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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







9 ottobre 2011

Omar, Erika e quel perdono che salva

Che volto ha un assassino? Che volto ha un assassino redento, pentito, tornato a respirare l’aria della libertà?

Devono essere queste le domande che l’altra sera hanno tenuto i telespettatori davanti al televisore a far impennare l’auditel per Matrix. Ma un assassino è un uomo che spesso ha la stessa faccia mite del vicino di casa, del figlio gentile del tuo panettiere.

Omar Favaro, che assieme ad Erika Nardo il 21 febbraio 2001 uccise a coltellate la mamma e il fratellino di lei, Susy e Gianluca, di 11 anni, a un anno dal suo rilascio e a poche settimane dal rilascio di Erika, non ha resistito al richiamo della TV e ha deciso di confessarsi davanti alle telecamere di MATRIX, intervistato dal giornalista Alessio Vinci.

Ci è sembrato un uomo che ha scontato la pena degli uomini ma che non finirà mai di scontare la pena che gli ha inflitto la sua coscienza. I particolari del delitto poteva risparmiarceli, come quel racconto dettagliato che pareva ancora una volta dividere le colpe tra i due in modo da far pesare la bilancia più dall’altra parte che dalla sua. Ci sono cose che hanno bisogno di pudore e silenzio. A che pro, raccontarci che Erika voleva uccidere anche il padre, perché infliggere a quell’uomo che con inumana fede e amore, ha perdonato, accolto, seguito quella figlia ogni giorno della sua vita, questo ricordo pubblico?

Mi veniva da implorare pietà, pietà per i vivi, per l’ing. Nardo, marito cui hanno ucciso la moglie, padre a cui hanno ucciso il figlio e padre anche di chi ha compiuto quel gesto. Pietà per Erika, figlia assassina che le cronache rivelano ora essere donna rinata, figlia amata oltre la misura umana, da un padre che non l’ha mai abbandonata un istante.

Il giornalista ha chiesto a Omar perché non sia andato all’estero, perché presentarsi in TV dando un volto a quel nome e lui ha risposto che non vuole scappare, ha una donna che lo ama, che ama l’uomo che è ora e vuole vivere, lavorare, formarsi una famiglia, non è facile e forse han creduto che la Tv potesse aiutarli a trovare una nuova dimensione, o almeno un lavoro.

Mentre la pubblicità, impietosa, sempre uguale a se stessa qualunque cosa accada, scorreva sullo schermo ho pensato alle parole di San Paolo: “Vagliate tutto e trattenete ciò che vale” e mi son detta che la cosa da salvare di tutta quella storia raccontata in tv è la possibilità che ci è stata data di fare nostro il ricordo del gesto di una madre, l’ultimo gesto disperato che pareva voler salvare sua figlia prima che se stessa.

La testimonianza resa con la vita, di una donna che mentre moriva per mano di sua figlia diceva: “Ti perdono”.
Quel - ti perdono - prima di morire, rappresenta la condanna e allo stesso tempo la possibilità di resurrezione per quella adolescente inquieta divenuta ora donna.

Quel “ti perdono” è per noi che lo abbiamo ascoltato, pronunciato da Omar, la testimonianza di un amore grande, quasi disumano, che offre a tutti noi la possibilità di guardare a quella madre come la testimone di un amore che salva anche la più grande atrocità.


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25 febbraio 2011

Amore, amore, amore... chi lo rende eterno?


 Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata

Risulta ogni volta più evidente che non si può dare per scontata la maturità del soggetto umano che si accosta al matrimonio. Indipendentemente dalla loro buona volontà, la realtà è che tanti giovani arrivano al matrimonio senza la coscienza adeguata della natura dell’avventura che stanno per intraprendere. Ciò non si può dare per scontato neanche per i giovani cristiani, che in non poche occasioni si avvicinano al matrimonio in condizioni non dissimili da quelle dei loro amici non cristiani, con l’unica differenza che si sposano in chiesa e hanno quanto meno un desiderio di sposarsi secondo la concezione del matrimonio che la Chiesa difende e testimonia. Questa carenza di coscienza non si può risolvere con i corsi prematrimoniali che conosciamo, i quali per loro propria natura non possono dare risposta alla situazione di quanti li frequentano. Grande è la sfida che si presenta all’intera comunità cristiana: è messa alla prova la sua capacità di generare personalità adulte, uomini e donne, in grado di accostarsi al matrimonio con una minima prospettiva di un esito positivo.

In un intervento come questo, è impossibile affrontare tutta la problematica del matrimonio e della famiglia. Mi concentrerò su una questione che mi sembra essenziale per mettere in luce quella relazione particolare che si stabilisce fra un uomo e una donna.
La crisi della famiglia è una conseguenza della crisi antropologica nella quale ci troviamo. Gli sposi infatti sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé.

Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. «La questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna – ha detto Benedetto XVI – affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?».1
Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è l’aiuto a prendere coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che per loro natura nessuno di loro può dare all’altro.
Quanta violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura propria della persona!
Questa mancanza di coscienza del destino dell’uomo conduce a fondare tutto il rapporto su un inganno, che si può formulare così: la convinzione che il tu può rendere felice l’io. Il rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno dei suoi protagonisti. È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera particolare a scoprire la verità dell’io e del tu, e insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.

In effetti, «il mistero eterno del nostro essere» ci viene rivelato dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata. La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Ciò che il poeta Cesare Pavese dice del piacere si può applicare al rapporto amoroso: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito».

2 Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la propria vocazione. Sentono la necessità l’uno dell’altro per non restare paralizzati nel proprio limite, senza altra prospettiva che la noia della solitudine.

Ma nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella Enciclica Deus caritas est: «l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, […] all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, […] al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono».3
In questo rapporto l’uomo sembra incontrare la promessa che gli fa superare il proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile.4 Per questo storicamente si è percepita una relazione fra l’amore e il divino: «l’amore promette infinità, eternità – una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere».5
È l’esperienza che testimonia il poeta italiano Giacomo Leopardi nel suo inno ad Aspasia:

«Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà».6

La bellezza della donna è percepita dal poeta come un “raggio divino”, come la presenza della divinità. Attraverso la sua bellezza, è Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la natura di questa chiamata, e invece di assecondarla si ferma alla bellezza che vede davanti a sé, presto essa si manifesta incapace di compiere la sua promessa di felicità, di infinito.

«Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
la donna a torto».7

Vuol dire che la donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere. Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a cadere, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.
La bellezza della donna è in realtà “raggio divino”, segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto alla sua natura limitata.8 La sua bellezza grida davanti a noi: «Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?».9 Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. Come se una donna che riceve un mazzo di fiori, rapita dalla loro bellezza, si dimenticasse del volto di chi glieli ha mandati, e del quale sono segno, perdendo il meglio che i fiori recavano. Non riconoscere all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima o poi si manifesta incapace di rispondere al desiderio che ha suscitato.
Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto. Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento della prossima delusione.
Il poeta tedesco Rainer Maria Rilke ha identificato con singolare efficacia il dramma del rapporto amoroso, intuendo che entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita: «Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno». Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza, che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento di sé e della persona amata. Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno, restando aperti alla sorpresa che questa possa riservarci. Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto amoroso, il poeta italiano intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era la Bellezza con la B maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna è un inno alla «cara beltà» che cerca in ogni bellezza; tutto il suo desiderio è che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile.10 È ciò che è accaduto in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Luigi Giussani ha definito questa poesia come una profezia dell’Incarnazione.11
Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni testi che a prima vista possono risultarci paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; […] Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 34-37; 39-40).

In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. In tal modo Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo, la Bellezza fatta carne, più della persona amata, quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro si rinviano e nella quale il loro rapporto si compie. Solo permettendogli di entrare in esso è possibile che il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia della sua pretesa. In questo momento appare in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire un’esperienza del Cristianesimo come pienezza di vita per ogni uomo. Solo nell’orizzonte di questo rapporto più grande, come diceva Rilke, è possibile non consumarsi, perché ciascuno trova in esso il suo compimento umano, sorprendendo in sé una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di gratuità senza limiti, di perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento positivamente.
Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione di cui sono i protagonisti principali, limitandosi a pensare che l’appartenenza alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà.
In ciò si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro suscita costantemente in me, verso Cristo. Così si potrà non passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4, 18) senza riuscire a soddisfare la propria sete.

La coscienza della propria incapacità a risolvere da se stessa il proprio dramma, neppure cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile che non ha potuto evitare di gridare: «Signore, […] dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete». (Gv 4, 15).
Senza un’esperienza di Cristo come pienezza dell’uomo, l’ideale del Cristianesimo per il matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile a realizzarsi. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. In realtà esse sono frutto di una tale intensità dell’esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che «per Dio nulla è impossibile». Solo un’esperienza così può mostrare la razionalità della fede cristiana, come totalmente corrispondente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto così costituisce la migliore proposta educativa per i figli, che attraverso la bellezza del rapporto fra i genitori sono introdotti, come per osmosi, nel significato dell’esistenza.
La loro ragione e la loro libertà sono costantemente sollecitate a non staccarsi da tale bellezza; la stessa bellezza risplendente nella testimonianza degli sposi cristiani che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare.

Valencia, 4-7 luglio 2006
Congresso teologico pastorale in occasione del V Incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI



 


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11 marzo 2010

Preservativo? Chiedete di più...


 CHIEDETE di più scegliete la felicità
Ragazzi, i primati son primati, non si scherza e Roma caput mundi ha battuto tutti, i giornali di questi giorni dicono che è romano il primo liceo in cui è stato installato un distributore di preservativi.

E’ il liceo Keplero e da oggi tutti i genitori terranno senz’altro conto di questa eccellenza quando dovranno scegliere la scuola per i loro figli, i benefit son benefit e in questo liceo i preservativi saranno venduti a prezzo di fabbrica, tre pezzi 2 euro.

Ma non crediate si tratti di sola propaganda, no, qui si tratta di una cosa seria, di una vera attenzione all’educazione delle giovani generazioni che con la loro paghetta devono già comperarsi le sigarette, la ricarica telefonica e poi magari vanno a risparmiare sui preservativi, si sa “so’ ragazzi”, meglio calmierare i prezzi.

Le famiglie possono stare tranquille, ci pensa la scuola e insieme all'installazione dei distributori verrà svolto un seminario di formazione della Lega Italiana per la lotta all'Aids sulla prevenzione dell'Hiv, slogan dell'iniziativa: "Se vuoi amare fallo con la testa. Proponi al tuo preside l'installazione gratuita di distributori di preservativi e assorbenti nella tua scuola".

