto che dovrebbe essere una delle massime espressione dell’amore tra due esseri umani ed invece è diventato un gesto “di consumo”.

Ora, pare che in alcuni stati del sud,  sia innestata una controtendenza  mi riferisco a “Il  Ballo della purezza”   inaugurato nel 1998 si è diffuso in 48 Stati, una sorta di ballo delle debuttanti, dove fanciulle  in abito da principessa giurano davanti a Dio e al loro padre  di restare caste sino al matrimonio e il loro padre fa solenne giuramento di difendere la verginità delle figlie, tra inni e danze.

Insomma, un bel passo del gambero per alcuni, un ritorno al passatto conformista e bigotto, una riscoperta del valore della verginità e della famiglia per altri.

Il Reverendo Randy Wilson, padre di 5 ragazze e ministro della Chiesa evangelica, ideatore del ballo si dice  convinto che il miglior modo per proteggere l'integrità delle proprie bambine  consista nel fondare una solida relazione padre-figlia.

Mah, che il rapporto padre figli sia importante, che le ultime generazioni vivano una mancanza del padre è vero anche in Europa, ma lasciatemi dire che mettere una fede al dito delle proprie figlie giurando di proteggere la loro purezza sino al matrimonio mi pare più che un gesto d’amore  la volontà di mettere al riparo figlie e  famiglia dalle difficoltà che una gravidanza precoce chiede di affrontare, senza però andare al nocciolo del problema.

Uno, perché i figli si fanno ancora in due e allora puntare sulla verginità delle figlie sembra alquanto riduttivo, come dire ancora una volta che la responsabilità è  SOLO femmina.
Due, perché non si  tratta di difendere l’onore, o l’importanza della famiglia, ma di riscoprire le ragioni di questo valore, e ci vorrà  ben più impegno di un giuramento pubblico.

Ah, dimenticavo, le statistiche dicono che l’88% delle fanciulle rompe il giuramento, ma <em>resistono</em> in media 18 mesi più di qualche tempo fa, insomma, l’astinenza è cosa da eroi in questa nostra società schizofrenica, dove chi non osa e non prova tutto sembra privarsi dellae gioie del mondo.

Sta di fatto che questo ritorno all’astinenza, in attesa del grande amore, piace non solo agli evangelici, ma anche a molti universitari, a molti giovani che sembrano stufi  di questo sesso senza amore,  perché in fondo il cuore dell’uomo è fatto per cose grandi, magari non capiamo bene il perché ma il desiderio più grande è quello di essere amati e amare in modo vero profondo esclusiovo.

Scriveva Papa Woityla: "Crescono improvvisamente dall’amore, e poi, di colpo, adulti/ tenendosi per mano vagano nella grande folla/ (cuori catturati come uccelli, profili sbiaditi nel crepuscolo)./ So che nei loro cuori pulsa l’intera umanità”.

A questi ragazzi  nel cui cuori pulsa<em> l’intera umanità</em>  va detto che l’amore umano e la sessualità sono una cosa straordinariamente seria, che il matrimonio e la famiglia sono una "vocazione" un progetto di vita.

Sempre  Papa Woityla diceva ai suoi amici,  che  - la ricerca dell’amore umano e divino è una questione che riguarda tutti,  e bisogna sempre partire dall’unità della persona umana - già, l0unità della persona umana, fatta di carne e di spirito, quell'unità che quando si spezza porta all'infelicità dell'anima.

Questa estate proviamo a leggere “Bellezza e spiritualità dell’amore coniugale”  l’editore Cantagalli – ci sono anche belle fotografie di un Giovanni Paolo II giovane e spensierato, ma già scriveva cose estremamente vere.




7 aprile 2009

Terremoto, ripartire da quel che c'è

3 e 32, la terra trema di notte, la distruzione e la morte colpiscono nel buio, qualcuno dice : “non veniva mai giorno”, venti secondi dicono i sismologi è durata la scossa, venti secondi che hanno cambiato la vita di molti e il volto di quei luoghi sino ad allora familiari rassicuranti.


Si contano i morti, si cercano i dispersi, pare che la macchina dei soccorsi abbia funzionato, lo dice anche Lucia Annunziata su La Stampa, “Stavolta, lo Stato c’è”, il Partito Democratico ha messo a disposizione le cucine da campo delle loro feste di partito, le associazioni di volontariato sono scese in campo, protezione civile, Caritas, Banco Alimentare, tutti si sono mobilitati immediatamente, tutti a scavare, a montare tende, a prestare soccorso, l’appello per la raccolta sangue è stato accolto subito e a mezzogiorno non ce n’era già più bisogno.

Nella tragedia il popolo ha dimostrato d’esserci, è una solidarietà che rinfranca il cuore anche di chi come me non parte, di chi toglie l’audio alla TV e guarda le immagini scorrere, i volti attoniti di chi attende e spera che sotto alle macerie un figlio dia segni di vita, poi il miracolo di Marta 24 anni, estratta viva dalle macerie 23 ore dopo il crollo della palazzina dove dormiva, la sua vittoria è la speranza di molti che ancora pregano che i loro cari siano salvati.

Guardi i volontari al lavoro mentre montano le tende, distribuiscono coperte, la vita scorre in diretta sui nostri teleschermi, sul pc dove ognuno trasmette uno spicchio di realtà.

Guardi la gente in coda, un'anziano baciato in fronte da un giovane uomo, un piccino stretto tra le braccia sicure di sua madre, l'altra notte ci sono state madri morte che con il loro corpo hanno salvato la vita ai figli in un ultimo gesto materno, c’è dignità nei loro gesti, forse la gratitudine d’essere vivi, sopravissuti ad una notte buia che ha cambiato la vita e il metro con cui misurare tutte le cose.

Ora si deve ripartire da ciò che resta e dalla consapevolezza di non essere soli, mai come quest'anno la Settimana Santa ha il volto di chi condivide la croce


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. l'aquila terremoto soccorsi

permalink | inviato da anerella il 7/4/2009 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



30 marzo 2009

Occhio a non far la fine della rana

 

Pioveva sabato scorso, quella pioggia che strattonata dal vento ti bagna nonostante l’ombrello, una serata fredda, alla tv giocava l’Italia, e di lì a poche ore si sarebbero spostate in avanti le lancette dell’orologio per effetto dell’ora legale.

Insomma, non proprio circostanze favorevoli, per un’associazione culturale con la pretesa di presentare un libro in una cittadina dell’hinterland milanese, una di quelle città lievitate negli anni 60/70, che Milano considera estrema periferia, che fa parte dei paesi della nuova provincia Monza e Brianza, ma molti brianzoli non sanno nemmeno dove si trovi, come un lontano parente con cui non ci sono legami.

Il libro in questione ha un titolo curioso

UNA SUORA PER AMICO - Presenti gli autori – Andrea Pamparana vice direttore del TG5, giornalista, scrittore e suor Maria Gloria Riva, fondatrice di un monastero a Pietra Rubbia

Ed invece, la sala era piena, la gente curiosa, gli autori hanno parlato della loro esperienza, un libro che è il dialogo tra due amici sulle cose importanti della vita.

Una suora che aiuta chi l’ascolta a riscoprire i segni dell’arte, a riscoprire una simbologia che non sappiamo più leggere anche se viviamo nell’era dell’immagine, ma siamo miopi, vediamo solo alcuni segni, ci perdiamo il particolare, il senso.

Al termine dell’incontro la gente s’è fermata a raccontarsi, a salutare gli autori a farsi autografare il libro, e io ho pensato a un racconto che suor Gloria Riva aveva fatto in un altro incontro.

Degli scienziati hanno fatto un esperimento, hanno messo una rana in una pentola di acqua fredda, la rana si trovava bene a suo agio, poi hanno acceso il fuoco, l’acqua s’è leggermente riscaldata e la rana stava bene, ancora meglio, saltellava, poi l’acqua si è ulteriormente riscaldata la rana ha cominciato a saltare per cercare di ripristinare la temperatura corporea ma l’acqua nel frattempo bolliva e l’ultimo salto le è stato fatale, morta.

Gli scienziati hanno così dedotto che se la rana fosse stata gettata direttamente nell’acqua bollente sarebbe morta in modo atroce, con questo metodo invece è morta quasi senza accorgersene.

A volte noi siamo proprio delle rane che saltellano nel pentolone della mediocrità, tra programmi televisivi osceni, giornali banali, rapporti insipidi… ci troveremo morti senza saperlo, a meno che? A meno che?