Insomma più preservativi e assorbenti per tutti!

A dire il vero facendo un giro sul web si scopre che in qualche altra parte d’Italia un tentativo di distribuzione gratuita c’era già stato, e che in altri paesi europei è cosa consueta, ma i ragazzi saranno più felici? Avranno almeno una sessualità più consapevole? Alcuni studenti su un blog studentesco scrivono: “… eppure i distributori di preservativi in Francia ci sono. (…) e anche in Inghilterra e perfino nella cattolicissima Irlanda e da noi no. Non sfugge a nessuno qual è il motivo. Ha a che fare con quel signore gentile e buono (di questo sono convinto), vestito di bianco che sta a Roma?”

Già, per alcuni - è tutta colpa del Papa - se non ci fosse lui non ci sarebbero l’aids, l’aborto, le gravidanze precoci.

Suvvia ragazzi e adulti, siate seri.

Visto che si cita come esempio l’Inghilterra andiamo a vedere se la massiccia distribuzione di preservativi è servita ad educare le generazioni a un amore responsabile, si direbbe di no, visto che le gravidanze precoci sono in aumento, che l’età della prima gravidanza si abbassa e che in alcune scuole ci sono classi apposite per giovani gravide.

Ma tant’è, l’ideologia non guarda in faccia nessuno, figurarsi se guarda ai fatti.

Si ha l’impressione che gli adulti incapaci di educare a un amore responsabile ripieghino sull’educazione ad una 'sessualità responsabile' cercando scorciatoie.

Si spera che corsi di educazione sessuale che spiegano l’amore come fosse un gioco al quale partecipare cercando di non farsi male, o una malattia dalla quale proteggersi, possano portare le nuove generazioni se non ad essere felici almeno ad un sesso senza conseguenze.

Nessuna incertezza in questi adulti, nessun dubbio che le risposte siano fragili, inadeguate, anzi, chi non è d’accordo è un bacchettone.

Per cui la Chiesa taccia.

Ma la Chiesa non è dei preservativi che si preoccupa, ma dell’educazione dei giovani per questo afferma: "La strada maestra resta l'educazione alla responsabilità delle persone, specialmente dei più giovani, nell'uso della sessualità, che è un dono dell'amore di Dio puntando sulla valorizzazione del proprio corpo e di quello dell'altro nell'ottica del dono disinteressato di sé. In conclusione restiamo convinti e ci adoperiamo affinché la scuola, insieme alla altre agenzie educative, si impegni ad illuminare i giovani a diffidare dalle scorciatoie che non di rado conducono alla insignificanza della vita".

Come darle torto?

Ma per difendere i giovani dalle scorciatoie della vita bisogna essere adulti consapevoli che l’amore è cosa grande, che l’usa e getta non risponde all’esigenza dell’uomo di essere felice.

Qui invece parliamo di adulti che credono che la libertà consista, cito da alcuni blog: “...del fare del proprio corpo ciò che ci pare, senza arrecare danni alla salute altrui”.

Sarà anche libertà, ma la felicità miei cari è altra cosa, è quando l'eros si cura dell'altro prima che di se stesso e diventa agape, amore disinteressato, merce rara, preziosa, gratificante, inebriante, che non viene venduta a basso costo nel distributore automatico accanto a quello delle merendine.

Ragazzi non fatevi ingannare, chiedete di più a questo mondo di adulti di un distributore di preservativi.


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10 gennaio 2010

Caccia al punto G - alla ricerca del piacere

Leggende metropolitane o scienza esatta, vatti a fidare degli esperti, degli scienziati, stanno anni e anni a raccogliere dati a fare ricerche e poi finiscono con il dire tutto e il suo contrario.

Oppure cose ovvie.

D’inverno fa freddo è allarme neve. Piove è allarme alluvioni, se d’estate fa caldo è allarme siccità.

Come se il freddo d’inverno e il caldo d’estate fossero calamità naturali.

Calamità sono casomai gli uomini che costruiscono sui costoni delle montagne, o non si prendono più cura dei letti dei fiumi, dei boschi.

Insomma, ho l’impressione che qualche volta ci siano opinioni spacciate per dogmi.

Nessuno osa mettere in dubbio la parola degli autorevoli esperti e così leggi che il prosciutto crudo fa male e poi sulla stessa rivista qualche settimana dopo, che fa bene, che il vino rosso è dannoso e poi che fa bene alle coronarie, la verità, forse sta come sempre nel mezzo, nella parsimonia, nelle mezze misure e forse anche nelle mezze stagioni

Mi sa che questi esperti li prendiamo troppo sul serio.

Prendiamo ad esempio il sesso, una volta il piacere femminile era un optional di cui non si parlava, sembrava argomento da lavoranti nelle case chiuse.

Poi con l’emancipazione divenne un diritto, qualche volta una pretesa, poi si scoprì che c’era il punto G dal nome del suo autorevole scopritore e generazioni di donne hanno sperato di aver sposato un cercatore di punto G, anziché un cercatore d’oro o d’ostriche e generazioni di uomini hanno cercato nel piacere della loro donna una conferma alla buona riuscita delle loro performance mascoline.

Ora, per il solito fatto che la scienza scopre tutto e il contrario di tutto, hanno distrutto il mito del punto G il "luogo del massimo piacere femminile" non esiste.
Come non esiste?
Certo, a Londra sostengono che la zona erogena denominata PUNTO G non esiste.

Sulle riviste per adolescenti e su internet ci sono persone disperate che fanno domande del tipo: “scusate ma dove si trova il punto G?” – oppure, “cos’è il punto G e come raggiungerlo?”

Caro, bastasse il tom tom per trovarlo come si trattasse di un sentiero di montagna, sai quanti ne avrebbero venduti? La cosa più bella è che però ognuno risponde a modo suo e così i poveri navigatori sono ancora più sperduti, un isolato più a destra o uno più a sinistra.

Ognuno l’ha avvistato in un posto differente, come il mostro di Loch Ness

Gli uomini come spesso accade quando sbagliano strada daranno la colpa alla moglie – lo sapevo che non dovevamo svoltare qui – e le donne finiranno con il pensare che gli uomini fanno tanto finta di sapere dove andare, ma come sempre si perdono.

Qualche speranza la fornisce Emmanuele Jannini, ricercatore e docente di sessuologia medica all'università dell'Aquila, che il punto G l'ha proprio fotografato.

Fotografato, mi spiego?

Meno male, magari con google heart lo si potrà individuare.

A prova del suo scetticismo, Jannini punta il dito su alcuni aspetti deboli dello studio londinese. "Non è detto che il punto G abbia un'origine genetica - spiega - e non sia piuttosto legato a una differente esposizione agli ormoni durante la vita fetale, diversità che può sussistere anche tra gemelli". E così ci risiamo, figuararsi se c’è ma non si trova nello stesso punto nemmeno tra i gemelli, sai che disastro, qui non ci resta che innamorarci di un esploratore.

Oppure, affidarsi a quel caro e vecchio romanticismo fatto di tempo, pazienza, tenacia, dedizione, tenerezza, allegria, conoscenza e passione è l’unica mistura che in dosi giuste porta al piacere, in fondo che si tratti di punto G o di incrocio a T a noi che c’importa, se anche viaggiando senza meta s’arriva in vetta.




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29 settembre 2009

Caterina e il blog che implora

 

Il web, i blog, i social network, chi cerca di dare un giudizio a questo labirinto mediatico, finisce sempre per essere parziale, perché il mondo del web e dei blog è un mondo dalle mille sfaccettature, ci trovi poeti sconosciuti, imbrattatori i che scrivono insulti sul web come si trattasse di muri dipinti di fresco, ritrovi con vecchi compagni di scuola con i quali non avevi mai avuto feeling e li scopri cambiati, persino più simpatici di allora, ci trovi preti alla don Marco Pozza entusiasti della loro vocazione che vogliono fare del web una parrocchia e preti arrabbiati con la vita a cui pare sconosciuta la misericordia verso gli uomini, come se a loro fosse stata negata la misericordia di Dio.

Mamme disperate che si fanno compagnia senza andare ai giardinetti con altre mamme che a distanza di chilometri combattono le stesse battaglie con i capricci, la depressione, resta sempre da capire se poi quelle stesse persone amiche “di rete” siano poi capaci di amicizie “di viso”, perché il blog ti permette di mettere a nudo l’anima, e questa nudità è più difficile con di fronte qualcuno che guarda nei tuoi occhi.

Sta di fatto che il mondo del WEB è un mare popolato da esperti marinai che spiegano le vele e solcano il mare, e imbranati fanciulli che zappano il mare con i remi di un canotto sognando di cambiare il mondo.

In questi giorni però è accaduto un fatto, il 12 settembre Caterina Socci, 24 anni, figlia del giornalista Antonio Socci, mentre studiava seduta alla sua scrivania è improvvisamente crollata a terra, il suo giovane cuore pare essersi preso una pausa, una pausa che ha rischiato d’esserle fatale.

Ci pensate? Guardiamo sempre ai nostri figli immaginando il loro domani, anche quando diciamo di essere consapevoli che non ci appartengono, che hanno un loro destino, in fondo crediamo di sapere meglio di Dio quale dovrebbe essere quel destino, e poi? E poi accadono queste cose, allora o urli contro quella che non può che apparire un’ingiustizia del cielo, oppure, ti affidi a chi sa qual è il destino buono per ognuno di noi.

Suo padre ha fatto questo, e dal suo blog racconta e implora preghiere, chiede a tutti di pregare che il miracolo accada, che sua figlia si svegli, che ritorni alla vita, a cantare con quella voce di cui lui per primo è innamorato, sarà difficile, faticoso, doloroso? Ma sarà.

Così il suo blog è diventato un modo discreto e sincero per raccontare il dolore di una famiglia, il cuore spezzato di un padre, scrive Socci: “Pregate pregate pregate. Se potete aiutatemi, convertiamoci! Così, chiedendo la guarigione di Caterina otterremo anche la nostra. Grazie. Vi voglio bene”

E ti pare di vederlo quel padre, stringere le spalle di sua moglie, girare per Firenze, dove tutto parla di lei, lei Caterina e lei la Madonna e implorare che questa figlia gli sia nuovamente ridonata.

E il blog, diventa un altare attorno al quale gli amici si stringono in preghiere, diventa u luogo dove anche il dolore è raccontato, con pudore e sincerità, e tu che di passaggio ti fermi e leggi, non puoi non pensare a quelle volte in cui hai scritto per cercare di impedire che a una fanciulla in coma fosse impedito di bere e ora preghi perché un padre ti chiede di implorare che la sua principessa ritorni a sorridere.

E altri blog si accodano e sul blog Lista Aperta i coetanei di Caterina scrivono: “Noi tutti stiamo guardando a questo fatto con grande dolore ma senza disperazione, certi che non è privo di significato. Riconosciamo che in questo momento due sono le cose da chiedere: la conversione del nostro cuore e il miracolo della guarigione totale di Caterina.“ E invitano alla preghiera in tutte le facoltà.

E tu pensi, che i nostri figli sono meglio di noi, che spesso ci superano anche nella fede. E che anche quella tecnologia alla quale a volte guardiamo con diffidenza, non è né male e né bene, come sempre, come in ogni circostanza dipende dall’uso che ne facciamo.


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10 febbraio 2009

Eluana, ascoltare per riflettere

 

Quello di Eluana è un dramma, non chiacchiera da bar intervista a Fabio Cavallari ASCOLTA

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Il dolore di mamma Saturna
ASCOLTA



Eluana : per una medicina più " giusta "
intervista a Adriano Pessina - Direttore Centro di Bioetica Università Cattolica di Milano   ASCOLTA




1 giugno 2008

Pietà per la mamma di Lecco

Pietà per la mamma di Lecco.

Una bambina di due anni è morta per arresto cardiaco dopo essere rimasta per diverse ore sola nell'auto della madre che si era recata al lavoro, dimenticandosi di portarla dalla Baby sitter.

La donna un’insegnante residente a Robbiate (Lecco), è uscita di casa di prima mattina per andare a scuola a Merate (Lecco) dove insegna, portando con sé la bambina, doveva lasciarla dalla baby sitter, l'ha invece dimenticata in auto. Quando se ne è resa conto la piccola respirava a fatica: portata immediatamente all'ospedale, la bimba è morta poco dopo. La madre è ora indagata con l'accusa di omicidio colposo.

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Lo so che una bimba che muore, nel giorno del suo compleanno, perché dimenticata in auto dalla mamma suscita un tale dolore e un senso di assurdità, che viene quasi naturale sfogare contro la madre colpevole del fatto il nostro sdegno.

Ma io vi chiedo pietà per questa mamma.

Io so, cosa vuol dire avere tre bambini piccoli da gestire.

Io so, cosa vuol dire fare la mamma, la moglie, l’impiegata, non avere nonne su cui contare, che vadano la mattina ad accompagnare i più grandi all’asilo, mentre tu porti il più piccolo dalla balia.

Lo so cosa vuol dire arrivare sempre un minuto dopo l’orario e vedere il cartellino timbrato con il colore rosso dei ritardatari, dei male organizzati.

Quando ho letto la notizia di questa mamma che ha scodato di portare la sua bimba dalla baby sitter ed è andata a lavorare lasciando la piccola in auto, mi sono tornate alla mente le mie mattine frenetiche.

Credetemi, non è che non volessi bene ai miei piccoli, non è che avessi cose più importanti di loro a cui pensare, è solo che la vita spesso è dura e ci sono troppe cose da fare contemporaneamente per una mamma, ci sono periodi in cui alle cose da fare si sommano preoccupazioni che non vuoi far ricadere su di loro, ma che ti attanagliano il cuore.

So cosa vuol dire caricare in auto la mattina tre figli, ognuno con il suo capriccio, con il suo problema del giorno, correre all’asilo, farli scendere tutti e tre, lasciarne due alle maestre con i soliti riti, il bacio, il saluto dalla finestra, il sorriso rassicurante che dice - ci rivedremo presto -, rimettere il terzo sul seggiolino dell’auto e correre dalla balia per affidarglielo, mentre il tempo passa inesorabile e sai che corri il rischio dell’ennesimo cartellino timbrato in rosso.

E mentre guidi, canti, per tenere impegnato il piccolino che non ne vuole sapere di stare nel seggiolino e gli racconti la vostra giornata e in realtà la stai raccontando a te: “e poi la mamma torna a prenderti e andiamo a prendere i tuoi fratelli e poi di corsa a casa, aspettiamo che arrivi papà, intanto mettiamo la biancheria in lavatrice, poi arriva papà e tu gli corri incontro, lui ti fa volare in alto verso il soffitto, e via tutti in cameretta a giocare mentre la mamma prepara a cena e poi mangiamo tutti insieme, facciamo il bagnetto, il papà vi mette il pigiama, diciamo insieme la preghiera e la mamma vi racconta una favola mentre voi vi addormentate come angioletti.”.

Una mattina sono entrata nel parcheggio dell’azienda dove lavoravo e mi sono accorta che Marco, il piccolo era ancora seduto nel seggiolino, quella mattina non aveva fatto i capricci e io non avevo raccontato la storia del cosa succede dopo e immersa nei miei pensieri avevo saltato la tappa della balia, me ne sono accorta e senza spegnere il motore ho girato l’auto sono uscita e sono andata dalla balia, ha riso la zia Piera quando le ho detto cosa mi era capitato - povera figlia, hai troppe cose per la testa – mi ha detto, e io non ricordo, ma forse ho sorriso e sono tornata a timbrare il mio cartellino - rosso naturalmente.

Alla mamma di Lecco non è andata così bene, e non c’è punizione peggiore che le si possa infliggere che quella di sapere di aver causato, anche se involontariamente la morte della sua bambina, chi potrà consolare il cuore di quella madre che guarderà gli altri suoi figli sentendosi inadeguata, incapace di amare. Per questo vi chiedo pietà, perché non si tratta di una mancanza di amore, ma di una delle più grandi disgrazie che possano capitare ad una madre, a queste madri che nell’era moderna devono essere anche lavoratrici, se qualcuno ti aiuta, ti è andata bene, altrimenti corri, e corri anche il rischio di rovinarti l’esistenza.


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7 marzo 2008

Sesso in cambio della ricarica per il cellulare?

 

PADOVA - Richieste di favori sessuali in cambio della ricarica dei telefonini: e' quanto avveniva nello scuolabus dei ragazzini delle scuole medie in un paese del Padovano, Campodarsego.

Il Comune accortosi di quanto accadeva ha avvertito le famiglie e preso le contromisure.

Le contromisure - riferisce il 'Mattino di Padova' – consistono nell’aver dotato i 300 scolari che si servono dello scuolabus, di un tesserino di riconoscimento e un posto fisso, nominativo, sul mezzo.

Forse le contromisure le devono prendere genitori e scuola, chiedendosi quale educazione hanno trasmesso ai loro figli.

Perché se il rispetto per sé stessi e per il proprio corpo, vale una ricarica del cellulare, non sarà certo il posto fisso sull’autobus a migliorare le cose.


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30 luglio 2007

OMO o ETERO, atti osceni in luogo pubblico

Fu solo un bacio?

Il bacio Stampa artistica di Gustav KlimtLa notte tra il 26 e il 27 luglio, all’una e 42 come si legge nel verbale dei carabinieri, una pattuglia sorprende due giovani intenti a un «rapporto orale» sulle scalette che portano da via San Giovanni in Laterano al Colosseo. Pantaloni e slip abbassati, genitali bene in vista e situazione non equivocabile. Altro che bacio, dunque. La ricostruzione dei carabinieri consegnata al magistrato è precisa. E indica il perché della denuncia per «atti osceni in luogo pubblico» (articolo 527 del codice penale) contro i due omosessuali. Roberto L., 27 anni di Roma, e Michele M., 35 anni di Lecce, erano intenti a un rapporto orale in una zona frequentatissima, specialmente d’estate. «Avevano slip e pantaloni scesi», nel burocratico linguaggio dell’Arma. E per questo motivo i due sono stati condotti in caserma per un primo interrogatorio, denunciati e poi rimessi in libertà. Non solo. I carabinieri raccontano di aver ricevuto numerose segnalazioni quella notte. Sono state quasi una decina le telefonate di cittadini e residenti della strada che protestavano per quanto accadeva. (da Il Giornale 30.7.07)

Cecchi Paone dice che l'Italia è omofobica. "alzi la mano chi non si è mai appartato dietro a un cespugliop in preda alla passione..." ma qui pare chiaro che non si tratta di omofobia.
OMO o ETERO gli atti osceni in luogo pubblico, sono atti osceni, la passione, può anche temporeggiare sino al primo luogo al  appartato NON pubblico.
O no?


e con questo chiudo e vado in ferie, tra le spiagge bianche di una bella isola, con due dei miei tre figli, una delle mie nuore, un cognato che è sempre "bambino" e dei  buoni amici.
A godermi il mare, il sole e i tramonti, le chiacchiere, il vino e il cibo, a parlare del domani, a guardare al futuro e a scrivere racconti... la vita è proprio bella, densa, imprevedibile, una partitura ben scritta, a volte di difficile esecuzione...
  

BUONE VACANZE A TUTTI.
Ci rivediamo a RIMINI dal  19 al 25 agosto c'è il Meeting 




28 aprile 2006

sacrificio - fatica - vocazione - FUORI MODA

Parole demodé:

sacrificio -  fatica - vocazione.

La vita è fatta anche di sacrificio e fatica, diciamolo una buona volta, che ci piaccia o no, sacrificio e fatica sono il sale della vita (non basta l’ottimismo).

Ma ai tempi d’oggi vengono scansate come se fossero il diavolo incontrato per strada.

Intendiamoci, nessuno se le cerca a proposito, sono loro che vengono a cercarci.

Questo è vero anche nei rapporti d’amore, ci vogliono fatica e sacrificio nell’amare l’altro, nell’amare i figli e ci vuole “allenamento” alla fatica, direi “educazione”.

  (tratto da lacrimedifatablog)

Credere che un rapporto d’amore stia insieme sulla speranza che il piacere di stare l’uno accanto all’altro non venga mai meno, è quantomeno riduttivo.

 

Il fidanzamento, ai giorni nostri ha subito variazioni di termologia e si è ridotto ad essere uno spazio temporale in cui i due innamorati preparano materialmente ciò che serve loro alla convivenza, sia essa preceduta dal rito del matrimonio o meno.  