Un guizzo, un lampo, uno sguardo ci facciano balzare fuori dalla pentola in tempo per scoprire che la vita è altrove, risparmiandoci così la sorte della rana




7 febbraio 2009

"mammallatte"

 

Mi sono svegliata stamane pensando ad un episodio di molti ani fa, e il suo ricordo non mi vuole lasciare, .
Era estate, eravamo in campeggio con i nostri tre figli, il primo campeggio della nostra famiglia e la mattina presto, molto presto, quando ancora l’umidità ricopriva la tenda, il sole aveva iniziato da poco a filtrare tra gli alberi di leccio, e noi avevamo ancora estremo bisogno di dormire, il più piccino dei nostri bambini che aveva poco più di due anni, sgusciava dal sacco a pelo, apriva la cerniera della tenda quel tanto che gli bastava per uscire a carponi, s’issava sulla sedia di plastica e stando in ginocchio, posava le sue paffute braccia conserte sul tavolo iniziando a dire senza sosta: “mammallatte, mammallatte, mammallatte” era impossibile ignorarlo, ficcare la testa sotto il cuscino, bisognava alzarsi e placare quel suo bisogno primario.
 
Mi è tornato in testa quel ritornello, pensando ad Eluana, alla sua impossibilità di dire: “mammallatte” o “mamma acqua”, e al nostro mettere la testa sotto il cuscino per fingere che si stia compiendo un gesto pietoso e non un orribile e devastante gesto mortifero.
Non posso non pensare a sua madre, ho letto ieri che è molto malata, non ha retto il dolore per quanto capitato a questa figlia alla quale aveva dedicato la vita, mi si spezza il cuore al pensiero di quella donna che oltre al dolore per quanto è capitato alla figlia deve lottare e combattere per vivere, una vita che forse per lei non ha più senso, nessuno deve e può giudicare il dolore e la solitudine di questa famiglia, lo sguardo vuoto di papà Beppino, che ripete come un mantra che nulla lo può più ferire, forse se avessero incontrato altri, se avessero percorso la strada del dolore con un’altra compagnia, Eluana dalla pelle di pesca, continuerebbe ad aprire gli occhi al giorno, a chiuderli di notte, a tossire e ad essere accudita, ma soprattutto loro potrebbero vivere con la consapevolezza che il loro immenso dolore può essere d’aiuto ad altri, può rendere la vita d’altri genitori, d’altri figli, meno sola, meno dura.
 
Perdonaci Eluana, se puoi perdonaci, perché la tua agonia ci fa tutti più cinici, il tuo lento morire cambia lo sguardo con cui guardare ai nostri figli.
 
Nessuno sa fino in fondo, nemmeno i luminari della scienza, se tu nel tuo profondo non stia implorando “mammallatte” e non hai che un colpo di tosse che tutti ignorano, per cercare di far uscire dalla prigione del tuo corpo quel grido, nessuno lo sa, ma nel dubbio, lasciarti morire è un'atrocità che ci rende tutti meno uomini.
 
 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Eluana morte condanna sete

permalink | inviato da anerella il 7/2/2009 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



30 settembre 2008

Felicita Merati - Magdi Cristiano Allam


SACRALITA' DELLA VITA DIGNITA' DELLA PERSONA
3 ottobre 2008 ore 21,00
presso l'auditorium Comunale di Via Giussani a Nova Milanese
Presentazione ufficiale dell'Associazione Culturale Felicita Merati,
interverrà

MAGDI CRISTIANO ALLAM
perchè le storie e le scelte degli uomini sono sempre il frutto di un incontro e di un cammino, di una presenza a cui si è detto "SI"





Nella lettera di presentazione dell'associazione culturale FELICITA MERATI, il Presidente dr. Ezio Negretto scrive:

"Abbiamo deciso di intitolare l’associazione a Felicita Merati, una donna di Nova Milanese che, durante la seconda gravidanza, scoprì di avere un tumore al seno e rifiutò di essere sottoposta a chemioterapia per proteggere dalla tossicità dei medicinali il bambino che portava in grembo. Felicità muore a Monza l’8 settembre 1995, quando il suo bambino ha solo dieci giorni di vita. La sua testimonianza semplice di amore che arriva sino al dono della propria vita ci ha convinti ad affidarle il nostro impegno."

L’Associazione Culturale Felicita Merati nasce dal desiderio di un gruppo di amici di rendere evidente ciò che Papa Benedetto XVI ha definito ‘valori non negoziabili’.  L’amore per la Famiglia, la passione per l’educazione, la sacralità della vita sono i fondamenti del pensiero e dell’azione che ci spingono a promuovere concretamente iniziative di carattere culturale.




31 agosto 2008

Un varco nel muro. lettere, e-mail, sms

Il libro di Ester Capucciati “Un varco nel muro” è la testimonianza di come ciò che salva la scuola, non sono i programmi, i piani di orientamento formativo, ma le persone. Chi nella scuola “ci sta”, chi ogni mattina guarda in faccia l’altro, l’alunno, non come uno a cui fornire un servizio, la lezione, ma come una persona con un suo destino, con una domanda spesso confusa, ma con il desiderio che accomuna tutti, quello di essere felici.

 

Il mio incontro con Ester Capucciati è singolare .

Mentre bevo un caffè ad uno dei bar del meeting di Rimini, scorgo accanto alla cassa un piccolo libro, - Un varco nel muro - sottotitolo: lettere, e-mail, sms, i ragazzi scrivono alla prof di religione.

Ho appena trascorso le vacanze con alcuni amici la cui figlia adolescente, non faceva che inviare sms in continuazione, poi, con noi che le stavamo vicino la conversazione si faceva formale, e monosillabica, entrare in comunicazione con lei, trovare “un varco nel muro” del suo mondo sembrava davvero difficile, così quel piccolo libro mi incuriosisce e chiedo alla cassiera dove lo ha acquistato.

Scopro così che il libro è appena uscito e l’autrice è una sua amica - si tratta di una persona speciale - mi dice la cassiera.

 

Un quarto d’ora dopo sono seduta al tavolo del bar con Ester Capucciati, cinquant'anni, 2 figli, capelli lunghi e lisci, occhi e bocca che sorridono all’unisono, una vera passione per la vita e per i suoi studenti.

Parlando mi dice: - Non sono mai uscita da una classe senza poter dire di non averci guadagnato qualcosa dal rapporto con quei ragazzi –

Poi mi racconta di come sia nata quest’idea, dei ragazzi che attendono di poter leggere il “loro” libro, mi legge una bella lettera di una sua alunna, la lettera non è tra quelle del libro perché è arrivata a libro ultimato, ma è chiaro che chi scrive lo fa sapendo d’essere ascoltata e stimata.

Mi parla di Mattia, un alunno morto in un incidente stradale a cui il libro è dedicato, della sua storia e dell’amicizia nata con la sua famiglia dopo la sua morte.

 

Mentre parla non posso non pensare ai miei insegnanti di religione delle superiori che non hanno lasciato traccia nella mia memoria, o a quei catechisti che proprio perché mi hanno stimata più di quanto io stimassi me stessa, mi hanno aiutata a non sentirmi sola in questo mondo, mi hanno indicato la strada che avevano incontrato lasciandomi libera di scegliere se percorrerla.

 

Nel pomeriggio passo in libreria a comperarmi il libro e cosa che non faccio mai, ne compero delle copie da regalare ancora prima di averlo letto.

Il giorno dopo leggo il libro per capire se è il regalo giusto per le persone a cui l’ho destinato.

Risposta affermativa.

Si tratta di un libro che non può non destare il desiderio di essere guardati come Ester Capucciati guarda i suoi studenti e di guardare a chi ci sta intorno, ai nostri figli, con quello sguardo che Ester ci indica, consapevoli che i loro dubbi e le loro incertezze sono le nostre, e così anche il loro desiderio di essere amati e di essere felici è identico al nostro.

Della vita Ester non censura nulla e non sottovaluta niente, nemmeno un sms, il modo “brutale” e sintetico con cui i giovani d’oggi ci chiedono attenzione.


Se vuoi ascoltare l'intervista a ester capucciati vai su www.radioformigoni.it
 




29 luglio 2008

Moyra quando il coma non è la fine...

  Storia di un amore che non ha fine

La signora Giovanna è la mamma di Moyra Quaresmini e mi accoglie sul portone di casa con un sorriso gioviale, abitano a Nova Milanese, una zona tranquilla di questo paese dell’hinterland milanese. Il nostro primo incontro è stato telefonico e mentre si chiacchierava ho scoperto che, forse, c’eravamo già incontrate a Borghetto Santo Spirito, laddove le persone con handicap hanno l’occasione di trascorrere un periodo di vacanza nella casa dell’Unitalsi. Non avrei mai immaginato che sua figlia fosse la donna in coma vegetativo di cui avevo sentito parlare: ho sempre pensato che le persone in coma vegetativo stessero tutto il giorno stese in un letto ed invece sua figlia era in spiaggia, in carrozzina. Vedi il pregiudizio? Credi già di sapere, e questo non ti da modo di incontrare il vero.

Incontro Moyra per la prima volta mentre se ne sta seduta sulla sua sedia a ruote sul balcone di casa, è un’estate tiepida e lei si gode il sole del mattino che le bacia la pelle.

Arriva un’amica che viene a trovarla e a farle la manicure. Aveva tante amiche Moyra ma ora, mi racconta la mamma, solo qualcuna perché le altre preferiscono ricordarla com’era.

Mi viene spontaneo pensare che è una frase che si dice davanti alle persone defunte, ma Moyra non lo è, questo è certo, basta guardarla mentre sorride alla mamma che la bacia sul collo.

Sulle pareti della sua stanza le foto di prima, quando faceva la parrucchiera e quando progettava un futuro da moglie e mamma, prima di quel 13 gennaio, quando la vita ha fatto una giravolta e nulla di quello che si era pensato, immaginato, accarezzato è avvenuto come previsto.

Nel 2000 Moyra, sposata da 5 anni, attendeva il primo figlio, una bimba, che avrebbe dovuto nascere il 18 gennaio.

Tutti attendevano Asia: la futura nonna l’aveva vista nell’ecografia succhiarsi il dito, ed anche il futuro nonno Faustino aveva potuto vederla attraverso lo schermo quando, mancavano pochi giorni al termine della gestazione.

Invece, un’embolia amniotica, la corsa all’ospedale, Asia muore e la sua mamma va in coma.

Ora Giovanna e Faustino lo raccontano con serenità, capisci che hanno passato momenti atroci, ma anche che li hanno superati, che vivono una serenità ed una complicità che si coglie guardandoli.

Andiamo in cucina, papà Faustino ci prepara il cafè e la mamma porta tra noi anche Moyra, le fa bere il succo di frutta con il cucchiaino. Inizialmente Moyra era alimentata con la Peg, ne abbiamo sentito parlare molto in questi giorni: si tratta del sondino dal quale passa l’alimentazione per molte delle persone in coma vegetativo, come accade anche per Eluana Englaro, ma ora Moyra mangia con il cucchiaino, grazie alla pazienza e alla tenacia della sua mamma. Il sondino naso-gastrico serve solo per l’acqua, ma la mamma nutre la speranza che ci si possa liberare anche di quello.

Sul fornello si sta cocendo un coniglio e la casa profuma di buono.

Ci raccontiamo come se ci conoscessimo da sempre, papà Faustino è un pratico e mi racconta che bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come stanno, che le persone in coma costano e che forse, dietro a questa frenesia di staccare il sondino che le alimenta, c’è anche una mentalità che considera le persone come Moyra un peso.

Sia chiaro, nessuno di noi vorrebbe fare certe fatiche, ma la vita a volte traccia sentieri imprevisti e tu, guardando questa famiglia, capisci che il loro hanno scelto di percorrerlo questo sentiero, è un eroico quotidiano, per certi versi come quello di tanti altri. - Ci sono malattie che non si vedono -, mi dice il signor Faustino, persone che non vanno in giro su una sedia a ruote e nessuno conosce la loro fatica e la loro pena, ma è la vita, ed è fatta anche di questo.

Il Comune manda due persone che tutte le mattine si occupano di Moyra, la lavano e la pettinano; poi l’Asl manda la fisioterapista ma, poi, rimangono il sabato e la domenica dove tutti i servizi si interrompono e, forse, si potrebbe pensare a migliorare questo aspetto. e Poi ci sono alcune forniture farmaceutiche che non sono gratuite, anche di questo bisognerebbe tenere conto.

L’amica di Moyra ci saluta. Prima di uscire accarezza Moyra sulle spalle ed è chiaro che a lei queste coccole piacciono.

Inoltre riesce a farsi capire quand’è in posizione scomoda o quando vuole farsi rimettere a letto, è chiaro che il grande amore e la serenità che trasmettono le persone che le stanno intorno l’aiutano a fare quei piccoli progressi che sono per lei una grande conquista.

Moyra e la sua famiglia sono una risorsa per tutti, non solo per chi vive e affronta lo stesso problema, ma anche per chi, come noi, è preso da mille altri problemi, per gli adolescenti che spesso cercano di “vivere la vita al massimo” rischiando di buttarla via. Passare qualche pomeriggio a casa dei signori Quaresmini potrebbe essere davvero uno scambio d’esperienze, toccare con mano come la vita sia bella, sempre, se accolta e coccolata anche nelle difficoltà.

Il coniglio è cotto e la signora Giovanna butta la pasta nell’acqua che bolle, tra un po’ pranzeranno ed anche Moyra mangerà il pranzo frullato di mamma Giovanna, io li saluto, ma esco con la certezza di avere incontrato nuovi amici, persone che con la loro vita ti aiutano a guardare in modo differente anche al tuo destino.




28 luglio 2008

Serena e Mario

 
  Ieri si sono sposati Serena e Mario.    
Lei era bella, di quella bellezza che solo la giovinezza delle spose sa posare sul loro sorriso...


Auguro a Serena e Mario di costruire insieme l'edificio "famiglia", di avere sempre a cuore ciò che è bene per l'altro, perchè l'altro non sia colui che mi fa felice, ma colui/colei che voglio far felice. 

"Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore ecco la fonte del dramma. Questo è uno dei più grandi drammi dell’esistenza umana. La superficie dell’amore ha una sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino. Questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno toccato il settimo cielo dell’amore – non lo hanno sfiorato nemmeno. Sono felici un istante, quando credono di aver raggiunto i confini dell’esistenza, e di aver strappato tutti i veli, senza residui. Sì, infatti: sull’altra sponda non è rimasto niente, dopo il rapimento non rimane nulla, non c’è più nulla"

K. Woityla tratto da La Bottega dell’orefice




permalink | inviato da anerella il 28/7/2008 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



22 giugno 2008

Emergenza giovani, Lucignolo la mostra...ma

Tutti gridano Emergenza educativa.
Lucignolo "la mostra"
ma qui bisogna fare "seriamente qualcosa" 
ascolta l'intervento su www.radioformigoni"
ASCOLTA 




12 giugno 2008

Clinica Santa Rita

Alla povera Santa Rita s’è piantata un’altra spina in fronte a sentire cosa accadeva nella Casa di cura Milanese che si fregia del suo nome.

Leggo sul sito della casa di Cura Santa Rita di Milano
1946 – 2006 - da 60 anni vi siamo vicini.

Già, sessant’anni di cure, di lavoro, di attenzione verso chi soffre, poi arriva un gruppo di farabutti e scopri che le buone intenzioni di chi sessant’anni fa ha fondato la casa di cura sono andate in malora, tradite, da chi nella persona malata vedeva non l’uomo sofferente, ma solo un’occasione per truffare la collettività.

Le indagini in corso, nelle quali sono indagate 19 persone, hanno portato alla luce presunti casi di lesioni gravi e gravissime e cinque casi di morte del paziente, dovuti ad interventi chirurgici inutili e sproporzionati rispetto alle patologie dei malati.
Ora un collega del medico arrestato, afferma che tutti sospettavano che il primario Brega Massone avesse metodi per così dire, poco ortodossi, ma nessuno ne aveva prove certe.

Leggo sui quotidiani che Pier Paolo Brega Massone, il primario di Chirurgia toracica arrestato con accuse pesantissime, all'età di dieci anni è stato adottato dopo la morte dei genitori in un incidente, da un noto e stimato Chirurgo.
Del padre adottivo si ricorda che era  primario a Stradella ed aveva ricevuto anche un'onorificenza dalla regina d'Inghilterra perché in battaglia aveva curato dei soldati di sua Maestà, anche se erano nemici. Insomma, un uomo che credeva nella missione del medico.
Ed è con questo uomo come esempio che Pier Paolo Brega è cresciuto, desiderando di imitarlo, e studiando e lavorando duramente per farcela, ma poi la chirurgia da missione deve essere diventata altro.