 

Di fatto dovrebbe essere il periodo in cui i due innamorati verificano la loro vocazione al matrimonio, eccola un’altra parola in disuso.

VOCAZIONE perché il matrimonio non è uno scherzo, ha bisogno che vi sia un tempo per la conoscenza di sé e delle proprie capacità nell’arte difficile dell’amare e del comprendersi, superando a poco a poco il proprio egoismo e aiutando l’altro a fare altrettanto.

 

Oggi si pensa che tutto questo sia inutile, il fatto che i fidanzati, vivano, convivano e abbiano rapporti prematrimoniali, ha fatto credere che questo  sia il modo giusto per conoscersi e “testarsi” prima di sposarsi, di fatto  le esperienze dicono che non  è così, questo non garantisce la durata e la “tenuta” dei matrimoni, proviamo a chiederci perché?




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28 aprile 2006

Fidanzamento matrimonio & dopo...


Gli Autori, ricchi di un’esperienza più che ventennale di vita coniugale, intendono mostrare la profonda pertinenza della coscienza cristiana con la vita della famiglia. "La fede trasfigura l’esperienza familiare, rendendola un’avventura di comunione in grado di attraversare tutte le difficoltà".

Scorrendo le pagine si finsce per stupirsi di cose, che forse un tempo sono state scontate, oggi invece hanno bisogno che qualcuno ce le indichi per riscoprirne la bellezza.
Il libro è un'ottima occasione anche di confronto tra "morosi" "fidanzati" o come diavolo oggi dir si voglia.

L'unica difficoltà?   Trovare il libro, le librerie sembrano non averlo - io ne ho ordinate due copie tramite internet (beata tecnologia) 




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27 aprile 2006

Fidanzamento

Ieri una mia giovane collega è venuta in ufficio con l’anello al dito, a sorpresa nel fine settimana si era “ufficialmente fidanzata”.

Niente di tradizionale s’intende, né pranzi con le famiglie, né altre cerimonie come usava un tempo e forse ancora è in uso in alcune regioni della nostra Italia. Ma l’anello inatteso si vedeva che l’aveva resa felice.

  Ammettiamolo, ci siamo tutte un po’ commosse, giovani e meno giovani, chi del matrimonio non ne vuole sapere o lo vede come una inutile formalità, chi ci crede così così, e chi nel matrimonio crede ci sia un impegno preso davanti a Dio e alla comunità, quello di amare l’altro per tutta la vita, amare il suo destino.

In fondo a noi donne (e non solo a noi) che lo ammettiamo o no, piace che ci sia qualcuno che crede in noi sino ad ipotecare il futuro e ci piace l’idea di qualcosa che possa essere per sempre. Poi, le sconfitte di chi ci circonda, ci fanno guardare al matrimonio con i debiti scongiuri, con diffidenza e magari  non vogliamo sposarci per non dover un giorno ammettere di avere fallito o ci sposiamo già con l’idea che “non dura, divorziano tutti”.

Senza più chiederci cosa tiene insieme un grande amore, cosa fa in modo che diventi per la vita, tutta la vita.

Ecco, forse dovremmo spendere un po’ delle nostre energie proprio nell’educarci all’amore, non metterlo nelle mani del sentimentalismo, della sola passione, della sola intesa sessuale, perché l’uomo e la donna sono fatti di tutte queste cose insieme, dividerle, finisce per parzializzare l’amore e l'amore sezionato e spezzettato finisce per esaurirsi e diventare monotona abitudine (questo uccide l'amore, non il matrimonio).

A Carlotta e a Luca l'augurio che il loro amore sia per sempre




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25 aprile 2006

Quella giovane e scaltra Melissa P.

In nome dell'amore
Il titolo è ad effetto, ma ingannatore, sarebbe stato più esatto dire "in nome del desiderio" perché è un inno, oramai ritrito al "desidero quindi mi spetta, voglio quindi devo"... Melissa Pennarello inizia cosi:

"Questo libro nasce dalla rabbia. Una rabbia nata circa un anno fa, quando la morte di Giovanni Paolo II e l'elezione di Benedetto XVI hanno accentuato un fondamentalismo religioso che credevo esistesse solo nei libri di storia. (…) Questa è una lettera aperta, che porto all'attenzione del Cardinale Ruini, presidente della CEI e fra i maggiori esponenti della Chiesa e del pensiero cattolico, a livello mondiale. Non è un'accusa, non pretendo di avere una qualche verità in mano da mostrare a qualcuno, chiunque si degnerà di leggere questo libricino. Ho un solo bisogno: dire la mia in merito ai temi che la Chiesa ha rispolverato e riproposto in termini che reputo almeno discutibili. Ho cercato di scrivere un libro che sia un inno all'amore terreno, l'unica cosa che conta davvero"

Dopo questa premessa mi verrebbe di scrivere la parola fine sull'argomento, pare chiaro che il giudizio è già stato tranciato, quindi non vi è spazio per il confronto.
Ma poiché la mia amica Marina si è persino premurata di acquistare il libro e regalarmelo (forse aveva intuito che non avrei speso € 9,50 per questo best seller?) non ho potuto esimermi dal leggerlo per poter esprimere la mia opinione.

Melissa P. è una ragazza giovane e furba.
Dopo aver capito in che modo diventare famosa, ora deve avere capito che la difficoltà non sta nel diventare famosi ma nel rimanerlo.
Quindi dopo il primo libro dove ci ha raccontato l'iniziazione sessuale di una giovane e disinibita adolescente con la faccia acqua e sapone, dopo il secondo libro che godeva dei benefici della curiosità di chi voleva vedere se la giovane autrice avrebbe saputo ripetere il suo successo, ha pensato bene che valeva la pena di scrivere una centinaio di paginette per mettere al corrente il mondo sul "melissa-pensiero" a dire il vero non sono nemmeno cento pagine, perché molta parte del libretto è occupata da citazioni di lettere o discorsi fatti dal Cardinale Ruini.
Il libro, edito da Fazi, (il padre del compagno di Melissa, quando dici il caso), tocca argomenti di attualità: rapporti prematrimoniali – matrimonio e divorzio – omosessualità – pornografia – celibato sacerdotale – si spinge in una difesa della legge 194 degna degli attivisti della Rosa nel Pugno, che non a caso l'hanno presa con loro, questa ventenne non ha dubbi, mai una volta le sorge il sospetto che il frutto di quel concepimento avrebbe diritto almeno ad una chance di vita.

Sia chiaro, sono le domande che qualsiasi adolescente sveglio che ha la possibilità di avere un interlocutore attento e disponibile pone, la differenza sta nel fatto che queste domande suonano come retoriche, Melissa Panarello sembra non volere risposte, lei le ha già e il suo non è un dialogo, ma un sentenziare.
Durante l'intervista concessa alla trasmissione "Le invasioni barbariche" le hanno chiesto:
"non crede sia leggermente presuntuoso scrivere al capo dei vescovi?" la risposta è stata eloquente: "È lui il presuntuoso che si rivolge a tutti io cerco solo di aprire un dialogo". "La mia speranza è che risponda, ma sono scettica, perché nel farlo dovrebbe mettere in discussione secoli e secoli di convinzioni".

Furba e presuntuosa, come quei lettori che scrivono al direttore del giornale che leggono tutte le mattine iniziando con la solita frase "So già che non mi pubblicherà", nella speranza che giusto per dargli torto la loro lettera appaia nella rubrica.

Il metodo Melissa è quello classico,
si parte dal caso singolo:
Due adolescenti di provincia che "non vedono l'ora di tranquillizzare i loro ormoni" impossibilitati ad usare il preservativo perché nelle farmacie di provincia non esiste il distributore automatico, l'epilogo è scontato, lei resta incinta e la madre decide di "relegare la propria figlia, all'interno di una scelta non voluta nata dal caso e dall'amore" nascono due gemelli. La nostra Melissa chiede al Cardinale, come mai quella madre abbia scelto per la figlia adolescente, chi le abbia dato questo diritto, di privarla della possibilità di soddisfare il suo desiderio di evadere dalla provincia.
Nemmeno il dubbio che una madre abbia il dovere di educare i figli, e che a volte il dovere impone di affermare che la vita non è fatta solo di "mi piace e voglio" ma anche di assunzione di responsabilità, nemmeno il minimo dubbio che due figli possano essere un'occasione per diventare adulti, per assumersi delle responsabilità e non necessariamente e solo la causa dei sogni perduti.
Sia chiaro, potremmo portare a testimonianza casi di ragazze le cui madri per salvare l'onore hanno fatto in modo che ricorressero all'aborto e che sono depresse al pari della conoscente di Melissa, donne che invece hanno scelto di dare una chance di vita al loro figlio e sono felici di averlo fatto.

Scontato anche l'accostamento, - aborto guerra – c'è sempre un male maggiore con cui fare un paragone.

Il libro si dipana tutto con questa modalità, Melissa ha due amici bravi, belli, e omosessuali, come nelle migliori fiction televisive, ce ne fosse uno brutto e complessato, con qualche difetto come gli eterosessuali. Al Cardinale si chiede se Dio ama solo chi può far figli, chi usa "il lato A" dell'amore ecc…

Melissa si dice indignata anche con lo Stato Italiano per aver permesso che la Chiesa dicesse la sua in tema di procreazione artificiale, sembra di capire che va bene la libertà ma deve essere concessa solo a chi la pensa come lei.

Poi spende un paragrafo per suggerire al Cardinale di battersi in difesa dei bambini che esistono già e di lasciar perdere quelli che ancora non hanno vagito, tale atteggiamento a detta della nostra scrittrice è "più cristiano e più misericordioso".

Poi naturalmente Melissa ha un sacco di cugini divorziati, ha partecipato ai loro sontuosi matrimoni e nonostante lo spreco di soldi ed energie non hanno retto, la colpa? Della Chiesa che permette ciò, non il minimo dubbio che nell'accostarsi al sacramento del matrimonio la colpa sia dei celebranti (gli sposi) che fanno questo passo con superficialità e contando esclusivamente sulle loro forze.
Del resto lei non si è sposata e non lo farà, vorrebbe però i diritti di chi questa scelta l'ha fatta, ma i doveri, quelli no.