Più ci penso e più mi convinco che non siamo in presenza di un caso di malasanità, dove l’incuria, la distrazione, la mancanza di personale, portano i medici a sbagliare, no, qui è  peggio, siamo in presenza di un caso di “malaumanità”, persone che hanno studiato e faticato duramente per accedere ad una professione che rende chi la fa – custode della vita altrui – e hanno tradito la fiducia di chi, malato, metteva  la propria sorte nelle loro mani.
Per avidità di denaro o di potere, non importa.
 
Tutti noi, quando entriamo in ospedale, ci togliamo gli abiti e ci mettiamo un pigiama, diventiamo fragili, bisognosi d’attenzioni, temiamo di diventare un numero, quello del nostro letto.
Attendiamo il medico che fa il giro delle visite la mattina, scrutando ogni sua smorfia, interpretandone i silenzi, i sorrisi, le parole buone o le battute scherzose.
Se poi, ad essere malato è qualcuno a cui vogliamo bene,  il medico diventa il tramite con il domani, colui che  può darci speranza, confidiamo nelle sue competenze, nella sua esperienza e nella sua umanità.

I medici, anche quelli indagati, hanno di certo pronunciato  il  giuramento di Ippocrate:

"Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:

1. Di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;
2. Di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale… ecc...ecc...

Allora domando - cosa fa diventare dei bravi medici, degli spietati affaristi?  La cupidigia? La bramosia  di potere? Il desiderio di sentirsi padroni della vita altrui?

Credo che tutto inizi con l’allontanamento  dal mistero rappresentato dalla sofferenza, con lo smarrire lo sguardo pietoso nei confronti di chi ti sta di fronte, nello scordare che la mano del chirurgo è il tramite con cui un Altro agisce.
Quando s’inizia a vedere solo la malattia e non più il malato,  il tumore e non gli occhi di chi l’ha in corpo, allora il cinismo prende il sopravvento.

Scriveva un medico, laico, divenuto santo, San Giuseppe Moscatig:

“Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un'anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l'ardenza dell'amore, la carità.”
Ecco, se il medico non si fa un po’ fratello, se non guarda più in faccia il malato come il tramite tra il Mistero e lui, inevitabilmente non ci saranno motivazioni per cui un vecchio che intanto morire già deve, nel suo perire non debba portare guadagno.




18 maggio 2008

Lorena, morte di un'adolescente

Lorena Cultraro aveva 14 anni, viveva a Niscemi un paese in provincia di Caltanisetta, giornali e Tv ci hanno fatto diventare familiare il suo volto anche se abitiamo a centinaia di chilometri da Niscemi, guardi quel viso dolce, gli occhi grandi, i capelli scuri e lisci e immagini un’adolescente che sta diventando donna, alle prese con i turbamenti e i batticuori dell’età, i primi amori, le confidenze con le coetanee, le frasi scritte sul diario.

Suo padre la chiama “la bambina”, racconta ai giornalisti che non era mai andata in discoteca, voleva fare la parrucchiera e si era fatta regalare la piastra con cui lisciava i capelli a tutte le amiche, studiava per il patentino, ascoltava Laura Pausini e vedeva in tv O.C, il Grande Fratello e Amici.
Poi un giorno è uscita dicendo che andava dalla nonna e non è più tornata a casa, ma questa non è la favola dove Cappuccetto Rosso sconfigge il lupo malvagio.
L’hanno cercata per 14 giorni prima di trovare il suo corpo in fondo ad un pozzo, legato ad una pietra, barbaramente preso a calci e pugni, bruciato e gettato via, senza pietà.

Colpevoli del delitto tre minorenni, dal loro interrogatorio emerge ancora una volta la banalità del male che affligge questi figli a noi sconosciuti.

Pare che Lorena avesse detto di essere incinta di uno dei tre ragazzi e il suo fidanzato ha emesso la sentenza di morte inviando agli altri due un sms. I tre minorenni messi alle strette hanno confessato di averla uccisa perché temevano la reazione delle loro fidanzatine, capite? Questi adolescenti di periferia, i pomeriggi passati a scorazzare in motorino, a giocare con la play, a tirar tardi a parlare di calcio e di donne come conoscitori consumati dell’universo femminile, davanti a un problema non esitano a liberarsi di un essere umano, di un’amica, di una persona che avevano detto di amare, con la quale avevano fatto sesso.
Nessuno ha fermato la mano degli altri, il branco si è dimostrato unito e compatto, l’hanno violentata, massacrata di botte, ne hanno occultato il cadavere e sono tornati alla vita di tutti i giorni.
Il giornale di Sicilia racconta che uno dei ragazzi dopo aver confessato il delitto ha detto al giudice: "Signor giudice, le ho confessato tutto. Ora posso andare a casa?" A quel punto, riferisce il quotidiano, il magistrato del tribunale dei minori gli ha gridato: "Ma lo capisci che hai confessato un omicidio? Ma dove vuoi andare?"

Come in una realtà virtuale.
Game over.
La partita è finita, si ricomincia, ho confessato il delitto, ora torno a fare quello che facevo prima.
Capite che non siamo lontani dal vero se tra le vittime, mettiamo anche i carnefici?

Tutti vittime di un vuoto educativo, dove non esiste più il bene perché non esiste più il male.
Dove apparentemente l’unico tabù è quello della fatica del vivere, delle responsabilità da assumersi.

Che Lorena fosse incinta oppure no, l’autopsia non è riuscita a riscontrarlo, ma conta solo ai fini dell’aggravante della pena per i tre minorenni.
Che fosse incinta o no, serve solo ad aggiungere dolore al dolore dei suoi genitori, sta di fatto che quella ragazzina con il viso dolce e gli occhi grandi, somiglia alla figlia della vicina, alle nostre alunne, alle nostre figlie, che crediamo di conoscere, come somigliano ai ragazzi che incontriamo tutti i giorni i tre carnefici, e allora inevitabilmente ci chiediamo se è davvero così, se davvero sappiamo chi sono.

Se davvero conosciamo il loro cuore, se siamo stati capaci di educarli alla vita, all’amore quello vero, quello per cui siamo fatti e a cui tutti aspiriamo.
Quell’amore che ci fa sentire unici, amati, capaci di rendere felice un altro essere umano.

Di certo ai nostri figli non mancano le informazioni, sono continuamente sottoposti a stimoli mediatici che non fanno distinzione tra piccoli e adulti.
Le ragazzine guardano Sex and the City, persino i cartoni animati sembrano telenovelas per adulti, le rubriche di lettere delle riviste per adolescenti ci raccontano un mondo di piccole donne che hanno sentito molto parlare di sesso, che spesso lo praticano in giovane età come si trattasse di un gioco, di un diversivo come tanti altri, un modo per attirare l’attenzione, per sentirsi grandi, piccole donne che non conoscono l’amore e spesso lo temono, ma che fanno del sesso un “metodo di scambio”, ragazzi che confessano alla rubrica delle lettere le paure di sempre, che cercano l'amore romantico ma fanno sesso nei bagni delle discoteche.

Le cronache raccontano di studentesse che vendono il loro corpo per pagarsi l’affitto, di adolescenti che sul Bus che le porta a scuola offrono prestazioni sessuali in cambio di ricariche telefoniche, di assemblee di classe dove quattordicenni fanno sesso orale di fronte ai compagni che riprendono la scena con il telefonino.
E’ chiaro che qui l’amore non ha posto, che il sesso è solo un diversivo come un altro, un modo per esibire la propria esistenza, per dire “io esisto”.

E noi adulti? Spesso si ha l’impressione che il mondo degli adulti sia incapace di agire.
Scandalizzarsi è poco politically correct, si sa, il mondo è cambiato, e allora l’importante è che la figliola non si rovini la vita con una gravidanza precoce, per il resto si confida nel tempo, crescendo, forse capiranno che la vita è fatta anche di rispetto, di responsabilità, forse.

Le scuole da tempo forniscono corsi di educazione sessuale, nella certezza che l’informazione educhi a vivere una vita sessuale consapevole, ma i fatti ci dicono che i risultati non sono quelli sperati.
Perché le lezioni finiscono per fornire una serie di nozioni di tecnicismo e di educazione riproduttiva, per cui si apprendono nozioni sui metodi anticoncezionali, su come abortire senza dirlo ai genitori, si maneggiano falli di plastica e vagine di gomma, con la pretesa di un’educazione asettica e priva di qualsiasi giudizio si finisce per slegare il sesso dall’amore, l’educazione sessuale dall’educazione sentimentale, quella improntata al rispetto dell’altro e di sé.

Ecco perché Lorena e i suoi assassini, sono inevitabilmente ad interrogarci su quale educazione abbiamo dato e stiamo dando a queste generazioni.
Su quali modelli proponiamo, perché se i modelli da seguire sono quelli incarnati da Melissa P. nel suo libro “cento colpi di spazzola” se i genitori sono più impegnati a fingersi complici che giudici di certi atteggiamenti, se la cultura non rispetta le tappe di crescita delle nuove generazioni, ma tratta i bambini come piccoli adulti, come consumatori in erba, capaci di decidere ciò che è buono per loro, allora diventa normalissimo per quatordicenne decidere che “il corpo è mio e faccio ciò che decido io”.
E per i suoi coetanei sbarazzarsi in modo inumano di un problema, anche se ha gli occhi grandi come un cerbiatto, e il viso spaventato di un'amica che non ti riconosce più.




7 maggio 2008

Bulli? Prima di tutto figli

ascolta su radioformigoni
Bulli?... 
 

Viterbo - Un quattrodicenne brucia i capelli a un compagno di scuola di 15 anni, gli spegne sul braccio delle sigarette il filmato delle sevizie circola su Youtube
Complici nelle aggressioni altri due minori, compagni di scuola, non imputabili perché hanno meno di 12 anni.

Bari- Un ragazzino di quindici anni è stato sequestrato e tenuto in ostaggio da un gruppo di 18enni in attesa che gli amici racimolassero i soldi per il riscatto.

Gli episodi terribili di delinquenti della porta accanto si susseguono e come spesso accade i giornali cercano di metterli in una casella, 'bullismo', come se fare ordine servisse a trovare una soluzione.

Ma a dire il vero pare che giustizia e educazione brancolino nel buio, non ci sono pene certe, né punizioni adeguate, soprattutto se si tratta di minorenni, si ha l’impressione che la giustizia sia per così dire ‘effimera’ né punitiva, né educativa.

Questo è il tragico risultato di anni e anni di resa educativa, abbiamo cresciuto figli senza doveri, insegnando che dalla fatica del lavoro, della famiglia, della vita, bisogna fuggire, che il lavoro e la scuola tuttalpiù sono un un obbligo a cui non ci si può sottrarre, ma non c’è gioia, realizzazione di sé in quella fatica, la si fa in attesa che arrivi il sabato sera, le ferie, luoghi in cui rifugiarsi, per sballarsi, per dimenticare, per ammazzare la noia, scambiando l'inedia per divertimento.
Nessuno ha insegnato a questi ragazzi la carità, il gusto di prendersi cura dell’altro, di farsi carico dei problemi altrui, un atteggiamento che ci educa a guardare al mondo e a noi stessi con altri occhi. - Io mi faccio i fatti miei - sembra diventato un comandamento

I genitori poi, sembrano disarmati, aspettano che i piccoli tiranni crescano, nella speranza che il tempo aggiusti le cose, nel frattempo distruggono l’autorità della maestra, del professore, prendendo le difese del pargolo che si sente protetto, mai messo in discussione, non ci sono rispetti dovuti, all’autorità, al preside, al professore, all’anziano, al genitore, niente, non si devono saluti, né si cedono posti sull’autobus.

E' stato azzerato tutto 40 anni fa e le generazioni cresciute in quel clima ora insegnano, amministrano la giustizia, fanno figli, pochi e male educati.

Ai miei figli abbiamo concesso il cellulare come regalo per i 18 anni, altri tempi lo ammetto, parlo di 4-5 anni fa, e non è stata nemmeno allora una scelta facile, ma volevamo che l’oggetto del desiderio fosse appunto ambito, desiderato, perché questa è la generazione che non ha desideri da conquistare perché sono tutti soddisfatti il prima possibile.
Sia chiaro di errori ne abbiamo fatti anche noi, chi educa sbaglia.
Un volta ci siamo 'incaponiti' all’inizio di un anno scolastico a non voler concedere lo zaino firmato, cercando di spiegare che non è la firma che ci rende più uguali agli altri, il risultato è stato disastroso, perché il pargolo veniva preso in giro dai compagni, e perché lo zaino che avevamo acquistato s’è rotto in fretta.
Così il motorino, la legge dice che puoi averlo quando compi 14 anni, ma la legge in casa mia dice che l’età giusta è 16 anni, così diventi un po’ più grande, si spera un po’ più responsabile e così impari il gusto dell’attesa, del desiderio, se non te lo insegno io chi lo farà?
L’esperimento questa volta è andato bene e i miei figli ora adulti approvano.
Spesso ci rammentano questo episodio: un’estate rientrando una sera, mio maritò trovò davanti a casa uno dei nostri figli con una fanciulla, conoscendolo immagino il suo sguardo orgoglioso nel vedere che i figli crescono, ma volendo fare il brillante azzarda una battuta: “da quando sono le ragazze che accompagnano a casa i ragazzi, è cambiato il mondo?”
Risposta lapidaria del figlio: “da quando i ragazzi hanno un orario di rientro che è più stretto di quello delle femmine”1 a 0 palla al centro. L’educazione è un continuo correggersi, ma non può essere l’assenza di regole.

Questo per dire che il dilagare della violenza, di quello che si chiama bullismo, io direi - delinquenza precoce -, ha necessario bisogno di essere arginato stroncato, mi fa inorridire il giudice che ai baby stupratori di Ancona, che hanno abusato di una tredicenne impone come pena il rientro a casa alle 22 tutti i giorni, tranne il sabato, orario prolungato alle 24, naturalmente con obbligo di studiare con profitto.
Scusate, ma che pena è?

Uno che va in giro a stuprare le coetanee di casa non esce nemmeno il sabato sera, ha tradito la fiducia degli adulti, ha rovinato la vita di una ragazza, lo condanno a pulire le stalle, a mungere le mucche, così impara il rispetto dei ritmi del lavoro dettati dalla mungitura, la fatica vera del lavoro.
Che diavolo di punizione è imporre a un ragazzino di studiare con profitto, studiare non è una punizione è un privilegio, ci sono state generazioni che non hanno goduto di questa possibilità.

Qui oltre al corso di preparazione al parto bisogna pensare ai corsi di sostegno alle famiglie perché i figli non basta metterli al mondo, la parte difficile viene dopo e l’educazione è un mestiere dove non esistono istruzioni per l’uso uguali per tutti, ma è meglio fare sbagliando, che non fare sperando di avere fortuna.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Bulli figli educazione violenza autorità

permalink | inviato da anerella il 7/5/2008 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



3 maggio 2008

A Davide detto Moio

  

Oggi abbiamo accompagnato Davide detto Moio, nel suo ultimo viaggio al cimitero.
Era una bella giornata di sole e di brezza primaverile, la bara bianca coperta di fiori bianchi e sopra ai fiori la maglia della Juve che suo fratello con altri amici e don Gabriele  sono andati a prendere da Pessotto.
Un Pessotto che ha conosciuto quel gesto e che ancora oggi non sa dire perchè si compia.
Ognuno di noi si rivedeva in quella madre che avrà certo immaginato di entrare un giorno in chiesa accompagnando suo figlio all'altare, verso una vita nuova, ed invece accompagnava il suo Davide verso questa nuova vita fatta di distacco e di dolore.
Suo padre con il viso da ragazzo, a tratti sembrava sorridere, incredulo di tutto quel calore umano che leggeva negli occhi pieni di lacrime di quella folla silenziosa.
Quel bambino che aveva cresciuto, con il quale aveva giocato, corso, riso e pianto, quel bambino che aveva consolato e rimproverato è diventato ragazzo, un ragazzo come molti vorrebbero fosse il proprio figliolo, ottimo studente, attento a tutti, uno sportivo, guida per i più giovani, quel ragazzo in un tardo pomeriggio di un giorno che sembrava qualsiasi si è tolto la vita, chissà se quand'era troppo tardi s'è pentito, forse si, e forse è per questo che gli è stato donato qualche giorno per accomiatarsi da chi gli vuole bene.
Il suo cuore vive ancora, hanno scritto i suoi numerosi cugini, certo, vive, batte nel torace di un altro, che grazie alla morte di Davide ha riavuto la vita, e così altri avranno riavuto la vista, e un rene che funziona, e un tendine e una speranza.
Ho visto negli occhi dei suoi genitori la certezza che in questo modo Davide sia ancora vivo tra noi, ho sentito l'abbraccio di sua madre e di suo padre quasi come quello di chi vuol consolare prima ancora d'essere consolato.
Sua madre sembrava la Madonna ai piedi della croce, senza più lacrime, il volto sereno, quella serenità che solo una grande fede in un Mistero più grande di noi può dare, quella calma che è data solo dall'essere madre e quindi sostegno di chi resta.
Ha scritto suor Chiara delle Clarisse che la libertà che Dio ci lascia è così grande che non può fermarsi nemmeno davanti a scelte come questa e ha scritto anche che il dolore non può essere tolto da nessuno, è una piaga che ci si porterà nel cuore sempre, come la ferita nel costato di Cristo.
Ora che è calata la notte non ci resta che chiedere a Cristo che allevi il nostro dolore, che mantenga viva in noi la speranza e che questo dolore dia frutto, come il seme che muore per dare nuova vita.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. morte suicidio fede vita cuore mistero dono trapianto

permalink | inviato da anerella il 3/5/2008 alle 22:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



15 marzo 2008

Jihad by Court. “la Guerra santa islamica tramite i Tribunali”.