Melissa, ha frequentato l'asilo dalle suore francescane, ed un giorno ha chiesto a una di loro, se non sentisse la mancanza di un uomo al suo fianco (precoce la bambina) la risposta della suora: "Sono sposata al Signore", non l'ha trovata d'accordo, e non le interessa capire cosa voglia dire la scelta della castità religiosa, lei sa e conosce ciò che è giusto, mi vien voglia di suggerirle di andare a conoscere la nostra suor Gloria che se ne sta in clausura, ma conosce il mondo e il cuore degli uomini meglio di molti che percorrono le strade del mondo.

Inoltre, l'autrice dopo averci eruditi sul fatto che l'uomo è un animale parlante, gli altri sono animali e basta, del resto lei ha due gatte, libere e lesbiche, non poteva che essere così, dice la sua su "l'innocuo materiale pornografico" e sulla libertà del consumatore di acquistare ciò che vuole a patto "che ciò che acquista, nel processo di produzione non leda i diritti umani".

Grazie al cielo ad un certo punto all'autrice vengono a mancare gli argomenti, non ha più nulla da dire del resto lo ha già messo al corrente con dettagli anche della sua vita sessuale e della sua masturbazione, quindi informa il Cardinale e i suoi lettori, che trovandosi con la gola secca e gli occhi rossi, "come chi si trova come spesso accade quando due persone intavolano una discussione accesa" (?), che non ha mai inteso far cambiare idea al Cardinale o agli esponenti della Chiesa, che del resto a suo avviso difendendo una tradizione non possono permettersi di darle ragione, ma lei paladina di milioni di italiani che la pensano come lei ci ha provato a far capire dove sta la verità, del resto il suo amico Pannella l'ha definita; "una giovane Golia di fronte a un vecchio Davide", mica bruscolini.

Insomma, io suggerirei a Melissa di leggere l'enciclica "Deus Caritas est" di questo Papa che lei considera oscurantista, è tutta un inno all'amore, ma al punto tre, dove si parla di eros e agape, forse troverà una descrizione sorprendente di un amore cui tutti aspirano, possibile a tutti, anche a quelli che s'accontentano di molto meno.
Magari, giusto per aiutare il confronto, anche l'articolo di Fabio Cavallari, non perché si tratti di un esperto teologo, ma forse perché essendo un comunista rifondarolo, potrà essere per l'autrice una voce autorevole, la dimostrazione di come l'onestà intellettuale aiuti a cogliere la bellezza delle cose, cosa che il pregiudizio non permette.

 




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25 aprile 2006

24 anni a noi sembrano una manciata di passi

Non so se sia in o out e francamente non me ne frega niente.
Oggi era il nostro anniversario, quest'anno niente breve viaggio, siamo "nelle spese" e i soldi vanno utilizzati per altro, ci siamo dedicati un giorno di ferie, abbiamo fatto le cose che ci piacciono, io mi sono dedicata al giardino, lui a sistemare la legnaia, lo so, forse non è romantico ma è una normalità appagante. Poi abbiamo "abbandonato" la prole, e ce ne siamo andati a cena in un ristorante argentino, nei pressi dei Navigli.
Ottima carne, ottimo il vino, delirante il dolce (anche il diabetico ha fatto uno strappo alla regola), un pò di tempo per parlare del futuro, per ridere del passato e della nostra giovinezza, per guardare al fisico che non è più lo stesso e stupirci del cuore che sembra non voler invecchiare.
Sono 24 anni che dividiamo il quotidiano, ma ci sembrano una manciata di passi, sarà perchè li abbiamo percorsi insieme, sarà perchè non abbiamo mai cercato di cambiare il cuore dell'altro, eventualmente il nostro, sarà perchè abbiamo buoni amici con cui condividere la vita, sarà ...


perchè l'amore non è una fiamma che arde e va spegnendosi, ma un fuoco che si tiene acceso...sta di fatto che in una sera calda di primavera, all'uscita da un ristorante sui Navigli ci sembrava ancora di poter percorrere insieme molti chilometri di vita.




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22 aprile 2006

GRANDEZZA E FRAGILITA' DELL'AMORE CONIUGALE - 2 -

Parte seconda

2. Se ci siamo liberati da questi pregiudizi, se ci siamo levati come Mosé i calzari, possiamo ora entrare nel mistero dell'amore coniugale.

La caratteristica con cui immediatamente ci si presenta l'amore coniugale è che esso esiste solamente fra un uomo e una donna e non può esistere fra persone dello stesso sesso (come altre forme di amore). Se consideriamo la differenza fra l'uomo e la donna, una differenza puramente biologica, siamo dei superficiali. Partiamo, dunque, dalla riflessione su questo punto: è la porta d'ingresso nel mistero dell'amore coniugale. Vi ricordate come la S. Scrittura racconta la creazione dell'uomo e della donna?

L'uomo (maschio) si sente solo ed in questa solitudine soffre. Mentre dopo che il Signore, creato ogni cosa, vedeva che tutto era ben fatto, ora vedendo l'uomo in questa condizione, dice: "Non è bene che l'uomo sia solo". Non è bene: l'uomo in questa condizione di solitudine, non ha raggiunto la pienezza del suo essere umano. In realtà, sembrava che l'uomo non fosse solo: c'erano gli animali e le piante. Ma essi non erano persone: erano qualcosa, non qualcuno. Ora, che cosa fa il Signore? crea un altro uomo? crea la donna. Nella comunione reciproca fra l'uomo e la donna, la persona raggiunge la sua pienezza. Ed Adamo canta la sua prima canzone di amore: "questa sì che è carne della mia carne...".

Le ricchezze delle differenze.

Ecco abbiamo pronunciato la parola "chiave" che ci apre il mistero dell'amore coniugale: comunione inter-personale. Che cosa è? Quando noi siamo di fronte ad una persona possiamo avere tre attitudini fondamentali. Possiamo pensare (e dire): "come è utile che tu esista!". È l'attitudine di chi guarda l'altra persona, pensando quali vantaggi eventualmente possono derivargli dalla sua conoscenza, dalla sua amicizia. È l'attitudine utilitarista. Possiamo pensare (e dire): "come mi piace che tu esista!". È l'attitudine di chi guarda l'altra persona come fonte possibile di piacere, come qualcosa che può procurargli piacere. È l'attitudine edonista. Possiamo pensare (e dire): "come è bello che tu esista". È l'attitudine di chi guarda l'altra persona vedendone la sua dignità, la sua preziosità che la rende degna di esistere, il suo valore in se stessa e per se stessa. È l'attitudine amorosa: è l'amore.

Facciamo ora un passo avanti, nella scoperta dell'amore coniugale. Questa terza attitudine è propria dell'amore come tale, non solo dell'amore coniugale. Come è presente nell'amore coniugale? Approfondiamo quell'attitudine amorosa.

L'amore che vede la dignità, la preziosità infinita della persona suscita un sentimento di venerazione per essa che prende corpo nel desiderio di dono all'altro. Ora possiamo donare all'altro ciò che possediamo, ciò che abbiamo: il nostro tempo, per esempio, il nostro denaro, l'esercizio della propria professione. Oppure possiamo donare se stessi, la propria persona: semplicemente non il nostro avere, ma il nostro essere. C'è una diversità fra i due doni? Una diversità abissale.

Il dono di ciò che hai, può essere misurato: ...; il dono di te stesso non può essere misurato; o è totale o non esiste per niente. Il dono di ciò che hai può essere misurato nel tempo: ...; il dono di se stesso, proprio perché totale, non può essere limitato nel tempo: è definitivo, è eternamente fedele. L'amore coniugale è dono totale, definitivo di se stesso all'altra persona, perché si è vista in essa una tale preziosità da non meritare niente di meno che non la propria persona. Fra le migliaia di persone che ha visto, questa è stata vista in una luce assolutamente singolare. "Questa è unica e merita il dono totale e definitivo non di tutto ciò che ho, ma di ciò che sono: di me stesso": dice l'amore coniugale. Ecco perché, quando questo dono è accaduto, la persona non appartiene più a se stessa: si è donata per sempre.

Ma questo non è tutto il mistero dell'amore coniugale. Dobbiamo ora chiederci: come accade questo dono?
Esso avviene, nella sua forma più alta, attraverso l'atto con cui i due sposi diventano fisicamente e spiritualmente una sola persona. La sessualità coniugale è il linguaggio dell'amore coniugale: è la sua realizzazione più alta.

Vi ricordate che avevamo detto: la comunione inter-personale è l'essenza stessa dell'amore coniugale. E ci siamo chiesti: ma in che cosa consiste? È la comunione che consiste nel dono di se stessi che reciprocamente gli sposi si fanno, un dono totale e definitivo, che si realizza e si esprime nella sua forma più alta nel divenire una sola carne nell'unione sessuale.

In conseguenza di questo dono, essi si appartengono reciprocamente per sempre. ...CONTINUA




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22 aprile 2006

GRANDEZZA E FRAGILITÀ DELL'AMORE CONIUGALE - 1 -

I tre pregiudizi

Partiamo dalla CONCLUSIONE :

Permettetemi di concludere con un piccolo racconto. C'era una volta una persona che era talmente stolta che, quando si alzava alla mattina, non riusciva mai a ritrovare i suoi vestiti. Alla sera, non si decideva mai ad andare a dormire sapendo che poi al mattino avrebbe fatto fatica a ritrovare i suoi vestiti. Finalmente una sera trovò la soluzione: prese penna e carta e annotò il luogo dove deponeva il vestito. La mattina tirò fuori allegramente il suo taccuino e lesse: "la camicia", eccola e se la infilò e così via, fino a che ebbe indossato tutto. "Si, ma io dove sono?" si chiese allora ansiosamente. Invano cercò, cercò e non riuscì a trovarsi.

Il Concilio Vaticano II ha detto una grande cosa: l'uomo ritrova se stesso solo attraverso il dono di sé.

L'uomo oggi sa tutto sui suoi vestiti, cioè su ciò che è più esterno al suo mistero. E su se stesso?

In questa conversazione del 1984 - Mons. Cafarra ci offre lo spunto per una riflessione sul tema dell'amore coniugale.
Sembra che il matrimonio sia una scommessa, la sua riuscita sia condizionata dalla fortuna o dalla sfortuna, si sceglie con cura la casa dove andarea  vivere, il luogo dove far festa, nulla viene lasciato al caso, nella convinzione che questo possa servire alla riuscita perfetta dell'unione. Oppure, si sceglie di non scegliere, di non avere documenti dove si dichiari un impegno PER SEMPRE, nella speranza che miracolosamente tutto duri il più a lungo possibile...la realtà ci dice che nessuno dei due metodi funziona.


Proviamo a riflettere
:                              

Durante questa conversazione cercherò di balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell'amore coniugale. Ho detto "balbettare". L'amore, infatti, in particolare l'amore coniugale è un cosi grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare. Ci faremo guidare dalla lettera del S.Padre.

Prima, tuttavia e purtroppo, dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l'amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull'amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo.

1. Il primo pregiudizio
, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell'amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire "no", piuttosto che nel dire "sì". Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell'altra persona. Mi spiego con un esempio.

Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa "periodo di garanzia"? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l'esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo.

Proviamo ora a trasferire questo "contratto con garanzia" al rapporto uomo-donna nel matrimonio. I due non si uniscono se non "a condizione che" tutto funzioni bene; se il risultato non è soddisfacente, ciascuno si riprende il suo. Ecco, vedete: si ha qui una sorta di contratto di uso reciproco, nel quale ciascuno non intende impegnarsi per sempre. Ciascuno prova ad usare altro. C'è qualcosa di tremendo in tutto questo, perché si riduce la persona propria e dell'altro ad una cosa di cui fare uso. "Usa e getta", dice chi si lascia dominare dal pregiudizio che essere liberi significhi non assumersi mai impegni definitivi.

Chi si lascia prendere da questo pregiudizio, solitamente apre il suo cuore ad un secondo pregiudizio, ugualmente molto pericoloso. Vorrei spiegarvelo partendo da alcuni esempi molto semplici.

Se noi in una giornata molto calda passiamo davanti ad un banco di gelati ed abbiamo molta sete, subito sentiamo un grande desiderio di comperarne uno e mangiarlo. Se, al contrario, non abbiamo sete, il gelato non esercita su di noi nessuna attrattiva. Proviamo a riflettere un poco su questa esperienza. Notiamo subito che l'oggetto che attira la nostra attenzione, non ha in se stesso un suo proprio valore: interessa in quanto è capace di spegnere la nostra sete. Se non ho sete, esso non esercita più nessun interesse. È la mia sete che rende così interessante il gelato. Vale, insomma, perché ne ho bisogno.

Ecco, tenete ben presente nella mente questo esempio. Il secondo pregiudizio sull'amore coniugale consiste nel confondere l'amore coll'attrazione, col bisogno che sento di un'altra persona per la mia felicità. L'altra persona vale perché mi soddisfa, perché ne ho bisogno. Perché si tratta di una tremenda confusione?

Facciamo un altro esempio. Sulle case deve essere costruito un tetto: ovviamente perché non vi piova dentro. Lo stesso problema valeva anche per la basilica di S.Pietro: quando fu costruita doveva essere completata col tetto. Era necessario, a questo scopo, perché non piovesse dentro la basilica, costruire la cupola? Non solo non era necessario ma era molto più difficile e molto più costoso. Allora perché Michelangelo volle e costruì la cupola e non un semplice tetto? Perché la cupola è bella. Essa cioè meritava di essere voluta (=costruita) a causa della sua intrinseca bellezza. Ecco, vedete: si può volere una cosa, ed anche una persona, in due modi profondamente diversi. Puoi volere qualcuno o qualcosa perché ne senti il bisogno; puoi volere... perché semplicemente merita di essere voluto, amato. Nel primo caso, è il tuo desiderio che conferisce valore all'oggetto voluto; nel secondo caso, è l'oggetto che, a causa del suo valore, suscita in te il desiderio.

Finalmente, possiamo ora dire brevemente in che cosa consiste il secondo pregiudizio sull'amore coniugale: confondere l'amore coniugale coll'attrazione, col bisogno che sento di possedere l'altra persona per la mia felicità.

Potete anche vedere facilmente come questi due pregiudizi sono legati fra loro. Se vuoi una persona per il bisogno che ne senti, la vuoi solo se e solo fino a quando ella è in grado di soddisfare il tuo desiderio di essa. L'amore coniugale diventa un contratto a rischio.

Esiste, infine, un terzo pregiudizio sul quale vorrei attirare la vostra attenzione. È il pregiudizio che sia possibile un amore vero senza una profonda unità spirituale, che cioè l'amore si possa ridurre ad un'unione fisica-sessuale. Come vedremo, l'amore coniugale è anche profonda intimità sessuale. Il pregiudizio oggi molto diffuso è che sia possibile separare la sessualità dall'amore; che "amare" significhi semplicemente "avere rapporti sessuali". In una parola: ridurre il rapporto uomo-donna alla sessualità, separandola dall'unione spirituale e chiamare questo "amore".

Sono tre pregiudizi. Di essi dobbiamo completamente liberarci, se vogliamo comprendere il mistero dell'amore coniugale. Essi infatti, riducono ed impoveriscono la nostra libertà, e l'amore coniugale è la suprema manifestazione della libertà. Riducono ed impoveriscono la nostra capacità di desiderare, e l'amore coniugale è la suprema manifestazione della capacità del dono. Riducono ed impoveriscono la sessualità umana, e l'amore coniugale è la rivelazione della ricchezza integrale della sessualità umana. (continua)




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28 gennaio 2006

Le domande dell'enciclica...

28 Gennaio 2006 

Le domande dell'enciclica...

Nella prima enciclica di BENEDETTO XVI troviamo 42 paragrafi pieni di domande, quelle domande che tutti facciamo, vorremmo o dovremmo porci. Ma è soprattutto un'enciclica piena di risposte, che "fa il punto" della situazione sulla vita "da credenti". Convinta che l'educazione abbia bisogno di un metodo, di un continuo richiamo e di un luogo e dei volti con cui vivere nella realtà e nell’istante quotidiano la propria fede, non vedo perchè anche internet non possa essere uno di questi luoghi, dove confrontarsi e riflettere, senza dimenticare che la fede se non diventa VITA è solo pura teoria e non serve alla nostra felicità

"…L’amore, pur in tutta la diversità delle sue manifestazioni, in ultima istanza è uno solo, o invece utilizziamo una medesima parola per indicare realtà totalmente diverse?

La Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita?

Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?

Il cristianesimo ha davvero distrutto l’eros?

Come deve essere vissuto l’amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina?"

Insomma, un’enciclica che non teme di ripartire dai "fondamentali" del catechismo, anche nel parlare di amore di Dio e amore del prossimo

«È veramente possibile amare Dio pur non vedendolo? E: l’amore si può comandare?»

di giustizia:

«La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica…

Come realizzare la giustizia qui ed ora?

Questa domanda presuppone l’altra più radicale: che cosa è la giustizia?»

di carità:

«Quali sono, ora, gli elementi costitutivi che formano l’essenza della carità cristiana ed ecclesiale? 

L’attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell’amore di cui l’uomo ha sempre bisogno».

Appare evidente la concretezza con cui il Papa entra in ogni ambito della vita del cristiano, indicando la via e il metodo con cui seguirla e riaffermando l’importanza dei sacramenti e della preghiera: «Ovviamente, il cristiano che prega non pretende di cambiare i piani di Dio o di correggere quanto Dio ha previsto.  

Ma chi pretende di lottare contro Dio facendo leva sull’interesse dell’uomo, su chi potrà contare quando l’azione umana si dimostrerà impotente?

Fede, speranza e carità vanno insieme. La speranza si articola praticamente nella virtù della pazienza, che non vien meno nel bene neanche di fronte all’apparente insuccesso, ed in quella dell’umiltà, che accetta il mistero di Dio e si fida di Lui anche nell’oscurità.»

Conclude l’enciclica indicandoci chi seguire, chi guardare, i Santi di alcuni fa menzione, perché ognuno con la propria differenza di carisma ha contribuito a rendere grande la Chiesa, e Maria, "Madre del Signore e specchio di ogni santità."

 «Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino. In nessuno lo vediamo meglio che in Maria. La parola del Crocifisso al discepolo — a Giovanni e attraverso di lui a tutti i discepoli di Gesù: «Ecco tua madre» (Gv 19, 27) — diventa nel corso delle generazioni sempre nuovamente vera. Maria è diventata, di fatto, Madre di tutti i credenti.»

Concludendo: di questa enciclica parleremo per lungo tempo, perché non si può "liquidare" in poco spazio un così prezioso strumento per la crescita della nostra fede.

Abbiate la pazienza e la bontà di seguirci e di collaborare con noi, perché insieme ci si possa aiutare a far sì che la fede diventi sempre di più vita.




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25 gennaio 2006

Che strano comunista questo che scrive ...

Il laico cardinale
L'oscurantista Ruini ha fiducia nell'uomo, mentre il mondo progressista ha abbracciato con fede la tecnica
Il mondo progressista attacca Ruini. Il cardinale è oscurantista, medioevale, ingerente. Invece, basterebbe leggere il discorso del cardinale, pubblicato sul Foglio (sabato 3 dicembre) per abbozzare un seppur minimo spunto laico di riflessione. Dove risiede l'oltranzismo vaticano? A ben vedere il cardinale potrebbe addirittura essere imputato di eccessiva benevolenza nei confronti della scienza e della tecnica. Afferma di ritenere possibile una non belligeranza con il mondo dello scibile. Per carità, collaborazione potrà trovarne con scienziati presi singolarmente, ma rasenta l'ingenuità se ritiene possibile l'apertura di credito nei confronti di un metodo che già si è eretto a Verità. Una verità che è penetrata nel sentire comune con le sembianze della naturalezza ma che, in realtà, ha toccato il suo punto più estremo attraverso la riproducibilità tecnica della vita. Di imperante oggi solo un miope potrebbe intravedere l'egemonia e l'imperativo del clero, l'unica etica predominante oggi è l'etica della scienza. In tutto questo s'intravede una sorta di follia nella quale predomina una fede cieca nella possibilità che le cose del mondo siano sottoposte alla volontà unica dell'uomo che può crearle o distruggerle a suo piacimento. Questo far concorrenza a Dio sfiora una concezione demoniaca dell'essere vivente. Il cardinal Ruini è ben lontano dal rappresentare l'integralista clericale: tutt'al più possiamo rimproverargli un surplus di fiducia nei confronti degli uomini. Osservate l'ossimoro. L'oscurantista Ruini ha fiducia nell'uomo, mentre il mondo progressista ha abbracciato con fede la tecnica. Ma chi sta a sinistra?

Fabio Cavallari




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14 gennaio 2006

ISOLDE mamma

Ecco il testo della lettera con cui Isolde Kostner ha annunciato il suo ritiro dalle gare.
Torino 2006, Isolde Kostner è incinta e si ritira dai giochi

Questa mia lettera è indirizzata a:    La mia Federazione, la FISI, che con il suo Presidente Gaetano Coppi, con il quale ho sempre avuto un rapporto molto bello e personale, mi ha messo a disposizione grandi professionisti come Valerio Ghirardi, mio allenatore, "un secondo padre" che ha dimostrato anche questa volta di stare dalla mia parte dandomi tutto l'aiuto che sta nel suo potere; il DT Flavio Roda, grande professionista; Barnaba Greppi (Babi), mio skiman da due stagioni che ha sempre lavorato con grande impegno; Stefan Holzer (Poldo), mio skiman storico, persona di grossa fiducia e punto d'appoggio in qualsiasi situazione; Marco Pilatti, grande lavoratore e appassionato e Richard Pramotton, tutti e due aiuto allenatori. A Maurizio Delfino, fisioterapista che ha allietato i miei tanti acciacchi alla schiena e Hannes Grumer, preparatore atletico perfezionista quando si tratta di lavorare ai cronometri e nei montaggi delle riprese video.

Alla mia preparatrice atletica Agneta Platter, grande amica e grosso sostegno, non solo ma soprattutto in questo periodo.

Al mio primo allenatore, Karl Mussner, che mi ha dato la base tecnica e mentale indispensabile per continuare la carriera a livello mondiale.

Alle mie compagne di squadra di ieri e di oggi con le quali sono cresciuta e ho condiviso bellissime esperienze.

Al CONI e al mio Gruppo Sportivo Militare delle Fiamme Gialle, con il Comandante Vincenzo Parrinello e il Capitano Attilio Cauli, dai quali ho appreso grandi valori.

Alle Aziende che hanno creduto in me e mi hanno sempre sostenuta, tra le quali in primis la Ferrero (Pocket Coffee) di cui ho sempre apprezzato molto la serietà nel lavoro e il rispetto verso noi atleti ed i nostri impegni, la quale con il Dott. De Bona e la sua squadra, mi affianca ormai da 10 stagioni.

Ai miei fornitori di materiali tecnici, Fischer e Lange, gli sci e gli scarponi che ho usato dalla mia prima gara ad oggi, con i quali sono salita sul podio in tante importanti occasioni.

A Carrera e Dainese, produttrici di materiali di protezione indispensabili per la sicurezza nella mia pericolosa disciplina.

Alla Leki per i bastoncini e alla Fila per l'abbigliamento tecnico.

Ai giornalisti, i fotografi e gli organizzatori di tutto questo meraviglioso "Circo Bianco" con i quali ho condiviso lunghe trasferte e tanto freddo.

A tutti voi voglio comunicare che la mia carriera di sciatrice finisce qui.

Non parteciperò alle Olimpiadi perché aspetto un bambino e quindi la mia prossima bellissima sfida non sarà rincorrere la medaglia d'oro ma diventare mamma.

Sono grata a Dio di avermi fatto questo bel regalo del tutto inatteso nonostante questo momento che può esser visto da molti come inopportuno.

Da un giorno all'altro è cambiata totalmente la mia prospettiva per il prossimo mese e mezzo, ma non è cambiata la mia gioia di vivere, né le mie prospettive di vita, che erano quelle di avere famiglia e fare la mamma.

Il dispiacere che ho provato è stato per tutti voi che credevate in me e che mi avete dato tutto il sostegno in questi anni e in particolare nella preparazione olimpica.

A tutti voi dico grazie di cuore per aver creduto in me, per essermi stati vicino anche nei momenti difficili, ma soprattutto ringrazio i miei famigliari, gli amici e tutti i miei tifosi che mi hanno dato sempre un grosso sostegno morale.

Un grazie a Werner, mio fidanzato e futuro marito che mi è stato vicino anche quando eravamo lontani per lunghi mesi.
Un ringraziamento particolare a Giulia Mancini che assieme a sua sorella Daniela mi ha fatto da procuratrice e manager per tanti anni, standomi vicina e cercando di darmi sempre saggi e umani consigli.
Chiedo a tutti voi di restarmi vicino ancora una volta in questo momento bellissimo ma anche molto delicato della mia vita.

Un abbraccio forte,
Isi




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29 dicembre 2005

Amore con la "A"

Che ci siano adolescenti, convinti che un grande amore si regga su gambe fatte con frasi dei baci perugina può starci, a patto che poi gli adolescenti crescano, che qualcuno insegni loro, con parole e fatti, che l'amore non è un muro di mattoni tenuto insieme dalla crema pasticcera, ci vuole ben altro cemento.
 
Il guaio è che ci sono adulti, che restano adolescenti tutta la vita.
Donne e uomini che credono che l'amore consista nel possedere l'altro.
Così  si tagliano i ponti con ogni possibile concorrente, non ci sono più amici, non ci sono più partite di pallone, interessi culturali, feste... Si pensa che "tu e io" sia la formula vincente, la gabbia dorata che basta alla coppia  SBAGLIATO!!!  prima o poi qualcuno soffoca e se non soffoca e s'adatta, non sarà la felicità, ma la rassegnazione, l'insoddisfazione,  quello che regge il matrimonio.
Lui cercherà scuse per poter stare solo qualche ora senza moglie tra i piedi, e così lei.

L'amore con la A maiuscola è un lavoro artigianale, fatto di pazienza, di errori e di correzioni, fatto di silenzi, ma soprattutto di dialogo, vuol dire capire ogni giorno in cosa consista il bene dell'altro, persiguire il bene altrui e non il proprio.
Un lavoro che si fa reciprocamente, aiutando l'altro a sviluppare i suoi talenti a trovare fiducia in sè, non a non avere fiducia in se stesso in modo che sia dipendente da me.


Di questo "lavoro di coppia" ne beneficerà l'amato, ma anche i figli che verranno.




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28 dicembre 2005

Il segno del Padre

Ferliga, Paolo - Il segno del padre
Un bel libro, ve lo consiglio.
Nel destino dei figli e della comunità
Prefazione di Claudio Risé
Moretti&Vitali Editori

Da qualche tempo si ricomincia a parlare di padri, timidamente, come se si stesse usurpando uno spazio che nella crescita dei figli è stato “affidato, conquistato o in alcuni casi delegato” interamente alle donne.
Si riparla di padri, perché la separazione, il divorzio in una coppia, spesso mette i padri nella posizione di dover fornire ai propri figli un sostegno economico, ma di non potere di fatto esercitare il diritto-dovere dell’educazione.
Nella nostra società spesso i padri hanno dimenticato l’importanza del loro ruolo, alcuni hanno persino creduto che la maternità prima e la crescita dei figli dopo, fosse un’incombenza dove il ruolo dell’uomo è marginale, se non superfluo.
Paolo Ferliga nel suo libro, mostra come, nell’epoca moderna, da Amleto ai nostri giorni, l’immagine del padre, sia di quello terreno che di quello divino, si è sempre più sbiadita, tendendo a scomparire dalla vita della comunità e generando nei figli un vuoto spesso incolmabile. In un confronto serrato con il pensiero di Jung, l’autore mostra come tale immagine sia stata, per nostra fortuna, sapientemente conservata dall’inconscio collettivo. Nei miti e nei sogni, ma anche nei testi sacri e nella poesia, è infatti possibile rintracciare l’archetipo del Padre, vera e propria immagine guida, in grado di aiutare uomini e donne a dare un significato al proprio destino.
Simbolicamente il padre rappresenta come il mezzo, perché i figli possano separarsi dal protetto mondo materno e affrontare con coraggio ed entusiasmo la vita. La presenza del padre, indispensabile fin dalla nascita accanto a quella della madre per lo sviluppo psichico e affettivo dei figli, diviene fondamentale nel corso dell’adolescenza, per iniziarli alla vita della comunità, al mondo dei valori e dello spirito. Il libro è un percorso per i padri per riscoprire e riconoscere il desiderio e la bellezza della paternità, è un libro per le madri, perché riscoprano la bellezza di un’educazione dei figli fatta “in coppia”, dove l’educare un altro, aiuta e educa se stessi e la coppia. Un libro da regalare ai futuri padri e a quelli che lo sono già, perché scoprano o riscoprano il valore della paternità, dove educare, aiuta ciascun uomo a scoprire la gioia e la bellezza della vita.




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9 aprile 2005

La Bottega dell'orefice...

Da un testo per il teatro di Karol Wojtyla, un film sull'amicizia, l'amore e la famiglia.
Regia di Michael Anderson con Burt Lancaster e Andrea Occhipinti.

A partire da un testo di Papa Giovanni Paolo II, scritto quando il Pontefice era vescovo a Cracovia, il film esalta i valori cristiani della famiglia.
Il grande Burt Lancaster veste i panni del saggio orefice, che guarda e racconta, le storie di due coppie di giovani polacchi fidanzati da tempo, che decidono di sposarsi poco prima della drammatica invasione del loro Paese da parte delle truppe naziste di Hitler. Le loro vite si intrecciano con quella dell'amico sacerdote...



LIBRO:
"La bottega dell'orefice",
ed. Vaticana,1988, pag.31.
questi  versi scritti dal Papa sono di una bellezza incredibile, la fede non censura nulla della vita, ma esalta ogni suo aspetto, permette di cogliere e vivere pienamente ogni avvenimento.

 
" L'amore, l'amore vibra nelle tempie,
l'amore nella mente diventa pensiero
e volontà:
volontà di Teresa di essere Andrea,
volontà di Andrea di essere Teresa.

E' strano, però necessario
allontanarsi poi l'uno dall'altro.
Perché l'uomo non riesce a durare nell'altro
senza fine e l'uomo non basta.

Come arrivarci, Teresa,
come rimanere in Andrea per sempre?
Come arrivarci, Andrea,
come rimanere per sempre in Teresa?
Come arrivarci se l'uomo non riesce a durare nell'altro,
se l'uomo - non basta?

Il corpo... il pensiero scorre nel corpo,
ma non trova in esso appagamento.
E anche per l'amore il corpo non è che un tramite.
Teresa, Andrea, per i vostri pensieri
trovate approdo nei vostri corpi
finché esistono,
trovate approdo al vostro amore".




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12 marzo 2005

BALLATA DELL'AMORE VERO

BALLATA DELL'AMORE VERO
Parole e musica           di Claudio Chieffo


Io vorrei volerti bene come ti ama Dio
con la stessa passione, con la stessa forza
con la stessa fedeltà che non ho io.
Mentre l'amore mio                                       
è piccolo come un bambino
solo senza la madre
sperduto in un giardino.
Io vorrei volerti bene come ti ama Dio
con la stessa tenerezza, con la stessa fede
con la stessa libertà che non ho io.
Mentre l'amore mio
è fragile come un fiore
ha sete della pioggia
muore se non c'è il sole.
Io ti voglio bene e ne ringrazio Dio
che mi dà la tenerezza, che mi dà la forza
che mi dà la libertà che non ho io.




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12 marzo 2005

1. Castità prematrimoniale: perchè si?

    

Castità prematrimoniale: perché sì?

di Mario Palmaro

 

Parabola delle dieci vergini - Peter Von Cornelius

La Chiesa si ostina a proporla. Molti giovani non la capiscono. È ancora possibile spiegare le ragioni ed i vantaggi della castità prematrimoniale? Ecco che cosa dire. Anche a chi non crede.

 

Un giovane e una giovane si conoscono, si frequentano, si vogliono bene. Scoprono di desiderare una vita insieme e, magari, stabiliscono che un giorno diventeranno solennemente e pubblicamente marito e moglie. Un periodo di tempo - più o meno lungo - li separa dal momento in cui, salvo ripensamenti, si uniranno in matrimonio. Come vivere questa particolarissima stagione della vita che è il fidanzamento? Secondo la mentalità corrente, nulla di più normale che quei giovani si comportino come se fossero già sposati.

 

Nell'insegnamento della Chiesa, invece, soltanto il matrimonio rende lecito il rapporto sessuale tra l'uomo e la donna. Si tratta di un conflitto acutissimo tra il senso comune dei contemporanei e il Magistero petrino; il divieto dei cosiddetti "rapporti prematrimoniali" rischia di risuonare sempre meno ascoltato e compreso, al punto da suscitare perfino nei pastori la tentazione alto scoraggiamento. Non è raro ascoltare il "lamento" di qualche parroco: "Dissuadere i fidanzati dai rapporti prematrimoniali? Figuriamoci, inutile perfino parlarne, non ci capiscono".

 

Che fare, dunque?

 

C'è un significato profondamente umano di questo insegnamento che, ininterrottamente e ostinatamente, la Chiesa affida agli uomini di ogni tempo. Bisogna aiutare le persone a riscoprire che non si tratta di un'impuntatura moralistica - "devi fare così perché devi, perché te lo dico io" - né di un sacrificio imposto ai fidanzati per il gusto di mortificarli, né di una prescrizione formalistica. priva di qualsiasi giustificazione razionale.

 

Come sempre quando la Chiesa insegna una verità morale, la castità al di fuori del matrimonio ha un profondo significato antropologico: è proposta perché "fa bene" all'uomo, rispetta e promuove la sua più intima natura, lo aiuta a comprendere in profondità l'essenza del matrimonio.

 

Proveremo dunque a offrire alcuni argomenti "umani" che possano aiutare a riaprire gli occhi sulla bellezza di questa "fatica" richiesta ai fidanzati e a chiunque viva al di fuori del matrimonio. Un piccolo prontuario per ragionare sul fatto che il "bene" insegnato dal "Papa e dai preti"' alla fine, conviene. E che il sesso prematrimoniale è, in verità, "anti-matrimoniale".

 

1. Una prima constatazione di buon senso: il sesso unisce Crea cioè subito tra gli amanti un'unione affettiva, psichica, emotiva, intima e speciale che nessun'altra relazione è in grado di eguagliare. lì sesso produce un legame, poiché il corpo parla un linguaggio che va anche al di là delle intenzioni coscienti del partner. Ora, poiché questo legame nasce più o meno consapevolmente ogni volta, più partner sessuali si hanno più il legame con ognuno si fa più debole. Il sesso prematrimoniale aumenta drammaticamente le chance di divorzio.

 

2. Saper aspettare irrobustisce il legame coniugale, perché il rapporto sessuale diviene qualcosa che i coniugi hanno condiviso solo l'uno con l'altro, dopo averlo desiderato senza soddisfano per un certo periodo. Un tempo che li ha visti cimentarsi (e cementarsi) in un impegno che implica aiuto reciproco, buona volontà "incrociata", crescita nella stima l'un per l'altro.

 

3. Il rapporto sessuale prematrimoniale determina un accecante "effetto valanga", poiché è così affettivamente forte da annebbiare la scelta della persona. lì fidanzamento è tempo di verifica della scelta, tant'è vero che si può ancora ripensarci. Ebbene, se il rapporto lascia insoddisfatti, porta a concludere che i due sono "incompatibili", mentre magari il matrimonio potrebbe dimostrare il contrario; se, viceversa, risulta soddisfacente, maschera effettive incompatibilità pronte ad esplodere dopo il matrimonio.

 

4. Esiste un nesso intrinseco fra il sesso e il rapporto stabile tra uomo e donna. Dunque è innaturale creare, attraverso il rapporto sessuale, un'intimità così forte per poi romperla. Ciò avverrà a prescindere dalle intenzioni delle persone: il significato oggettivo del sesso è intatti più importante - prevale - sul significato soggettivo. Il don Giovanni impenitente può credere soggettivamente che nessun rapporto è per lui realmente importante, ma non può evitare che ciascuno di quei rapporti lasci segni profondi nella struttura più intima della sua persona. C'è un fatto inequivocabile: l'effetto unitivo automatico del sesso.

 

5. A questo punto, un'obiezione classica consiste nell'ipotizzare che due ragazzi abbiano già deciso di sposarsi, e che solo un lasso temporale "organizzativo" (la casa, il lavoro, gli studi...) li separi dal matrimonio. Perché "rifiutarsi" quegli atti che, compiuti dopo le nozze, la Chiesa considera pienamente legittimi? L'errore del ragionamento sta nella premessa: anche in casi simili, il sesso avverrebbe al di fuori di una decisione di esclusività e permanenza. Soltanto il matrimonio è un punto dì non ritorno che cambia la vita. Soltanto il patto matrimoniale è così forte e inclusivo - come scrive il filosofo Fulvio Di Blasi - da giustificare, cioè rendere giusta di fronte a Dio e agli uomini anche l'unione corporea. La castità prematrimoniale è il percorso propedeutico alla comprensione della vera essenza del matrimonio. Non si può capire l'indissolubilità matrimoniale se si rifiuta ottusamente il valore della continenza prima delle nozze.

 

6. I fidanzati non hanno "il diritto" a possedersi carnalmente per la semplice ragione che ancora non si appartengono. Il sesso fuori dal matrimonio è quindi una specie di furto. Né vale a dissipare la colpa la tesi del sesso come "prova d'amore". L'amore non si prova. Ci si crede e lo si vive, responsabilmente. Provare una persona è ridurla a oggetto.

 

7. La convivenza "di fatto" è, in tal senso, l'abbaglio più clamoroso per le coppie moderne: infatti, esse pensano in questo modo di "provare" il matrimonio, mentre la convivenza è tutto fuorché una prova di matrimonio, poiché manca della responsabàlità di una vita altrui per tutta la vita, che è tipica solo della promessa matrimoniale. Come scrivono Aduro Cattaneo, Paolo Pugni e Franca Malagò, c'è una bella differenza tra coniuge e compagno: l'uno - da cum e iugum è colui con il quale divido il giogo; l'altro - da cum e panis - colui con il quale divido il pane. Un conto è condividere il pranzo - esperienza aperta ai più svariati incontri - e un conto è mettere in comune la sorte e tutto se stesso. L'amore dei conviventi è tutto tranne che libero; perché un amore libero da impegni è un controsenso. lì motto implicito di ogni convivenza è: "fin che dura".

 

8. Nonostante queste argomentazioni, resta oggi molto difficile convincere le persone che è meglio sforzarsi di aspettare la prima notte di nozze. Da un lato, gioca in senso contrario la pulsione degli istinti, che la modernità ha pensato di liquidare secondo le parole di Oscar Wilde: "L'unico modo di vincere le tentazioni è assecondarle". Ma c'è poi un motivo più profondo: i fatti della legge morale sono molto più evidenti nel lungo periodo. Può darsi che ad alcune generazioni possa sfuggire una verità morale. Ma di fronte al lungo cammino della storia, la verità si impone: una società non casta è ricca di divorzi e povera di figli.

 

9. Che cosa dire ai giovani che abbiano fatto esperienza della caduta nel cammino verso il matrimonio? Di solito c'è una tacita convinzione - magari avallata dall'arrendevolezza degli educatori - secondo la quale non è possibile "invertire la rotta" una volta che due fidanzati vivano, sessualmente parlando, more uxorio: "oramai...", quasi che esistessero persone sottratte alla potenza della grazia santificante per colpa di una scelta o di uno stile di vita sbagliato. È dovere di ogni cattolico invece proporre la verità tutta intera anche a questi fratelli, trasmettendo loro la certezza della misericordia e del perdono di Dio, insieme alla robusta convinzione dell'efficacia degli strumenti che la Chiesa mette a disposizione per "fare nuova" la vita di ognuno. Di fronte alla vertigine che oggi un giovane prova nel sentirsi proporre la castità matrimoniale, valgano sempre le parole così umane degli Apostoli di fronte alla "intransigenza" del loro Maestro: "Dunque, chi potrà salvarsi?". E la risposta di Gesù: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (Mt 19,25-26).

 

  




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12 marzo 2005

Fidanzamento, matrimonio & dopo.

 E' il titolo di un libro scritto da una coppia di miei amici.

Cottini Giampaolo - Zani Angela - Fidanzamento, Matrimonio & Dopo -

Marito e moglie affiancano la competenza culturale e l’esperienza quotidiana, analizzando la realtà umana e cristiana della famiglia dalla «preistoria» alle crisi che ogni coppia può incontrare. Con humour e saggezza. Prefazione di mons. Angelo Scola.


Pensiamo di sapere tutto dell'amore, che il fidanzamento non sia più di moda e che i matrimoni siano destinati a non durare nel tempo, perchè le storie si usurano, finiscono ed è  meglio "darci un taglio" e ricominciare d'accapo.
Ecco perchè ho pensato di dedicare uno spazio di questo blog al tema dell' AMORE, per vedere se è vero che "non c'è più nulla da scoprire", che la famiglia è un'istituzione osoleta o se invece... ne scopriremo delle belle. 



 




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