La "Guerra santa islamica tramite i Tribunali": la mia battaglia contro i taglia-lingua nostrani
Contro di me una valaga di denunce e processi per costringermi a non scrivere e a non parlare liberamente. Ecco la versione integrale del commento pubblicato sul Corriere della Sera l'11 marzo 2008

 

Cari amici,
Negli Stati Uniti l’hanno ribattezzata<strong> “Jihad by Court”,</strong> ossia “la Guerra santa islamica tramite i Tribunali”. Significa assediare e inondare il “nemico dell’islam” di denunce, richieste di rettifica a mezzo stampa, richieste di risarcimento danni, processi penali e civili, fino a costringerlo a capitolare, costringendolo a prendere atto che non gli è più possibile proseguire nell’azione di contrasto dell’estremismo e del terrorismo islamico perché è troppo oneroso il costo in termini di denaro necessario a pagare gli avvocati, di tempo da dedicare alla raccolta del materiale di documentazione atto a comprovare la fondatezza di ciò che si è detto o scritto, di tensione umana per il protrarsi di una vera e propria guerra legale, materiale e psicologica in cui alla fine si rischia di sentirsi soli di fronte ad una centrale del radicalismo islamico globalizzato che dispone di ingenti risorse finanziarie, coadiuvata da una quinta colonna di non musulmani collusi ideologicamente nella condivisione del pregiudizio nei confronti degli Stati Uniti, di Israele e, più in generale, dei valori e dell’identità giudaico-cristiana che sono il fondamento della civiltà occidentale.
<strong>Ve lo spiego meglio raccontandovi alcuni particolari di un mio fine settimana.</strong>
Venerdì 7 marzo 2008 ricevo per posta nell’ordine: 1) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avvocato Luca Bauccio per conto di Rachid Kherigi al-Ghannouchi, con riferimento a quanto ho scritto sul suo conto nel mio ultimo libro “Viva Israele”.
2) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avvocato Luca Bauccio per conto dell’Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia), con riferimento al mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 4 settembre 2007 dal titolo “Quei predatori d’odio contro gli apostati sono arrivati in Italia”.
3) Richiesta risarcimento danni da parte dell’avv. Luca Bauccio per conto dell’Ucoii con riferimento a ben 9 miei articoli pubblicati sul Corriere della Sera dal 14 settembre 2007 al 25 febbraio 2008.
Nella stessa giornata mi arriva via fax una quarta comunicazione, una richiesta di pubblicazione di rettifica rivolta al Corriere, direttamente da parte del presidente dell’Ucoii, Mohamed Nour Dachan, con riferimento al mio articolo del 25 febbraio 2008 dal titolo “Le nozze islamiche e il rischio di copiare Brown”.
Sabato 8 marzo scarico dalla mia mail una quinta comunicazione, una richiesta da parte dell’Ufficio Legale del Corriere della Sera di una relazione circa la causa civile intentata da al-Ghannouchi per tre miei articoli pubblicati sul giornale. Mentre per posta mi arriva una sesta comunicazione, un “decreto che dispone il giudizio” emesso dall’Ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, per una causa intentata da Abdellah Labdidi, imam della moschea Er Rahma di Fermo, in riferimento a un mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 30 novembre 2003 dal titolo “Venerdì d’odio in alcune moschee”. Sempre di sabato ho sentito telefonicamente uno dei miei avvocati, Gabriele Gatti, circa un settimo caso giudiziario, una causa intentata contro di me dai responsabili della Grande Moschea di Roma per una dichiarazione resa nel corso di una puntata della trasmissione Otto e mezzo su La7.
La domenica per fortuna l’ho passata indenne. Ma nella prima mattinata di lunedì 10 marzo ho ricevuto un’ottava comunicazione, una telefonata da parte di Bruno Tucci, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, di convocazione per una denuncia inoltrata da Hamza Roberto Piccardo, ex segretario nazionale dell’Ucoii, circa un mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 16 gennaio 2007, con il titolo “Poligamia, la moglie che accusa il capo Ucoii”. E nella tarda mattinata ho ricevuto una seconda telefonata da parte di un avvocato del Corriere della Sera, per una nona comunicazione per un confronto circa la causa intentata da tre docenti universitari, Aldo Bernardini, Luigi Cortesi e Claudio Moffa, i cui nomi risultavano tra gli aderenti al sedicente “Consiglio permanente dei Comitati per la resistenza del popolo iracheno”, in riferimento a un mio articolo pubblicato il 23 marzo 2004 dal titolo “Proclami e moschee”.
E’ dura trovarsi ad occuparsi di nove cause in tre giorni. Ed è logorante dover affrontare ininterrottamente decine di cause per anni. Negli Stati Uniti Daniel Pipes ha promosso un ufficio legale che offre consulenza e assistenza gratuita a tutti i cittadini americani che finiscono nel mirino degli estremisti islamici. Sarebbe ora di farlo anche qui in Italia, in Europa, negli stessi paesi musulmani dove tanti intellettuali, giornalisti , donne emancipate e religiosi riformisti sono stati costretti al silenzio dalle condanne a morte esplicite o da minacce velate. In ogni caso gli estremisti islamici e i loro complici sappiano che io non piegherò mai al terrorismo dei taglia-lingua, così come non mi sono lasciato intimidire dal terrorismo dei taglia-gola. Per la mia libertà interiore di parola e di scrittura, che è l’essenza della vera libertà, mi batterò fino all’ultimo.
Andiamo avanti sulla via della verità, della vita e della libertà con i miei migliori auguri di successo e di ogni bene.
Magdi Allam

Ricordo Magdi Allam ad un pranzo l'agosto scorso, si parlava di politica, di amicizia e futuro, e ascoltandolo parlare in modo chiaro e pacato, ho pensato a come deve vedere il futuro, suo e della sua famiglia, un uomo che vive scortato a causa delle cose che pensa e che scrive.
Avrebbe dopo poco partecipato alla presentazione del libro scritto da Gloria Riva, una suora, e Fabio Cavallari, un comunista non credente, lui ne aveva curata la prefazione e raccontava di come sia possibile agli uomini a tutti gli uomini non solo convivere, ma  arrichire il proprio sapere e il proprio cuore condividendo la vita e l'esperienza di altri, anche molto lontani da noi.
Leggere questa lettera mi rattrista, mi fa sentire impotente.
Conferma che Magdi Allam aveva ragione, chi non vuole l'integrazione, non vuole la convivenza, non vuole usare la ragione, usa tutti i mezzi anche quelli leciti, messi a disposizione dalla democrazia che tanto contesta, per fermare la sua penna, per rendergli difficile il lavoro e la vita.
Coraggio Magdi, non sei solo.
Soli sono coloro che si sentono forti, perchè tenuti insieme dalla paura e da un'ideologia che acceca il loro cuore e impedisce  loro di essere felici e di costruire un futuro sereno per i loro figli.
A te e alla tua coraggiosa famiglia, un abbraccio.
Nerella




8 marzo 2008

8 marzo. Una melodia in regalo


Questa mattina nel cortile del palazzo dove lavoro, un uomo suonava con la tromba vecchie melodie.

Ci ha strappato un sorriso con la sua insolita iniziativa.
Noi donne siamo fatte così, apprezziamo le sorprese, anche quelle di un vecchio artista di strada.

Quando l’ho raggiunto per ringraziarlo e versare un obolo mi ha raccontato che nel cortile accanto, un uomo era uscito e lo aveva cacciato - sciò, sciò - <em>“non ride più nessuno, hanno tutti il muso, ma domani è la festa delle donne e io faccio solo un omaggio”,</em>mi ha detto.

Bravo, quest'anno niente mimose, niente auguri di circostanza, ma una bella melodia che porta con sè ricordi di un tempo passato, dove le donne erano "signorinella pallida". 

Sono stufa della della parità che somiglia alla solitudine, ad una delega in bianco, mi piacerebbe una parità che riconosca e rispetti le differenze, una parità che riconosca il merito e lo gratifichi come se fosse "maschile", una parità che non sia "una quota" come per le foche nelle riserve, ma il riconoscimento di un ruolo.

Le donne sono preziose, sia che lavorino fuori casa, sia che lavorino tra le mura domestiche, e la parità sarà "vera" solo quando questa sarà una scelta libera e non dettata dalle necessità.
Quando i tempi del lavoro non chiederanno alle donne di rinunciare alla famiglia per non essere da meno dei colleghi uomini.
Quando il corpo delle donne non sarà nè in vendita, nè nascosto da drappi imposti.

Altro che manifestazioni per ribadire il diritto ad abortire, la libertà che vogliamo è quella di essere noi stesse, di non dover sempre dimostrare di essere come i maschi, perchè siamo donne, diverse da loro grazie a Dio e qui sta la nostra forza e la nostra fragilità,.

Siamo stufe di chi regala mimose per mettersi la coscienza in pace, ma poi in certe circostanze, quando servirebbe il suo sostegno, dice: "fai come vuoi" e in quelle parole c'è tutta la solitudine e la delega che non assomiglia neppure lontanamente alla libertà.

Vorremmo che il mondo del lavoro si strutturasse in modo da essere più umano anche con chi vuole essere libera di non rinunciare a fare figli per poi ritrovarsi con una carriera e un figlio che non arriva, perchè il ciclo biologico non conosce lifting e quando il tempo scade tutto diventa difficile e doloroso.

Buon otto marzo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. 8 marzo donne parità lavoro

permalink | inviato da anerella il 8/3/2008 alle 9:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



24 febbraio 2008

Ferrara fa irritare la Bignardi

Ferrara a Le Invasioni.... clicca e ascolta


E' un uomo che dice cose che le donne sanno ma che non vogliono sentirsi ripetere, perchè da anni credono che la libertà consista nell'avere diritto di vita e di morte sul figlio che hanno in pancia, perchè io vengo prima di te.
Riflettiamoci
è davvero così?
E' questa la libertà?
O la vera libertà è poter scegliere, davvero?
 




3 febbraio 2008

Aborto, salvare il feto a tutti i costi anche se la madre dice no?

Aborto, salvare il feto a tutti i costi anche se la madre dice no?

I ginecologi delle università romane in un documento affermano che il feto va rianimato se vivo dopo l'aborto. Anche contro il parere della madre. Siete d'accordo?

1. Sì 20%

2. No 76%

3. Non so 4%

3680 voti alle 14:03 del 3 febbraio 2008
sondaggio aperto alle 10:34 del 03 febbraio 2008

Il problema è, ma sono domande da porsi?
Se soccorri un bambino investito da un auto, e la madre che gli sta accanto ti dice: - Lasci perdere, tanto già non volevo metterlo al mondo.
Che fai? Lo lasci morire?

Santo cielo! Tu sei un medico e da un medico non ci si dovrebbe difendere, ma affidarsi a lui, sicuri che farà il possibile per salvarti la pelle.

Io invito quel 76% che ha risposto no, a riflettere.

Un essere umano vale in quanto essere umano, oppure, vale perchè qualcuno più potente di lui in quel momnento, decide che gli debba essere data la possibilità di vivere?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. aborto eutanasia ippocrate nedico

permalink | inviato da anerella il 3/2/2008 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



21 dicembre 2007

Venite a vedere...

 

Siamo abituati a parlare del Natale come sentimento, folklore, rito già saputo, piuttosto che come fatto eccezionale, fino al punto che la fede non interessa quasi più a nessuno, nemmeno a tanti che frequentano la Chiesa.

Gli interessi della vita sono altrove. «Ma com’è possibile - si domanda Benedetto XVI - che un uomo dica “no” a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza?».

E risponde: «In realtà, non hanno mai fatto l’esperienza di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere “toccati” da Dio!». Come possiamo essere “toccati” da Dio? Solo attraverso l’umanità cambiata di testimoni, non perché più buoni, ma perché presi, afferrati da un Fatto che muove tutta la loro vita, come è accaduto, d’improvviso, ai pastori: «Venite a vedere! Per voi un bambino è nato!». (Corriere della Sera, 28 dicembre 2006 –Julián Carrón )


A tutti il sincero augurio che il Natale ci “tocchi” rendendoci uomini nuovi.




permalink | inviato da anerella il 21/12/2007 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



30 novembre 2007

Io sono mia?

Io sono mia.
Gridavano in corteo le femministe della mia infanzia, portavano cartelli al collo, facevano girotondi e bruciavano il reggiseno nei falò accesi nelle piazze.
Mia madre sosteneva che avevano ragione, anche se lei non andava a sfilare e non bruciava reggiseni.
Sosteneva la perfetta parità tra lei e mio padre e per dimostrarlo nei fatti, imbiancava casa, faceva lavori di piccola falegnameria, si aggiustava da sola il ferro da stiro, mio padre non capiva e la metteva sulla forza fisica e sul potere d’acquisto.
Era una partita persa in partenza, mia madre stilava lunghi elenchi delle sue prestazioni, come colf, guardarobiera, bambinaia e monetizzava il suo lavoro sperando che mio padre capisse che il ruolo di mia madre era prezioso.

Tutto inutile.

Mio padre si sentiva attaccato nel suo ruolo di capofamiglia e non gli restava che trincerarsi dietro ai sacchi di cemento che era capace di portarsi sulle spalle e sullo stipendio di fine mese, era il suo modo di affermare un ruolo preponderante che il femminismo voleva sgretolare.

Le ho riviste l’altra sera in tutti i telegiornali, a Roma, donne in corteo per una sfilata contro la violenza sulle donne.

Corteo vietato agli uomini, hanno, poco elegantemente, sbattuto fuori dal corteo le “ministre” Prestigiacomo, e Carfagna, ma hanno fischiato anche Livia Turco e Barbara Pollastrini, ree di aver presentato una legge che parla di famiglia.

Liberazione racconta il “bel momento” quando un gruppo di donne ha invaso il palco de La7 allestito a piazza Navona, stendendo lo striscione “Libertà e autodeterminazione”


Sempre su Liberazione leggo: “Adesso è il momento di assaporare il successo e di pensare a un futuro, la cui molla non sono le leggi promesse o già scritte, come quella proposta dalla ministra Barbara Pollastrini, che mette al centro non le donne, la loro libertà, ma la famiglia, ancora la sacra famiglia”.

Non ci siamo.
Libertà e autodeterminazione? Dopo tanti anni non ci siamo ancora.

Perché se va riconosciuto ai movimenti femministi di aver aiutato le donne a riflettere sulla loro condizione, sulle possibilità negate, va anche evidenziato l’errore principale che ancora la nostra società porta come marchio e che si sta ripetendo.

L’errore di ieri e di oggi è di sostenere che uomini e donne sono uguali.
Non lo sono.
Ed è proprio per questo che le donne non dovrebbero lottare per una equiparazione, ma per il riconoscimento di un valore.
Il valore della differenza.

Questo è METTERE AL CENTRO LE DONNE.
Una donna è diversa dall’uomo, non solo perché partorisce i figli, ma perché ha un approccio diverso alla realtà, e questa differenza è un valore, e come tale va difeso.
La vera libertà per le donne non consiste nell’essere “liberate” dalla maternità e dalla famiglia ma nel riconoscimento anche sociale del ruolo che la donna svolge, come lavoratrice e come moglie e madre.


Ecco perché individuare ancora una volta nel maschio, nel fidanzato, nell’ex, il nemico, è cieco autolesionismo.
Come autolesionismo era lo sforzo titanico di mia madre ad essere uguale a mio padre nei lavori di fatica.

La libertà consiste nel poter essere ciò che si è, senza dover COPIARE un modello che non ci appartiene.

Invece la parità è sempre vista SOLO come equiparazione, così le donne lavorano come gli uomini, fanno figli come se si trattasse di un lusso, e poi hanno un secondo lavoro casalingo e se non ce la fanno, devono chiedere aiuto ad altre donne, la mamma, la suocera, la collaboratrice domestica a ore.
Insomma, perché una donna lavori come un uomo e possa permettersi il lusso di una famiglia, è necessario che altre donne si occupino per amore o per lavoro, delle incombenze casalinghe.

Alle donne è rimasto il doppio ruolo e non è propriamente una conquista.

Se come dicono le statistiche, le nuove generazioni di maschi sono aggressivi e violenti, non sanno accettare la sconfitta e l’abbandono, la riflessione andrebbe fatta pensando anche a quale educazione abbiamo saputo dare loro.

Urge una riflessione vera, seria, fatta insieme agli uomini.

Perché non è la contraccezione, la possibilità di fare un figlio a carriera raggiunta con metodi artificiali, il mettersi da parte dei maschi dai posti di comando della politica o dell’industria, che libera le donne dalla violenza prevaricatrice del maschio, ma è un’educazione al valore della persona, un’educazione al valore della donna, un’educazione che porti cambiamenti radicali nel pensare e nel fare.

ascolta l'intervento su Radioformigoni
www.radioformigoni.it
rubrica blok notes


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. femminismo parità donna famiglia lavoro

permalink | inviato da anerella il 30/11/2007 alle 15:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



24 novembre 2007

servire il popolo oggi

Teresa è una donna dolce, quando l'ho conosciuta mi ha dato subito l'impressione di una su la cui spalla si può posare il capo.
Si occupa dell'associazione DIVERSAMENTE  
http://www.cdo.it/cdopersona/Home/ACCOGLIENZA/Diversamente/tabid/514/Default.aspx
e parla ai genitori che sono alle prese con un figlio con problemi psichici, non come parlerebbe un esperto, un buon medico, ma come parla una madre, che ha guardato in faccia il problema, sino a diventare un'esperta, che però non dimentica le paure, le ansie e al solitudine di chi si sente solo e smarrito...
Aldo Brandirali lo conoscevo per averne sentito parlare, per averne letto la storia, l'ho incontrato quest'anno a Rimini, accompagnava sua moglie, e quello che mi ha colpito era lo sgurado e l'attenzione che aveva per Teresa, per il suo lavoro e per una foto di sua moglie che gli era particolarmente piaciuta.


servire il popolo oggi

Questa mattina, in un nuovo giorno, ho potuto verificare l'infallibilità del cuore. Chi mi conosce rimarrà sorpreso che io possa dire infallibilità, avendo io una storia di continuo cambiamento, dunque di evidenza di un precedente errore. Eppure dico infallibilità perché dopo 50 anni, per Grazia, posso ridire quello che dicevo a 16 anni: «Voglio dare la vita per il mio ideale».
Ore 9, mia moglie Teresa riceve una telefonata sul telefono della sua associazione, con dolce pazienza ascolta il dolore di un'altra donna, mi racconta poi che si tratta di una vedova con figlio di 35 anni malato psichico, che le provoca un dolore indicibile. Di queste storie la Teresa me ne ha già raccontate decine, una più dolorosa dell'altra. E Teresa fa compagnia a queste persone, ristabilisce una speranza, rende ragione dell'attesa. E io vivo della luce di Teresa. Ma sono un politico, non posso non farci sopra tutti i miei ragionamenti. A 16 anni ho cercato per chi battermi, ho trovato una teoria che diceva di dare la vita per la classe operaia, ci ho provato, ma ho dovuto scoprire che la classe operaia non è una realtà è solo una teoria. Allora a 27 anni ho detto: «Servire il popolo». Ci ho messo tutto me stesso e infine, sbagliando e riprovando, a 42 anni ho trovato chi origina il popolo: Cristo. Dunque avevo trovato l'ideale per cui dare la vita. Ma ero ancora io che mi facevo da me, come mi si poneva culturalmente l'ideale a 16 anni. Mi ci sono voluti altri venti anni per farmi fare da Cristo, ovvero per cambiare posizione verso l'ideale: non io porto la bandiera rossa nella piazza, ma Cristo mi mette in mano la sua croce e mi dice «portala». è una diversità culturale sconvolgente.
Ma perché chi mi legge capisca, deve considerare che la passione ideale dei miei 16 anni era suscitata dal secolo delle ideologie, ovvero il secolo che ha capovolto le radici cristiane dell'Europa togliendo Dio dalle vicende umane. Rimaneva il dare la vita per un altro, ma questo altro era diventata una idea astratta, il cui solo fatto reale era la lotta per il potere. Ed ora guardo mia moglie e vedo che lei dà la vita per un Altro, ovvero è motivata dal suo rapporto con Cristo e si pone con realismo davanti alla persona bisognosa di aiuto. Che spettacolo, che vittoria, essere come a 16 anni. Allora è proprio la salvezza quello che andavamo cercando: una preghiera ci ha condotto in tutta la nostra storia, «Signore salva il nostro cuore buono».
E io in politica? è dura da spiegare. Dai 16 ai 35 anni ho utilizzato un dono che mi era stato dato dalla nascita: avevo carisma, convincevo, attraevo, scaldavo i cuori. E mi sono abituato a fare il capo. Quando, a 35 anni, li ho mandati a casa tutti e quindicimila, dicendo che tutto era sbagliato, ma non sapevo spiegare perché, sono diventato un niente che rotolava sulla terra. Dalla terra mi ha raccolto don Giussani. Mi ha rimesso in piedi, è ricominciata la mia libertà, infine sono tornato a fare politica su posizioni molto diverse dalle precedenti. Ma ancora mi portavo dietro la pretesa di essere uno che, con scarsa misura della realtà, voleva guidare l'affronto della lotta per il potere. Per questo sono stato continuamente ridimensionato, come se fossi sempre uno sconfitto. E invece di volta in volta ho verificato che il Signore mi conduceva sulla sua strada, e che lì dove mi aveva messo avevo veramente la battaglia giusta da fare.
Eccomi ora, consigliere comunale a Milano...
Io voglio difendere la concretezza della azioni dell'amministrazione e nel contempo il riconoscimento del mondo associativo, come sussidiarietà e non come concertazione. Faccio un esempio: sostegno alle persone con disagio psichico. Il Comune ha pochi soldi su questa voce, e li usa per dare piccoli contributi economici ai malati che non sono in grado di lavorare. Siccome i soldi sono pochi, la questione diventa che si possono aiutare solo alcuni. Allora la sinistra propone di fare progetti sperimentali concordati al tavolo del Terzo Settore. La delibera propone di cercare criteri oggettivi per riconoscere i più bisognosi. Io dico che il criterio oggettivo è fare affidamento sulle famiglie e i gruppi associativi che riconoscono i diversi gradi di gravità della malattia. Nel contempo bisognerebbe aumentare i fondi.
Un atto di costruzione duratura
La destra mi viene dietro, ma non capisce, la differenza fra concertazione e sussidiarietà è praticamente fra sperimentazione e abbraccio concreto del bisogno. La sinistra aiuterebbe qualcuno nel quartiere dove sono forti loro, noi aiuteremmo quelli che si sono rivolti a una associazione o a un servizio che è in rete con fatti associativi capaci di abbraccio amorevole. I progetti sperimentali prima o poi finiscono e lasciano le cose come erano prima. Il sostegno a un popolo in azione è un atto di costruzione duratura. E così via. La mia battaglia è volta a fare della politica un servizio per un popolo in azione, il che comprende anche una piena responsabilità degli atti di governo.
è una battaglia così di frontiera che mi rendo conto di essere molto utile per formare una nuova classe dirigente che in futuro possa governare il paese secondo questo realismo. Spero veramente di riuscire a dare la vita per questo cambiamento del mondo. Capite adesso perché il gesto mattiniero di mia moglie mi ha messo in pace con tutto e ha tolto il mio atteggiamento da disperato nell'azione. In battaglia e in pace, ditemi voi se esiste altro da Cristo che permette questa apparente antinomia
[Tempi]
Brandirali Aldo

AA01-SanSiro007-002.jpg



sfoglia     febbraio       
 


Ultime cose
Il mio profilo



culturacattolica milleargomentiunsologiudizio
Chiesa domestica
Samizdatonline - ecco chi sono
Adoremus
Annavercors
Aqua
Beth-or
Galatro
Giona
Il Fromboliere
Il Mascellaro
Insieme per costruire
Kattolico pensiero
Linea Tempo
Natanaele
Rimini in Dies
Secolo XX e dintorni
Tokalon
stranau (ex stranocristiano)
Sivan
Sguardo leale
ANTONIO SOCCI lo stranocristiano che non ha paura della libertà
Asara il satirico
valpalot
la cittadella
censurarossa
pesce vivo - raffinato blog
gino
circolo La Pira - cattolici in politica
Berlicche il diavolo
REFERENDUM L40 le cose che altri non scrivono
Claudio Chieffo - cantautore
Simona Atzori - ballerina pittrice
Kattolico la controstoria
PEPE on line
vinoemirra
lo stranocomunista


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom