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  anerella [ ...e quindi uscimmo a riveder le stelle. - Questo BLOG aderisce all'associazione SAMIZDATONLINE) ]
         









anerella
  è  la versione storpiata del mio nome, così mi chiamavano i figli di alcuni amici quando erano molto piccoli.
Loro sono cresciuti, ma il nome mi è rimasto addosso.
 
11.03.05

Che emozione, non tenevo un diario da molto tempo.

Anche se una parte della mia vita è racchiusa in voluminosi diari che custodisco gelosamente sul ripiano alto della libreria.

Racchiudono la storia di un’adolescente che cresce, piange, ride, si scontra con la vita e incontra sulla sua strada persone che sanno tenerle alto lo sguardo.

Raramente, ma è capitato, sono andata a rileggere alcune pagine scegliendole a caso.

Stupendo, a volte i sogni di quell’adolescente si  sono realizzati,  altre volte la realtà ha superato ogni immaginazione giovanile.

In ogni caso, da oggi mi cimento con questo nuovo strumento, il diario nel web.

E’ un po’ come quando la mia compagna di banco,  Dina, contraria ai diari che riteneva segno di infantile immaturità, leggeva “di nascosto” il mio diario, che lasciavo sotto al banco, proprio per permetterle di prenderne visione.
 

Forza, auguratemi buona avventura.




L'idea del blog-diario,  è nata dal ritrovamento casuale, di un quadernino a righe con la copertina rosa.
Diario di un'esperienza... recita la prima pagina.
Era il 1999 ed un gruppo di ragazzi  allora adolescenti stavano trascorrendo una vacanza in autogestione a MONTESPLUGA. Su quel quaderno, alcuni di loro hanno scritto i loro progetti per il futuro, le loro speranze ... più avanti, assicurando l'anonimato degli scrittori, mi riservo di riportare alcuni brani di quei propositi giovanili, che in fondo rivelano come il futuro sia frutto di un presente.







5 luglio 2011

Sposati e sii sottomessa

Costanza Miriano è nata 40 anni fa a Perugia e vive a Roma. E’ sposata, e sottomessa, almeno così le piace dire e ha quattro bambini, due maschi e due femmine. E’ cattolica e dunque, quasi sempre di buonumore. E’ giornalista RAI, al tg3. Avrebbe anche studiato lettere classiche, ma, visto che ogni tanto le viene il dubbio che l’aoristo passivo sia un insetto particolarmente mite, non sa cos’altro aggiungere al suo curriculum, se non che ha corso varie maratone, il che poi è venuto utile nel gestire una famiglia estrema. E’ rappresentante di classe, ed esperta in multitasking, in grado contemporaneamente di : aggiornare il blog, colorare “nei bordi”,  correggere, male, un compito e bruciare uno sformato!

 “Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura”, in libreria per Vallecchi Editore.
Ne è autrice Costanza Miriano,Nel libro sono riportate una raccolta di lettere esilaranti e originali di donne sposate o in procinto di sposarsi che chiedono all’Autrice consigli su come comportarsi in certi casi o sul perché gli uomini si comportino in un certo modo.
Costanza risponde in maniera molto semplice e amichevole, partendo dalla sua personale esperienza familiare, arrivando ad affermare che “l’uomo nel vestirsi diventa daltonico” oppure che “ha quello sguardo da cacciatore che potrebbe rivelarsi utilissimo se una beccaccia sfrecciasse in salotto, ma che lo rende totalmente inetto a reperire il burro nel frigo”.
Costanza Miriano scrive quindi di amore, matrimonio e famiglia. “Sposare un uomo e vivere con lui – scrive nel libro – è un’avventura meravigliosa. È la sfida dell’impegno, di giocarsi tutto, di accogliere e accompagnare nuove vite. Una sfida che si può affrontare solo se ognuno fa la sua parte. L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio. Sta alle donne, è scritto dentro di loro, accogliere la vita, e continuare a farlo ogni giorno. Anche quando la visione della camera dei figli dopo un pomeriggio di gioco fa venire voglia di prendere a testate la loro scrivania”.
La “sottomissione” di cui parla non è quella di “lavare i piatti e fare le faccende di casa”. Viene ripresa innanzitutto dalla Lettera di San Paolo, ma che riguarda  un altro tipo di servizio: “Può significare – scrive l’Autrice –  accogliere le inclinazioni dell’altro, per esempio non organizzare una cena che a lui non va, oppure organizzarne un’altra che lui vuole. Cercare di indovinarne i desideri…”.
Un libro allora rivolto a tutti, non solo alle donne, ma anche a chi vuole mettersi in discussione e magari sorridendo. E inoltre la possibilità di continuare a dialogare con Costanza Miriano e con altri lettori o lettrici più o meno sottomesse, attraverso il blog http://costanzamiriano.wordpress.com/
 


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12 maggio 2010

Donne: nè sante, nè puttane

Il femminismo, che ha avuto la pretesa di liberare in toto il mondo delle donne, forse non aveva capito che la libertà è singolare, femminile, ma singolare.

The Blood of Fish, c.1898 Stampa trasferimenti su tela di Gustav Klimt

“Na femena fa o desfa na fameja” tradotto, “una donna costruisce o distrugge una famiglia”.
Dicono spesso i Veneti e in passato mi sembrava una vera esagerazione, anzi peggio, un modo per dare la colpa sempre alle donne.
E' così dai tempi di Adamo ed Eva, pensavo, mai nessuno che dica che lo stupido è stato lui, è sempre colpa dei capricci di lei.

Credevo il proverbio, una forma di maschilismo antico insinuatosi persino nel pensare comune femminile, visto che spesso erano le stesse donne a pronunciarlo.

Invece crescendo e forse anche invecchiando, gli anni non sempre passano invano, ho compreso che quel detto ha del vero, e che forse non è una forma di maschilismo, ma un riconoscimento al genio femminile.
Alla capacità delle donne di “tenere” reggere una famiglia, smussarne i malumori, i conflitti, valorizzare i pregi di chi le circonda, poi ci sono anche casi in cui - se desfa – si distrugge, perché quando le donne usano le loro capacità per acuire i conflitti, evidenziare le differenze e le debolezze allora si distrugge, questa è la libertà.

In queste ultime settimane si è molto dibattuto di femminismo, giusto, sbagliato, periodo superato, o periodo non ancora compiuto?

Il femminismo, che ha avuto la pretesa di liberare in toto il mondo delle donne, forse non aveva capito che la libertà è singolare, femminile, ma singolare. Perché la libertà per essere vera, efficace, deve essere la libertà dell’individuo di esprimere la sua unicità.
Invece, troppo spesso la libertà delle donne è stata declinata al maschile, si è umiliato l’essere femminile pretendendo che la parità consistesse non nell’esigere il rispetto di una diversità, ma nel dimostrare di potere essere identici, alla categoria del maschi, fratelli, colleghi, compagni di scuola

Mi guardavo attorno in questi giorni perché volevo raccontarvi la storia di una donna significativa, sconosciuta ma degna rappresentante di quel genio, di quella capacità di reggere il mondo, il quotidiano, e mi sono trovata ad affrontare una galleria di volti e di storie, non saprei scegliere, ad avere più tempo, più che un racconto si dovrebbe scrivere un libro.

Storie di donne sconosciute, che non avranno mai il nome sui
giornali, ma che reggono il mondo, perché ognuna regge un mattone, un pilastro. Si chiami famiglia, azienda, associazione.

C’è una signora a Meda nella verde Brianza, unghie dipinte di rosso, capelli sempre in ordine e impatto aggressivo.
Il marito aveva una piccola impresa di termoidraulica, quando è morto prematuramente lei si è trovata con due figli troppo giovani per reggere il peso dell’impresa di famiglia, e allora ci ha pensato lei, ha imparato quello che c’era da imparare, non le sfugge un ordine, una scadenza, una legge, ha l’ufficio nella taverna di casa, e i figli ora che sono diventati uomini camminano con le loro gambe e lei fa il direttore, la mamma, la nonna, sempre impeccabile nell’aspetto, professionale nel lavoro, disposta a ad ascoltare chi le sta di fronte ma non a cedere a sentimentalismi. Che dire è parità? Non so, ma di certo è la capacità di rispondere alle difficoltà, cercando di non snaturare se stessi, di continuare ad essere donna e madre.

Per farle un complimento dicono che la Furlanetto è come un uomo, e invece non è vero, perché è una donna che ha saputo non cedere davanti alla fatica, un uomo? Chissà che avrebbe fatto?

E poi c'è Adele, madre, moglie, ha saputo crescere una bella famiglia, accudire un marito impegnativo, intelligente, eclettico, spesso le capitava di fare da traduttore, lui filosofava e noi troppo giovani per capire le sue teorie lo ascoltavamo un po’ increduli, poi arrivava Adele ripeteva con parole sue e tutto diventava semplice. Ha fatto della sua casa un posto bello, accogliente dove altri potessero correre a rifugiarsi in cerca di consigli, esempi di vita, in qualche caso anche di accoglienza discreta e concreta. Lei mi è stata madre, pur non avendomi generata, perché in quell’età in cui tutto si contesta, dove si è smarriti e soli ha saputo con suo marito essere un sostegno alle mie fatiche e al mio scoraggiamento. Ha affrontato il male del secolo diventando come dice spesso - la prova vivente che in alcuni casi il cancro è una malattia cronica - e ora che il male è tornato a far visita a lei e a suo marito, si trova anche nella malattia ad essere prima che la malata, ancora colei che cura e conforta. Una volta sola si è adirata con me, una volta in cui presa dal mio lavorare, accudire, rassettare, sono sbottata dicendo:– beate le casalinghe che non fanno nulla – si sentì parte in causa e si arrabbiò, aveva ragione, perché lei è l’emblema della casalinga che cura, casa, famiglia, sua e di chi ha la fortuna di ruotare intono alla sua cucina, siano amici, figli, nipoti o sconosciuti. Attenta alle cose belle, a dare un giudizio su quanto accade nel mondo, nella politica, in paese, ad insegnare vivendo cosa davvero conta nella vita.

L’ultima di cui vi voglio raccontare è una manager con 4 figli, si chiama Cecilia, laurea in Economia presso l'Università Bocconi di Milano, con specializzazione in area Marketing. Rimasta senza lavoro si è trovata ad affrontare il vuoto che la mancata realizzazione anche come professionista comporta, perché i bambini sono belli, ma quando uno stipendio manca si sente eccome. E allora ha saputo cogliere le esigenze del mercato e accorgersi che nessuno sapeva fare marketing e comunicare alle mamme come chi è mamma e conosce quel mondo e quelle esigenze da coniugare. Con altri soci ha dato vita a "fattore mamma", una società di servizi di marketing e comunicazione in grado di creare relazioni vere fra i brand e le mamme. Coniugando così famiglia, lavoro, facendo fruttare un’esperienza sul campo.

Non so se queste sono donne siano un pezzetto di femminismo.
Sono di certo un pezzo di universo, la dimostrazione che non esiste una liberazione di categoria, ma una realizzazione dell’essere umano.

"Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani." Diceva nella lettera alle donne di Giovanni Paolo II, rendendo omaggio alle donne, una per una e non come categoria.

Insomma, non una "categoria", un "gruppo sociale", semplicemente donne, esseri umani unici, né sante, né puttane, preziose costruttrici di domani.




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23 febbraio 2010

"Lapidiamo i bambini down" Chi educa gli idioti?

Su Facebook sembra scoppiata una guerra tra bande.
Nascono gruppi, simpatici, goliardici, come i mangiatori di Nutella, ma anche demenziali, come l’ultimo in ordine di tempo ''GIOCHIAMO AL TIRO AL BERSAGLIO CON I BAMBINI DOWN'' che domenica prima di venire chiuso contava circa 1300 iscritti, a riprova che la madre degli idioti è sempre incinta.
Subito si sono scatenate le proteste di associazioni, genitori di bambini down, e la controffensiva internettiana, ecco così nascere il gruppo “CONTRO IL TIRO A BERSAGLIO CON I BAMBINI DOWN”, e vai con i messaggi di solidarietà, ma anche con insulti e offese agli antagonisti.

Sembra che non si possa fare a meno di dividersi in buoni o cattivi, gli uni contro gli altri schierati, ma queste “prese di posizione” spesso rischiano d’essere guerre virtuali, che finiscono nel giro di qualche settimana e non portano frutti, se non quello di “contare” gli appartenenti ai singoli gruppi come si trattasse di curve allo stadio.

Non dimentichiamo che i bambini down che nascono nel nostro paese sono i fortunati scampati alle diagnosi prenatali grazie a genitori amorevoli o alla sorte, perché abortire i bambini down non è reato nemmeno a gravidanza avanzata, lo chiamano “aborto terapeutico” che è come dire “omicidio curativo” o selezione della razza.

Allora, va fatta una riflessione che va oltre alle prese di posizione internettiane, le guerre non servono.

I down sono persone, con gli stessi diritti e desideri di ognuno di noi, sempre.
Sono eterni bambini che hanno bisogno di quello di cui abbiamo bisogno tutti, attenzione, affetto, amicizia... va bene condannare chi li vorrebbe morti, ma cerchiamo di non cadere nell’ipocrisia.
Perché la reazione non basta se non viene sollecitata continuamente la società e la politica ad avere maggiore attenzione, ad investire in supporto alle famiglie, alle scuole alle associazioni che investono su questa diversità che è un valore e una ricchezza per tutti.

Se vogliamo che i nostri figli imparino il valore della vita, la solidarietà, dobbiamo permettere loro di viverla questa solidarietà, questa accoglienza della vita in tutte le sue manifestazioni, di vederla tra le mura domestiche, non basta insegnare loro che i down sono simpatici, perché a volte non lo sono, sono pignoli, testardi, hanno i difetti di tutti, ma non valgono meno di chi non ha gli occhi a mandorla, hanno di certo uno sguardo e una sensibilità per così dire “infantile” che permane nel tempo e quindi ci richiamano continuamente all’essenziale.

Le nuove generazioni impareranno il rispetto per gli anziani, il valore della vita, l’amore per le cose belle, se ci vedranno vivere questi valori.
Non possiamo pensare di essere favorevoli all’aborto certo, ma solo in caso di bambini imperfetti che poi per noi sta per infelici, non possiamo pensare di volere per i nostri figli delle classi dove non ci siano problemi, handicappati, stranieri ecc…, non possiamo sostenere che l’alimentazione di un disabile in coma è accanimento terapeutico e poi stupirci se i giovani odiano il diverso, scansano la fatica di vivere, immaginando a torto che la felicità stia proprio nella perfezione, nell’assenza di dolore e fatica, nel non assumersi responsabilità.

La madre degli idioti è sempre incinta, è vero, ma “chi è la madre”, chi educa le nuove generazioni? Pensiamoci.




19 novembre 2009

VORREI ESSERE BELEN

CLICCA E ASCOLTA

Alla domanda "chi sarò da grande?", i bambini di oggi pensano soprattutto ai personaggi televisivi, poco o niente alle persone socialmente impegnate.

Indagine Eurispes: sono schiavi della tv e vanno matti per i Cesaroni e i Simpson.
Il modello di riferimento per i bambini tra i 7 e gli 11 anni? Valentino Rossi (per il 16%, e per il 28,8 fra i maschi) e Belen Rodriguez (8,2%), ma non solo: anche Michelle Hunzicker e Mike Bongiorno (i preferiti dal 31%) e addirittura Fabrizio Corona per quanto da una percentuale minima, l'1,2%. A dirlo è il decimo Rapporto nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza presentato da Eurispes e Telefono Azzurro. 



Non vi meraviglierete vero?

Niente di nuovo, cosa potevamo aspettarci, la realtà è sotto gli occhi di tutti, la tv la fa da padrona in casa nostra, ma soprattutto fa da despota, spesso baby sitter unica e incontrastata.
I nonni lasciano guardare, nella speranza che i genitori arrivino presto a prendersi i figli, i genitori delegano alla scatola illuminata la serata perché la sera si sa, siamo tutti stanchi e abbiamo un sacco di cose da fare.
C’è solo lei, e questo non è certo colpa dei bambini.
Se non li tieni impegnati con altre attività mentre la tv è spenta, se non hai tempo da dedicare loro, lei si impadronisce delle loro menti.

Se almeno trasmettessero ‘Non è mai troppo presto’ trasmissione gioco in cui si insegna l’inglese ai bambini, e a seguire ‘Gli altri giovani del mondo’ dove raccontare come vivono gli adolescenti del terzo mondo, e se si parlasse di amore, inteso come forma altra dell’espressione umana e non come forma genitale di arrivismo, allora anche la tv avrebbe un suo perché, ma sino a che con la merendina ci propinano 'uomini e donne' non possiamo poi stupirci se Belen diventa un mito e se nessuno vuol più fare il dottore, il veterinario o il missionario in Africa.

Almeno guardatela con loro la tv, ma siate critici, ditegli che il dottor Martini ha delegato la paternità a suo padre e si comporta come un adolescente con tempesta ormonale, che i reclusi del 'Grande Fratello' cercano di farci passare per normale ciò che normale non è, che non bisogna aspettare che ci sia una telecamera a riprenderci per chiedersi scusa. Che la famiglia allargata dei Cesaroni sembra allegra e senza problemi, ma che in realtà non è così, le separazioni non sono mai indolore, e la famiglia ha bisogno di amore e di perdono, di dialogo e di correzione, di disponibilità e di uno sguardo al bene di tutti.

Dite loro che anche se usa andare a letto con uno al primo appuntamento questo non è bene, non perché è peccato, ma perché è affrettato, perché anche oggi l’amore ha i suoi tempi e le sue attese e non è il preservativo che ti salva, ma l’intelligenza.

Ditelo, perché se certe cose non le dicono più nemmeno i genitori, che vogliono sembrare “sempreverdi” imitando i figli, questi poveri figli cresceranno come canne al vento e si appoggeranno a miti come Corona e Belen con risultati che non hanno bisogno di immaginazione.
Quindi ditelo cos’è bene e cos’è male, cos’è giusto e cos’è sbagliato, criticatela quella scatola luminosa, in fondo è solo un elettrodomestico, ditelo che avete letto un bel libro e che ne varrebbe la pena, forse non lo leggeranno subito, ma sapranno che c’è chi lo fa, ditelo che c’è un film che non è il solito panettone di Natale e vorreste vederlo con loro, ditelo che essere genitori comporta delle scelte e dei no, perché crescendo altrimenti finiranno per rimproverarvi per i no non detti, più che amarvi perché avete lasciato che tutto fosse loro permesso.




4 novembre 2009

Via i crocifissi dalle scuole...e poi?

 Strasburgo la Corte Europea dei Diritti dell'uomo ha sentenziato: «La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni». La sentenza fa seguito a un ricorso presentato da una donna italiana in causa dal 2002. 


C’era da immaginarselo, ma i titoli dei giornali e dei telegiornali possono trarre in inganno, va chiarito che La Corte dei diritti dell'Uomo non è un organismo dell'Unione Europea, infatti, nel collegio dei sette giudici che ha emesso la sentenza sono presenti anche un giudice turco e un giudice serbo. In ogni caso questa sentenza è molto grave e poco rispettosa della storia e della cultura del nostro paese.

Provate a guardare la realtà, a guardarvi intorno. Scoprirete che il panettiere dove acquistate il pane tutti i giorni, ha accanto al bancone l’immagine di Padre Pio e che il fruttivendolo espone il Calendario di Radio Maria, che il trasportatore che parcheggia il furgone sulla vostra via ha attaccato allo specchietto retrovisore un rosario benedetto.

A dare retta a questa sentenza, tra un po’ bisognerà chiedere che nei paesi di montagna siano demolite le edicole mariane, le croci sulla cima dei monti, i quartieri delle città, san donato a Bologna, san Lorenzo a Roma, San Rocco a Monza e via elencando. Come farà un ateo, un ebreo o un musulmano, a curarsi all’ospedale San Gerardo di Monza, al Sant’Anna o al Sant’Orsola.

Che dire poi delle scuole intitolate a san Giovanni Bosco, a Santa Rita, l’università del Sacro Cuore, aboliamo! E aboliamo anche i paesi, San Giovanni Rotondo, San Colombano, san Candido e gli stati come San Marino, perché tutta la nostra storia parla di santi.

Proseguendo bisognerà vietare che Dante sia insegnato nelle scuole, perché il suo – Vergine Madre, figlia del tuo figlio… - non è abbastanza laico, ma nemmeno Alda Merini, la poetessa recentemente scomparsa si salverà, le sue poesie parlano della vita, quindi di amore, di carnalità, di dolore, di felicità e di Dio, leggerle in pubblico sarà vietato? Giotto, Caravaggio, Masaccio, Beato Angelico, Mantegna, come parlare d’arte senza parlare di Madonne, Crocifissioni, santi e miracoli?

Si dovrà poi, togliere dalla più alta guglia del Duomo di Milano la Madonnina, perché non è laico che una città multiculturale abbia un simbolo cristiano così evidente, e che dire di San Marco a Venezia, o San Gennaro a Napoli? Vogliamo parlare di Roma? Ogni luogo dovrà essere nascosto, demolito, oscurato.

Fantascienza? NO, non lo è. La “religione laicista” è convinta che il vuoto, sia il padre della tolleranza, che il nulla aiuti il multiculturalismo ed invece chi non sa chi è suo padre e sua madre è perduto. Il rispetto per l’altro, non nasce dall’abolizione delle differenze, ma dal conoscerle, la diversità è una ricchezza, bisogna insegnarla. Mi scrive un’amica: “Quando sono andata in Terra Santa, non mi offendeva vedere Ebrei con il loro abituale cappello, la barba e capelli lunghi. Non mi sono sentita offesa a vederli pregare davanti al muro del pianto e non mi sentivo offesa dal canto del Muezzin che invitava alla preghiera. Casomai, mi ha sempre fatto piacere, vedere uomini rivolti al Divino. Ricordo invece con rammarico il fatto che quasi ci veniva impedito di fare un segno di croce in un luogo custodito dai Mussulmani. In pratica, non capisco perché un atteggiamento di fede, offenda o infastidisca qualcuno, al limite si può essere indifferenti”.

Già, ma la cosa è ancora peggio di quanto possa sembrare, perché spesso, non sono le persone appartenenti ad altre religioni a chiedere l’abolizione dei simboli e delle tradizioni, ma italiani che credono che il laicismo sia la via per il multiculturalismo, ed invece è la via per educare generazioni di giovani al nulla, salvo poi domandarci perché il vuoto nei loro occhi.


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22 settembre 2009

Sanaa, ha sbagliato, "forse"

Un’altra Hina, un’altra ragazza morta per non avere ubbidito, a regole e tradizioni troppo lontane dalla tradizione di suo padre, ma entrate a far parte della sua quotidianità.


Montereale Valcellina è l’ultimo paese della pianura padana pordenonese, meno di 5000 abitanti, un luogo ricco di storia, un paese laborioso e tranquillo, il luogo dove la famiglia El Katawi Dafani proveniente da Casablanca si è stabilita anni fa.

La famiglia è in Italia da 11 anni, padre, madre, tre figlie, la più grande Sanaa aveva 18 anni, le altre 7 e 4 anni.
Sanaa, una bella ragazza dai capelli neri, e dagli occhi grandi, aperti sul mondo, lavorava in un ristorante, si era innamorata di un uomo che aveva 13 anni più di lei e giorni fa era andata a vivere con lui.
El Katawi Dafani, 45 anni, padre di Sanaa in Italia aveva trovato lavoro come aiuto cuoco, una casa, una stabilità per lui e la sua famiglia, i colleghi e il datore di lavoro lo descrivono come una persona tranquilla, ma in questi 11 anni non aveva mai accettato le regole di convivenza di questo paese che pure gli aveva dato accoglienza e lavoro, e non sopportava che sua figlia si trovasse bene, fosse quella che tutti definiscono una ragazza normale.

Così il padre ha seguito i due ragazzi e li ha affrontati, il fidanzato di Sanaa non è riuscito a salvarla, la lama gli ha ferito le mani e l’addome e Sanaa è finita sgozzata dall'ira paterna e poi oltraggiata con una bottiglia rotta.

La madre della giovane, inizialmente sembrava avere descritto l’uomo come un padre-padrone, ma ora abita a casa dell’imam di Pordenone, sotto la protezione sua e del cognato e dichiara di aver perdonato il marito, della figlia ha detto: “forse, ha sbagliato anche lei” forse, in quel forse, mi è sembrato di vedere l’unica flebile solidarietà espressa per sua figlia. Ma come può quella donna dire cose differenti da quelle che le suggeriscono?

E’ la solita storia, una donna che parla poco l’italiano, che ubbidisce da sempre agli uomini, che ha altre due figlie a cui pensare, chiederle di ribellarsi, di difendere la memoria di una figlia morta per lei è troppo, finirebbe sola, isolata da tutti e da tutto a combattere contro un mondo di uomini.

Così parla poco, sembra ripetere parole suggerite, cerca di non fare errori, di non contraddirsi, chissà quali pensieri non pronunciabili le passano davvero per la testa, chissà cosa spetta in sorte a lei e alle sue due bambine, nate e cresciute in Friuli, dove mettere i jeans e truccarsi gli occhi non è disdicevole.

Il fidanzato di Sanaa dal letto d’ospedale dice che la religione non c’entra, si è trattato di un padre che non accettava l’indipendenza della figlia, la sua intraprendenza, un po’ come gli immigrati degli anni 60 che dal sud venivano al nord.
Già, forse, ma le donne del sud hanno iniziato a lavorare ad alzare la testa a cambiare pettinatura e abbigliamento e mentalità, gli uomini hanno finito per arrendersi e apprezzare.

Qui le cose sono più difficili, perché l’islam non separa la cultura che evolve dalla religione, e una donna che lavora e mette i jeans, una donna che s’innamora di un uomo non musulmano, non tradisce solo le attese di suo padre, ma della comunità tutta, tradisce Dio e questo non è tollerato.
A queste donne spetta un compito davvero duro e pericoloso, il compito di alzare la testa, di ribellarsi a un mondo che non le considera degne di parola, di scelta, che le vuole sottomesse e ubbidienti.
A noi spetta il compito di dare loro il nostro sostegno devono sapere che ci sono luoghi dove chi alza la testa, è aiutato, difeso, bisogna trovare il modo di far sapere loro che non sono sole, è l’unica possibilità per tutti, perché si avveri un cambiamento, perché la convivenza e l’integrazione siano vere.


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12 settembre 2009

COSI' FAN TUTTE

Così fan tutte anche su Italia1  clicca e ASCOLTA

Era fine settembre, con la mia famiglia avevo partecipato al matrimonio di una cugina, s'era mangiato, cantato e ballato fino a sera, poi, salutati gli sposi la festa era proseguita a casa dei genitori della sposa.

Una casa di campagna, il sentiero costeggiava il vigneto, la notte era tiepida, profumava di un autunno appena accennato.

Il gruppo s'era riunito in caneva, una sorta di cantina con il pavimento in terra battuta, i salami appesi in coppia ai travi di legno in attesa di stagionatura, le botti dove il vino della recente vendemmia se ne sta a riposo, gli uomini se ne stavano in piedi attorno alle botti, di tanto in tanto qualcuno gridava, "viva gli sposi", applauso, "evviva" e via a riempire  i calici, si rideva di tutto e di niente. Qualcuno iniziò a raccontare l'ultima storiella, e gli altri dietro, sino ad arrivare alle barzellete "spinte" il dialetto è bellissimo anche per questo, perchè racconta il sesso e la sua pratica con modi che a volte sanno di poesia, o con una goliardia che attinge alla quotidianità.

Io me ne stavo in disparte ad ascoltare, orgogliosa del mio vestito nuovo, ad un certo punto qualcuno mi nota e mi domanda

- quanti anni gheto? 

- quattordici

Lo dico con un certo orgoglio, sapendo che il fisico non mi supporta e che ne dimostro meno, lui mi squadra e poi dice: - te poi scoltare anca ti, ormai te si granda  (puoi ascoltare  oramai sei grande)

Ricordo ancora quella frase che mi ammetteva al mondo degli adulti.

C'era un tempo e un modo per tutto, e il mio tempo era arrivato, potevo ascoltare senza più origliare, e potevo far sapere a tutti che da tempo comprendevo (almeno così pensavo all'epoca) certe allusioni e certi doppisensi

Ricordo perfettamente la barzelletta che seguì, a dire il vero quasi da educande, ma era entrata a far parte dei miei ricordi.

Ecco perchè trovo giuste le proteste per la nuova sketch comedy di Italia 1 in onda il venerdì alle 20, COSI' FAN TUTTE, protagoniste Alessia Marcuzzi e Debora Villa,  dove il sesso viene raccontato e sbeffeggiato con sketch  a dire il vero molto divertenti, ma che a quell'ora risultano essere un piatto servito a tutta la famiglia indistintamente, senza tenere conto delle diverse sensibilità e per di più con un bel bollino verde.

Poi ci lamentiamo dell'emergenza educazione, dell'emergenza bullismo, ci lamentiamo perchè gli adolescenti si dedicano precocemente al sesso, ma non facciamo gli struzzi, siamo adulti irresponsabili, che non hanno a cuore il bene dei più piccoli, che non tengono conto che c'è un'età per tutto e che non basta dire "Così fan tutte" c'è un tempo e un luogo anche per i doppisensi e le risate grasse. C'è un tempo per le favole e un tempo per "le mele", e i tempi vanno rispettati perchè per andare in montagna si inizia dal basso a piccoli passi, solo così si impara a scalare la vita.

 




16 luglio 2009

Fine del conflitto capitale lavoro?

ENCICLICA/ Benedetto XVI mette fine al conflitto tra capitale e lavoro

(...)  «La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia» (punto 6).

Facile, e probabilmente abusato anche se giusto, applicare queste parole all’imprenditore, meno usuale, ma altrettanto giuste riferirle al collaboratore. A tema non c’è un contratto di lavoro, ma una concezione di persona., la sua vocazione e il suo destino che immediatamente spalancano al bene comune a cui ciascuno collabora secondo il proprio carisma. L’imprenditore mettendo a disposizione la predisposizione al rischio, che non tutti hanno in ugual misura, la capacità di trasformare un’idea in un fatto, il gusto per il particolare ben pensato, l’occasione occupazionale; il collaboratore partecipando con la propria dedizione, creatività, responsabilità. Entrambi donando se stessi, quanto di meglio ciascuno ha. E addio al conflitto di potere tra capitale e lavoro.

L’economia, così come troppo spesso la conosciamo, sembra progredire dove tutto questo viene poco o tanto dimenticato, dove queste affermazioni, magari anche solo inconsciamente come portato di una tradizione, non diventano cultura e comportamenti praticati. Quest’economia, che tanto benessere materiale ha portato al nostro popolo, rischia allora di smarrire il significato: “cosa conta avere conquistato il mondo, se perdi te stesso?”.

Per nostra fortuna esistono ancora spazi in cui persone, imprese e associazioni testimoniano, nel loro essere attori economici al pari di tanti altri, un possibile modo d’essere originale perché vero. E non è, innanzitutto e soprattutto, un problema di forme, di profit o no-profit, di settori o di luoghi, ma di persone e di educazione. Un compito che ci aspetta, tra i tanti, è rendere il più visibile possibile questi esempi perché possano essere conosciuti e seguiti.

da il sussidiario.it - Carlo Preti


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7 giugno 2009

Ea morte non va in busa...


Ea morte non va in busa se noa ga ea so scusa

 

Dicono al mio paese.

Un modo dialettale, per dire che davanti alla morte si cerca sempre una giustificazione,  ma anche semplicemente  si cerca una “scusa”, qualcosa che ammortizzi il dolore il distacco.


Insomma da sempre con la morte dobbiamo fare i conti tutti.

Belli e brutti, ricchi e poveri

Come diceva il Principe De Curtis, in arte Totò, la morte è - na livella - 

'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.

Ed anche il dolore è uguale per tutti, la fatica di affrontare la mancanza di una persona cara, di qualcuno con cui avevamo fatto progetti senza mai tener conto che sulla nostra vita e sul nostro destino c’è un progetto che non facciamo noi.

Non spetta a noi sapere l’ora della fine, anche se di questi tempi c’è chi pur di decidere quell’ora l’anticipa.

 

Insomma vi parlo di morte perché dietro ai regolamenti comunali, come quello di Lugo di Romagna che vieta le croci sulle lapidi, ma non sono i soli, accade anche in provincia di Varese a Origgio e in molti altri comuni, io non ci vedo tanto un motivo di “tutela del decoro”, che confusione vuoi che faccia una piccola croce?

Non ci vedo nemmeno un motivo di rispetto per chi nella croce non vede il segno della ressurezione, non mi risulta ci siano musulmani che hanno chiesto di vietare la croce ai cristiani nei loro cimiteri.

Ci vedo il vuoto, il voler mettere ordine in qualcosa che disturba, che guida il pensiero a cercareun perchè.


Ognuno si metta il simbolo che dice chi è la croce, la mezzaluna, la stella di David, la croce .

Morti sian morti tutti.

Ma chi crede nella resurrezione, vede in quella croce, in quel segno di croce  la certezza che un giorno ci si ritroverà, e la gioia ripagherà degli abbracci che ci mancano tanto, dei baci non dati, delle risate perdute, di quella carnalità che la morte ruba a chi resta.

 

Ed invece no, in certi comuni, ordine e decoro sembra facciano rima con il nulla.

Tanto che sulla tomba per regolamento ci si possono mettere solo nome cognome – data di nascita e di morte –

Come a dire, nemmeno un Requiem eterna – Un “non piangete, sono accanto a voi”,  o un "papà carissimo ci manchi"

Ecco, io dietro a queste ordinanze, a questi regolamenti comunali, ci vedo il vuoto che avanza, il non saper amare la propria tradizione, il non saper più nemmeno ascoltare i nostri vecchi, quelli che tramandano la storia, … una volta passando davanti al cimitero si segnavano – facevano il segno di croce – e qualcuno lo fa ancora.

Qualcuno a bassa voce recita un eterno riposo – credenti o no, consapevoli che in quel campo santo – riposa la storia di un paese, che quelli che restano e continuano la loro vita terrena  con la morte continueranno a faci di conto

 

Quindi non diamo la colpa al rispetto per la multietnicità – la croce e le parole di conforto chiedono che vengano tolte, coloro che credono che  con la morte si possa non far di conto e prima o poi saranno chiamati a ricredersi.

 

Cardarelli scriveva poesie che parlavano anche dei cimiteri, quelli liguri, lungo il Sentiero delle Cinque Terre, appena dopo Manarola, sul muro del cimitero a sfidare il vento che viene dal mare stanno i versi di Vincenzo Cardarelli:

 

                 O aperti ai venti e all’onde

                 liguri cimiteri !

                 Una rosea tristezza vi colora

                 quando di sera, simile ad un fiore

                 che marcisce, la grande luce

                 si va sfacendo e muore.

 

Leggendoli ho pensato che anche quello è un luogo di bellezza, di riflessione di poesia e anche di rispetto del dolore e del decoro altrui

 




14 maggio 2009

Adolescenza e speranza

 

Sono stata adolescente quando Guccini cantava "l’avvelenata", quando si girava con il cappotto sbottonato in pieno inverno per mostrare a tutti la cintura di Gucci, quando i blues jeans erano un simbolo irrinunciabile, ma io non ne ho mai posseduti un paio, mia madre era contraria per principio, avrei fatto carte false per avere un paio di Wrangler ma lei niente, solo imitazioni acquistate al mercato, quando tutti avevano il motorino, io non avevo nemmeno il permesso di usare il vecchio Garelli di mio padre, quando mi diplomai ai miei amici regalarono l’iscrizione alla scuola guida e a me una bicicletta, non potevo uscire la sera perché mia madre diceva che il mondo era popolato da gente poco affidabile, ho pianto, urlato, scritto lettere strazianti rimaste senza risposta, non rivivrei quegli anni nemmeno se me li regalassero insieme alla giovinezza, ma non ho mai pensato che la vita fosse brutta, certo, volevo cambiare, fuggire, volevo una famiglia differente dalla mia, ma la vita mi sembrava una grande opportunità e io mi sentivo un uccello in gabbia con le ali tarpate che non vedeva l’ora di poter volare.

Quelle fatiche, quei soprusi a volte inutili, mi hanno forgiata, si poteva farne a meno, ma tant’è, quella era la mia vita e un senso doveva pur esserci.
Diventando madre ho capito che alcuni errori si ripetono in buona fede, altri si evitano, non c’è nulla della vita da cui non si possa imparare ad essere migliori.
L’educazione di uomini e donne che solchino la strada del futuro è il compito più difficile e più arduo, spesso un compito che le famiglie svolgono in solitudine.
Ecco perché quando ho letto della studentessa quindicenne di Lecce, impiccatasi in casa mi si è spezzato il cuore, perché non c’è dolore più grande di un figlio che decide che non valga la pena di vivere, di un figlio che se ne va così, lasciandoti solo interrogativi e sensi di colpa che solcheranno i tuoi giorni per sempre, domande a cui non avrai mai risposta.

La studentessa di Lecce era brava a scuola, senza problemi particolari se non i soliti conflitti adolescenziali, il giorno in cui ha scelto d’impiccarsi si festeggiava la comunione di suo fratello e lei non aveva voluto partecipare alla cerimonia, né alla festa, voleva uscire con i suoi amici, per questo il padre le aveva tolto per punizione il cellulare, chi può dargli torto, chi può pensare che si trattasse di un sopruso invivibile, insuperabile, nessuno.
Lei ha passato il pomeriggio in casa a conversare al telefono fisso con le amiche, senza una parola su quanto tramava. Forse non voleva morire, voleva solo fingere un gesto estremo per attirare su di sé l’attenzione, forse voleva solo scherzare con la morte convinta di vincere ed invece è toccato al padre rientrato dalla festa alle 23 trovarla impiccata con un lenzuolo.

La sua bambina, la sua piccola donna che si credeva così grande da non dover condividere una giornata di festa con la sua famiglia, che si credeva così grande da poter bastare a se stessa, ha reso la vita di chi le voleva bene un sentiero irto e difficile, li aspettano giorni di dolore, di dubbi e spero davvero che non siano giorni di solitudine perché nessuno potrà togliere loro il dolore e la fatica, ma la compagnia potrà aiutarli a portare il peso di questo dolore e superare quei giorni che sembreranno più bui degli altri guardando al futuro, all'altro figlio da crescere, guardando alla vita e alle cose buone che offre, e scoprendo che nulla accade senza un senso, nemmeno il più grande dei dolori.




18 aprile 2009

Il suicidio di una femminista

"La donna è infine perfetta./Il suo corpo/Morto porta il sorriso del compimento/L’illusione di una greca necessità/Fluisce, nelle pieghe della sua toga,/I suoi piedi/Nudi sembrano dire:/Abbiamo camminato tanto, è finita"


Il Suicidio di Roberta Tatafiore.


foto www.culturacattolica.it

In questa nostra pazza società, dove i padri sono optional riproduttivi e educativi, dove l’autorità dei maestri è un rimpianto, dove maschio o femmina non è un modo in cui si nasce, ma una scelta consapevole, dove dissentire, è segno di razzismo o fobia, dove la libertà è la scelta su tutto sino all’estrema scelta di decidere quando morire, in questa società smarrita, una donna di sessantasei anni, Roberta Tatafiore, giornalista, scrittrice, femminista, ha scelto di morire, di pianificare la sua morte, di lasciare questo mondo scrivendo un diario di quest’ultima esperienza "La mia è stata una scelta", dice il suo ultimo biglietto, e anche se tutti parlano di un addio shock, a dire il vero pare proprio che in pochi osino trovarci qualcosa da ridire. Anzi, ‘passeggiando’ tra i blog, si possono trovare messaggi di “profondo dispiacere” come su – noidonne - per la quale Roberta Tatafiore aveva collaborato negli anni ’80 e ’90, ma anche molti messaggi di ammirazione per un gesto che a molti è sembrato “molto commovente”.

Sotto, sotto in qualche scritto si intravede anche un certo imbarazzo, per un gesto che si comprende non possa essere giustificato dal desiderio di autodeterminazione.

Molti si sono affrettati a scrivere che rispettano la sua scelta di essere libera sino al gesto estremo, forse perché se non sai dare un significato al morire, non ne sai parlare, quindi meglio trincerarsi dietro al rispetto per chi non essendoci più non può replicare.
Chi l’ha conosciuta la descrive come una donna senza compromessi, sul sito Donnealtri.it si può leggere un pezzo di Letizia Paolozzi: “Non era sola, malata, handicappata. Non aveva un tumore. Non viveva la vecchiaia come un dramma. Non era avvolta dal velo della depressione. Bella, vitale, carnale. Però Roberta Tatafiore si è uccisa. Per delle sue motivazioni. Con una sua grandezza. Compiendo un gesto di cui noi che, in tante e tanti l’amavamo, possiamo solo riconoscere la verità (...) So bene che le ragioni che potrei portare non sarebbero mai le sue ragioni. D’altronde, con quel gesto Roberta si è resa vulnerabile. (...) Si tratta, dunque, di ascoltarla. Con una attenzione e una cura più dolorosa del solito. Perché Roberta non era mai semplice”.

Già, non era semplice. Da Il Foglio apprendiamo che aveva scelto di morire in un albergo accanto a casa e che si è spenta in ospedale, la cameriera l’ha trovata ancora in vita e all’ospedale non hanno potuto salvarla.
Chissà se questo faceva parte del suo piano o se si sia trattato di un imprevisto, il solito imprevisto che riafferma che la vita in fondo non è nostra, ma che importa? Si attende un memoriale che dovrebbe arrivare ai giornali a giorni e forse anche per questo tutti vanno cauti nel pronunciarsi.

Chissà che dirà, la femminista che disse: "Trattiamo le prostitute come operai. Aboliamo la Merlin", che … scrisse “Sesso al lavoro. Da prostitute a sex-worker. Miti e realtà dell’eros commerciale“ (il Saggiatore) e “Uomini di piacere …e donne che li comprano“ (Frontiera), la donna che scrisse agli amici “state sereni” come se fosse possibile saper morta un’amica e far finta che nulla sia accaduto se non la sua volontà.

La sua scelta sembra voler essere la manifestazione estrema dello slogan femminista - IO SONO MIA– ma come allora, anche oggi è un manifesto di morte e non di libertà, qualcuno l’ha paragonata a Silvia Plath (la scrittrice nata a Boston nel 1932), che mandati i figli dai vicini, si suicidò aprendo il gas e mettendo la testa nel forno, qualche giorno prima aveva scritto la sua ultima poesia "Orlo".
Forse dietro a questa estremizzazione di una libertà che rende cadaveri, c'è la solitudine di donne intelligenti, sensibili, di belle persone che hanno creduto che riconoscere di avere un destino che sfugge di mano, fosse un privilegio che non si possono concedere coloro che del destino proprio si dicono artefici e preferiscono perire che abbandonarsi alla vita.
Incuranti di chi resta, di chi le ha sfiorate, incontrate, amate di chi si sforza di capire, di dare alla morte un nome che non le appartiene "libertà" ma sente questo nome stridere.

ORLO

La donna è infine perfetta.
Il suo corpo
Morto porta il sorriso del compimento
L’illusione di una greca necessità
Fluisce, nelle pieghe della sua toga,
I suoi piedi
Nudi sembrano dire:
Abbiamo camminato tanto, è finita.
Ogni bimbo morto, riavvolto, bianco serpente
Uno a ogni piccola
Brocca di latte, ora vuota
Li ha piegati
Di nuovo nel corpo di lei come petali
Di una rosa si chiudono quando il giardino
S’intorpidisce e odori sanguinano
Dalle dolci, profonde gole del fiore notturno.
La luna non ha nulla di cui essere triste,
fissando dal suo cappuccio di osso
è abituata a questo tipo di cose.
Le sue macchie nere crepitano e tirano.

                                                    Silvia Plath




24 marzo 2009

Figurine puzzolenti, antidoto alla bellezza

La notizia risale alla scorsa settimana, in una scuola elementare di Torino 16 alunni sono stati intossicati, il colpevole? Un album di figurine - lo 'Schifidol Puzz' - lo hanno appurato i funzionari dell'Asl, intervenuti alla scuola europea Altiero Spinelli per accertare le cause del bruciore agli occhi e del mal di gola che aveva colpito gli alunni della 5/a elementare A e la loro insegnante.

1

Ci pensate? I nostri bambini cresciuti a merendine e cellulare, che inorridiscono ai racconti dei nonni che non avevano il bagno in casa, ma dormivano con il pitale (o vaso da notte) sotto al letto, i nostri pargoli che si schifano davanti all’odore dei cavolfiori, che se transitate in autostrada nei pressi dei campi concimati da poco si lamentano “che schifo”, proprio loro, sembrano impazzire per le figurine puzzolenti che riproducono l’odore di vomito, escrementi e altre cose simili…
Sulle figurine c’è scritto ‘Strofina e svieni’, ma il suo ideatore spiega che si tratta di una trovata pubblicitaria, le figurine sono sicure, prodotte con tutte le certificazioni necessarie, sono realizzate completamente in Italia, insomma sono un prodotto altamente disgustoso, ma non pericoloso per la salute, un prodotto acquistato si stima, da circa 600/700 mila ragazzi.
Caspita, chi l’avrebbe detto, il business del disgusto.
Come sempre, il problema è un problema di adulti.
Noi le acquistiamo per loro, magari lamentandoci, ma le acquistiamo e comperiamo queste schifezze perché non sia mai che il piccolo si senta inferiore di fronte al compagnuccio che ne ha dieci bustine da portare in classe, e come per il cellulare a 6 anni, o il game boy, ci giustifichiamo dicendo “ce l’hanno tutti”, incapaci di essere veri adulti, di giudicare cosa davvero è buono per loro e insegnare loro che c’è un’età in cui c’è bisogno di un adulto, di un maestro che ci aiuti a distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è, perché è falso che non c’è distinzione, che va bene tutto, che quello che per il momento non ammazza non fa male.

Ci lamentiamo delle generazioni di giovani senza gusto, senza amore per le cose buone e belle e ci scordiamo che quei giovani li abbiamo cresciuti noi, siamo noi i loro maestri.
I 7 milioni di figurine puzzolenti le hanno comperate con i nostri soldi, con il nostro permesso, lo stesso permesso o la stessa disattenzione che permette loro di passare ore davanti alla tv a guardare programmi ameni senza un adulto accanto che li aiuti a dare un giudizio, a fare una critica, la stessa distrazione educativa che fa in modo che anziché accompagnarli a guardare le bellezze che li circondano, si tratti di un fiore che sboccia, o di un quadro al museo dietro casa, li scorda davanti alla tv, o li parcheggia ai baby club dove insegnano loro ad imitare gli adulti ballando la macarena.

Chi si rivolge all’infanzia deve avere la coscienza che si sta rivolgendo agli adulti di domani, non ad un segmento di marketing, ad una fascia di consumatori, ma alla pianta fragile e preziosa dell’albero del domani, chi dimentica questo ha una grande responsabilità, sia esso un genitore, un insegnante, un giornalista, un autore o un imprenditore.

Non esistono scuse.
Chi offre ai giovani brutture d’ogni tipo non può autoassolversi, giustificandosi perché in fondo non è l’unico a farlo, c’è già la cattiva televisione, la cattiva pubblicità, la cattiva musica, la cattiva educazione, non sarà certo la cattiva figurina a far la differenza, in fondo se le comperano vuol dire che piacciono.

Ma chiediamoci come potrà amare la musica chi non l’ha mai ascoltata, la storia chi non ha mai incontrato un maestro innamorato della storia che la sappia raccontare, si è tornati ad amare Dante quando Benigni l’ha recitato in tv, e si son riempite le piazze e i teatri per sentire Benigni e i ragazzi dei Cento Canti e il professor Nembrini declamare il canto 33 della Divina Commedia.
Questo vuol dire che il bello piace, ma ci vuole qualcuno che lo sappia indicare.
Quando a scuola si racconta la bellezza della musica, la magia del violino, la poesia del pianoforte, c’è sempre qualcuno a cui vien voglia di suonare.
Se si ricominciasse a trasmettere l’entusiasmo per la matematica, per le scoperte scientifiche, forse non ci sarebbe il calo delle iscrizioni alle facoltà scientifiche universitarie.
Insomma, siamo alle solite, ci lamentiamo delle nuove generazioni che non sanno guardare al futuro e ci scordiamo che siamo noi ad averle cresciute


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15 marzo 2009

UNA SUORA PER AMICO

UNA SUORA PER AMICO 

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può darsi che non sappia cosa dico
scegliendo te una suora per amico...

Ma Andrea Pamparana lo sa bene e
lo spiega nel libro scritto con Suor GLORIA Riva
che sarà presentato a Nova Milanese il 28 marzo 2009
ore 21,00 Sala Gioia Via Giussani 5


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5 marzo 2009

Basterà il 5 in condotta a salvare la scuola?

Basterà il 5 in condotta? Scuola, un'esperienza da comprendere 

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha reso noto i risultati del primo quadrimestre, tre studenti su quattro hanno almeno una insufficienza,  gravi le carenze in  lingue straniere e  matematica, 34.311 gli studenti che hanno 5 in condotta. I commentatori sembrano tutti concordi nel dire che si tratta di un ritorno alla severità, sono stati sdoganati i cattivi voti e forse si crede che in questo modo si tornerà a studiare, ad amare Dante e la matematica, a imparare l’inglese e il latino. Abbiamo posto ad Agostino Fiorello, uno dei soci di CDO Monza e Brianza impegnati in ambito educativo, due domande dalle quali trarre una valutazione a caldo su questi dati. 

Che cos'è la scuola ?  

La scuola è una comunicazione appassionata di sé attraverso una scoperta e la capacità di coinvolgere il giovane in questa esperienza della scoperta.
Per me l'insegnante è un profeta, uno che comunica un fatto interessante capitato a sé e lo condivide con agli altri: la scoperta della realtà nelle sue molteplici forme e aspetti e la sua ragionevolezza, ovvero che la mia ragione è adeguata ad afferrare qualcosa di essa: " adaequatio rei et intellectus " dice S. Tommaso. 
 

Come sta la scuola?

Una scuola che si salvaguarda con i 5 in condotta ha sicuramente perso di vista la scaturigine del suo essere e del fare scuola. Una scuola che si salvaguarda con i 5 in condotta registra oramai una situazione patologica e incancrenita.

Una scuola che non si percepisce come “rapporto con ...” non è più scuola.
Ma la scuola oggi non è così: è un coacervo di frustrazioni e problemi strutturali mai risolti quali il reclutamento degli insegnanti per cui oggi trovi l'insegnante preparato e motivato accanto ad uno completamento ignorante e sicuramente non adeguato ad un lavoro con i ragazzi dentro un sistema dove l'autonomia didattica e amministrativa non esiste e che impedisce o comunque rende molto più complicato il fare scuola a quei molti docenti che la motivazione ce l'hanno ancora nonostante tutto.

In questa deficienza, in questa mancanza, si capisce perché la risposta è solo formale: nelle scuole tecniche e professionali statali con circa 700 studenti sono stati spesi nel 2008 intorno ai 120-140 mila euro per i corsi di recupero (per istituto) e questo maggiore impegno ha comunque comportato un  35-40% di bocciati nei bienni di questi tipi di scuole. Ovviamente le scuole fornirebbero dati molto più incoraggianti indicando percentuali di insuccesso molto più basse. Per questo si ricorre a un vero e proprio bluff:  per abbassare la percentuale di bocciati si fa la somma degli studenti bocciati dalla prima alla quarta superiore e si divide per il totale dei ragazzi frequentanti queste classi. Ma come è noto gli studenti bocciati della terza e quarta superiore sono molto pochi (considerato che si tratta di ragazzi già selezionati)  e così la media complessiva si è abbassata ... e così sembra che i corsi di recupero abbiano funzionato.

La tragedia dei bienni delle scuole tecniche e professionali racconta tutta un'altra situazione: la percentuale nazionale rimane intorno al 40% dei bocciati. La scuola di oggi è una scuola che produce insuccessi. Incredibile.
Ma la vera natura dell'insuccesso è nell'origine dell'azione scolastica: non si è più preoccupati del ragazzo ma di " coprirsi le spalle " ...  se vuoi continuare a leggere
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20 febbraio 2009

Vuole un figlio dal marito in coma...

Un uomo di 35 anni in coma a causa di un tumore fulminante al cervello, la giovane moglie vuole un figlio, che fare?  Ci pensa la scienza, la legge, la medicina tecnologiaca... ma c'è un ma, che vita è questa dove ciò che desidero diventa un diritto?

ASCOLTA  


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11 febbraio 2009

Il "grande bordello"


9 febbraio 2009, Eluana muore, le Tv stravolgono il palinsesto, ma non tutte, Canale 5 se ne frega, punta sul reality, del resto il lunedì è o non è il giorno del Grande Fratello?

Reality che a dire il vero si merita sempre di più il soprannome di “Grande Bordello” perché tutti puntano sui pruriti e sui bassi istinti, consapevoli che la gente guarda nella speranza di vedere qualcosa di piccante.
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Sia chiaro, lo share dà ragione a Canale 5, la puntata di ieri sera del Grande Fratello ha fatto il record stagionale di ascolti battendo gli speciali dedicati alla morte di Eluana Englaro, il reality-show ha avuto il 31.78% di share, pari a 7 milioni e 920mila spettatori, il doppio di Vespa e Fede messi insieme, non c’è che dire.
Quasi ottomilioni di persone a guardare gente che vive la sua quotidianità girando per casa in mutande, preoccupandosi delle proprie tette e del “creapopoli” che ha in mezzo alle gambe, come se si trattasse della loro unica ragione di vita...  continua


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31 gennaio 2009

Balla, Bolle, balla e fregatene dell'arcigay

ASCOLTA

L’estate scorsa con un amico sacerdote e un gruppo di amiche andammo a mangiare una fiorentina in una trattoria toscana.

Era da poco calata la sera e sotto al portico dell’osteria degli attempati avventori stavano seduti al tavolo con davanti un bicchiere di vino, appena ci videro attraversare la strada e dirigerci verso di loro ci squadrarono dall’alto al basso un po’ stupiti.
Bisogna dire che le mie amiche erano vestite in modo eccentrico per la situazione, essendo suore o novizie a diversi stadi del cammino verso i voti definitivi, ognuna aveva un abito differente, blu, interamente bianco o per chi aveva dato i voti Bianco con il velo nero e la stola rossa, bisogna riconoscere che le "adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento" non si fan mancare nulla della tavolozza di colori, appena l’ultima ebbe messo piede dentro la trattoria uno esclamò “ma i pinguini una volta non erano tutti neri?” dando la stura ad una serie di considerazioni sulla sfortuna che porta incontrare le suore e via dicendo.

Razzismo, clerofobia, maleducazione, colorita tradizione toscana?
Fate voi, di certo le mie amiche non potevano pensare di passare inosservate e nella totale indifferenza.
Dico questo perché mi sembra che stiamo vivendo in una particolare situazione in cui spesso gruppi di persone accusano chi sta loro intorno di intolleranza, perché non sono indifferenti alle loro manifestazioni spesso eccentriche, capite che Platinette in televisione fa audience, ma dal panettiere di certo crea curiosità, come se entrasse un incantatore di serpenti e tutti dovessero fingere indifferenza per non essere additati come razzisti.

Siamo sicuri che l’ostentazione gay faccia del bene alla causa?
A chi giova il continuo puntualizzare il problema gay?
A coloro che se fanno il medico cono un bravo medico indipendentemente da chi li aspetta a casa?
A quelli che se fanno l’operaio, il tassista o l’imprenditore valgono in quanto persona e non per le loro scelte sessuali?

Daniele Silvestri cantò qualche anno fa “Gino e l’alfetta” . La canzone parlava di un gay sposato con Maria, che aveva però un uomo come amante.

Maria sei sempre mia
sei l'unica possibile
ma di Gino io mi fido un po' di più (…)
Gino ha i miei stessi punti di vista
e per adesso mi basta


(…)
mi dirai: come fai
come mai non lo sai cosa sei
sei diverso da noi
ma che vuoi, sono gay fatti miei
che disturbo ne hai
quale enorme disagio ne trai


la canzone divenne l’inno del gay pride, benissimo, ma allora perché tanto clamore per Povia che canta Luca era gay? Se Luca ha cambiato idea, saranno ben fatti suoi, “che disturbo ne hai
quale enorme disagio ne trai”

Io dico che è giusto pretendere che non vi siano discriminazioni, che gli uomini e le donne siano uguali nei diritti e nei doveri davanti alla legge, davanti a Dio lo sono già.
Ma chi vuole promuovere questi diritti sbaglia a tirare la giacchetta di tutti.

Pensare che sbandierare il proprio privato, sessuale e no, possa giovare alla causa è un errore,
che il bravissimo e fascinoso, 

Roberto Bolle, Ballerino della Scala di Milano sia o non sia gay, Cambia qualcosa?
E’ bravo, e anche molto bello, per il resto sono affari suoi.

Uno deve essere libero di proteggere il suo privato, quella privacy di cui tanto si parla a sproposito ed invece si cerca in ogni sua intervista in ogni sua vacanza, la foto rubata, la parola detta che possa portarlo allo scoperto,. Che possa liberarlo dal silenzio, ma chi l’ha detto che questo sia ciò che lui desidera?
Cosa porta in più alla sua arte, alla sua persona dichiarare o no in pubblico i suoi gusti? Un attore a cui piacciono le bionde, recita meglio di un altro a cui piacciono le bruttine stagionate o gli uomini?

Saranno ben fatti suoi, o no?
Invece il noto ballerino è stato costretto a dare chiarimenti ed ha dichiarato:
 
“Come è ormai risaputo non amo parlare della mia vita privata e non rilascio mai dichiarazioni sulla mia sessualità e su quella di terzi” (…)
Rimane la mia simpatia e il profondo rispetto per le persone omosessuali. Rimango sempre stupito nel constatare come tutto quello che è gossip e fantagossip viaggi più veloce delle notizie che riguardano invece la cultura e l'arte, che sono invece gli unici argomenti di cui amo parlare e di cui mi faccio portavoce.”

Balla Roberto, balla, e fregatene dell’arcigay a noi piaci come sei. 

Roberto Bolle nasce il 26 marzo 1975 a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria.


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18 gennaio 2009

Luca era gay

 




Se non è lecito criticare Cecchi Paone, una volta eterosessuale, sposato con prole, poi divenuto gay.

Perchè tanto putiferio per la canzone che Povia presenterà a Sanremo, "Luca era gay", di cui non si conosce il testo ma solo il titolo?

Forse l'arcigay teme che qualcuno possa sostenere che è possibile anche ritrovare la propria eterosessualità e che la felicità e la serenità non stia esclusivamente dalla loro parte?


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9 dicembre 2008

l'Immacolata "vista" in 3^ A


lunedì 8 dicembre 2008

Penso che tutti gli insegnanti di religione hanno approfittato della festività religiosa, l’Immacolata Concezione, 8 dicembre, per riflettere e approfondire la straordinaria festività. L’Immacolata Concezione appunto.
In una terza classe dell’ITC di Grassano dopo aver dato materiale agli alunni per approfondire tale festività, ho invitato alcuni alunni a porre le domanda e a chi sapesse le riposte di farlo con molta libertà
Giovanni Vignola ha posto alla classe la seguente domanda:
Sapete quale Papa proclamò il dogma del’Immacolata Concezione?
Fu il papa Pio IX che proclamò l'8 dicembre 1854 il dogma dell'Immacolata concezione di Maria” esordisce Antonella Rapanaro, “e lo fece con la costituzione apostolica Ineffabilis Deus” – continuò Giovanna Dezio.
Che cosa è Ineffabilis Deus? – chiede Tiziano Smaldone
Il documento – asserisce con sicurezza Giovanna Bortaccio - passa in rassegna la tradizione della chiesa in merito all'Immacolata, indicando che le radici del dogma si trovano nel lungo tempo in cui è stata celebrata la festa dell'Immacolata nella chiesa occidentale e orientale.”
Richiama anche – intervenendo Francesco Montesano - l'assenso espresso nel 1849 da parte dei vescovi cattolici di tutto il mondo nel momento in cui fu loro chiesto di esprimere la loro opinione in materia.”
E’ la prima volta che si parla di Immacolata Concezione?” – chiede Ivan Abbatangelo
Un altro appoggio alla celebrazione dell’Immacolata Concezione chiarisce Francesca Gesualdi - venne nel 1830 con le apparizioni della Vergine a Caterina Labouré, che promosse la diffusione della Medaglia Miracolosa con l’invocazione: “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”.
Professore, grida Carmela Debellis dall’ultimo banco – perché non ci dice quali fraintendimenti provoca tale festività?

L’Immacolata Concezione è spesso fraintesaafferma il professore - da chi è privo di una sufficiente istruzione catechetica: viene confusa con il concepimento verginale di Gesù. Diciamo subito che il Nuovo Testamento non dice nulla sulla concezione di Maria. La riflessione teologica dei primi secoli toccò sì Maria, ma in modo indiretto. I primi due dogmi mariani, infatti, cioè la Verginità di Maria e la Maternità divina, erano prettamente cristologici, nel senso che erano affermazioni fatte su Maria, ma con il fine di salvaguardare verità riguardanti Gesù. Quando diciamo che Maria è stata concepita senza macchia di peccato, diciamo che è stata redenta nel modo più perfetto possibile: il peccato non l’ha potuta nemmeno sfiorare. Questa sua Concezione Immacolata, però, è un dono totalmente gratuito di Dio.”
Un bel modo di far lezione, ma soprattutto un bel modo di ricordarsi e ricordare una festività che molti stanno archiviando.
All’insegnante vien da dire: “Ma perché dicono ancora che non c’è più religione?

di Nicola Incampo




15 novembre 2008

Sembrano parole "moderne" e invece...

 


L'amico Giovanni mi segnala queste parole che sembrano ascoltate oggi e invece...



«...Per quanto riguarda coloro che desiderano morire perché un tempo sono stati sani e ora non ce la fanno più, ebbene io credo che lo Stato, che ci impone il dovere di morire, debba anche darci il diritto di morire»

Dal film "Ich klage an" (Io accuso) - Germania, 1941 (propaganda pro-eutanasia)

«... ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano disponibile del loro stato di salute possa essere concessa una morte pietosa.»

Lettera di Hitler a Bouhler e Brandt
 
Il nemico, che spesso usa travestirsi da "angelo di luce", ultimamente si traveste da angelo della "libertà" e della "pietà".
Giovanni




29 ottobre 2008

Appartengo a una minoranza. Tutelatemi!

Gazzettino di Padova: «Niente 4 Novembre, per tutelare le minoranze» Alcuni insegnanti della cittadina veneta non vogliono far partecipare gli studenti alla cerimonia per la celebrazione della Vittoria


ASCOLTA

Io non mangio formaggio, lo detesto, m’infastidisce anche l’odore, non capisco come si faccia a rovinare la pasta al ragù con il parmigiano. Non condivido, né apprezzo lo sguardo sazio e compiaciuto di chi gusta il formaggio con il miele, lo so, appartengo ad una minoranza.
Secondo voi, in nome della tutela delle minoranze, potrei chiedere ai miei familiari di astenersi in mia presenza, dal cospargere la pasta con il formaggio grattato?
Secondo voi, potrei chiedere ai ristoratori di togliere dal menù i piatti che riportano nel nome la parola “formaggio”?
Banditi ad esempio: la pizza ai quattro formaggi, risotto al gorgonzola, formaggio con le pere e via elencando.
Adducendo a motivo di questa richiesta, che mi sento oltraggiata, m’infastidisce l’odore e la vista di persone che non rispettano il mio disappunto e che con il loro atteggiamento mi rovinano l’appetito.
Una richiesta di questo tipo, spero sarebbe presa per folle, ma se oltre a non amare il formaggio dicessi di appartenere ad una minoranza religiosa che tra le prescrizioni del proprio credo ha quello di astenersi dal mangiare, toccare e persino leggere il nome di qualsiasi formaggio, forse potrei farcela.

Si sta diffondendo in Italia una strana epidemia, la chiamano “rispetto delle minoranze”.
Così dopo le richieste di abolizione del presepe nelle scuole, del crocefisso nelle aule, della carne di maiale dai menù scolastici, ora è la volta dell’alzabandiera in commemorazione dei defunti della prima guerra mondiale.
Badate bene, non sono le “minoranze” che lo chiedono, ma è l’eccesso di 'zelo' da parte di qualcuno che propone queste iniziative.

Le maestre di una scuola di Villafranca Padovana, e mi piange il cuore che questa cosa arrivi da Padova, dove ho radici vive e forti e dove mi hanno insegnato il rispetto e l’orgoglio per la tradizione, ma sta di fatto che queste maestre zelanti hanno deciso di non portare i bambini alla cerimonia dell’alzabandiera e della posa della corona di alloro in memoria dei caduti della prima guerra mondiale il 4 novembre.
Motivo? Non offendere le minoranze.
Siamo arrivati non a sfiorare il ridicolo, ma ad esserci immersi nel ridicolo.
Con questo criterio dovremmo abolire tutte le feste religiose e laiche, per non urtare chi non le condivide, forse costoro aspirano ad una società senza passato e senza futuro dove si può vivere solo l’istante, ignorando che questo porta alla pazzia, perché non sappiamo chi siamo se non sappiamo da dove veniamo.

Ma la cosa incredibile è che davanti a questa “minoranza di maestre” nessuno faccia nulla e tutti si dicano impotenti, del resto anche le maestre appartengono a una minoranza, quella degli educatori che con il loro atteggiamento cercano di distruggere la storia, la cultura, le tradizioni e quindi il futuro di chi è loro affidato.

Al direttore didattico e al sindaco di Villafranza Padovana, consiglio di promuovere l'ottimo e istruttivo seminario in corso a Milano, Brescia e Cremona. "Conoscere l'islam. Incontrare i musulmani" organizzato da Diesse e tenuto da una brava e magistrale Valentina Colombo, insieme ad altri relatori che bene hanno spiegato cose che nelle nostre scuole non sono per nulla ovvie, e i fatti ce lo dimostrano.





16 ottobre 2008

brutti, bianchi e razzisti?


Ignoranti, pavidi, stupidi, vigliacchi,  privi di capacità e d'ingegno, nullità, penosa e noiosa classe mediocre, incivile e selvaggia"
A chi sono diretti questi insulti?
Da un razzista imbecille a un gruppo di immigrati raccolti fuori dalla stazione centrale di Milano?
NO.

Da un capo-cantiere,  sfruttatore a un gruppo di manovali albanesi che hanno sbagliato le misure di un muro di cinta?
NO.

Sono alcuni degli insulti che Dacia Valent giornalista già parlamentare europea ed esponente di Rifondazione Comunista, ha ben pensato di indirizzare agli italiani in una lettera che è un capolavoro già dal titolo: "Italiani bastardi, italiani di merda" pubblicata un paio di settimane fa.

Sia chiaro che chi le ha risposto per le rime  s’è preso un rincaro di dose, perché il razzismo e la maleducazione sono una strada a senso unico, una strada che presa dall’altra parte non si chiama più razzismo, ma espressione vivace e colorita di un pensiero democratico.

Pertanto resta il dubbio, l’Italia è un paese razzista?
Se si, di chi è la colpa?

Pare infatti che episodi di violenza accaduti in questi ultimi tempi nel nostro paese abbiano fatto gridare all’emergenza razzismo ed individuare i colpevoli in coloro che vorrebbero maggiore rigore contro gli immigrati, maggiore rispetto delle leggi.

Così l’altro giorno mi chiedevo se davvero vivo in un paese razzista e non me ne sono accorta.
Provate a criticare in pubblico o tra colleghi il comportamento di alcuni immigrati, troverete subito chi ne prende le difese, perché i cattivi sono solo e sempre gli altri, i datori di lavoro, i proprietari di casa, i vigili urbani o i poliziotti.
Eppure so per esperienza che non è così.
Conosco imprese edili che non solo danno lavoro ad extracomunitari in regola e non in nero, ma che si trovano a dover fronteggiare spesso,  le loro ferie che durano due mesi senza preavviso perché al paese c’è bisogno di loro, l’affitto non pagato per il quale il datore di lavoro si trova a far fronte, ci sono immigrati che quando scoprono che il lavoro in regola del figlio comporta che nel loro stipendio non venga conteggiata la deduzione per i figli a carico, decidono che è meglio che il figlio non lavori o si trovi qualcosa non in regola da fare.

Conosco immigrati che in Italia hanno grandi e belle imprese di pulizia dove lavorano i loro connazionali.
In regola? Farei un controllino, in alcuni casi si scoprirebbe che anche quando sono in regola lasciano mensilmente un compenso di riconoscenza al loro datore di lavoro.  
Con questo non voglio dire che non vi siano situazioni da sanare, che non vi siano luoghi dove si creano tensioni, ma non direi  Italiani razzisti.
La generalizzazione non aiuta l’integrazione.
Io dico che regole chiare e rispettate da tutti, sono un segnale e anche una "educazione" che indica la strada per l'integrazione.
 
Spesso è il non rispetto delle regole, il trattamento diversificato che crea inimicizia e tensioni.
Perché dove le regole sono condivise il disagio sparisce. Esempio? Periferia milanese, condominio di 14 appartamenti, senza giardino, senza cortile, solo le scale in comune, il proprietario dell’ultimo piano affitta l’appartamento a un gruppo di marocchini, questi occupano l’appartamento, lo subaffittano ad amici,  d’estate dormono sul balcone, la notte  bivaccano sulle scale,  i condomini cominciano a protestare, ce l’hanno con i marocchini sono razzisti, insensibili? No, io direi che sono persone che vedono la loro quotidianità minacciata. A forza di richiami e di consigli gli inquilini marocchini iniziano ad osservare il regolamento, nel frattempo hanno imparato un po’ la lingua e questo permette loro di interagire con gli anziani del palazzo, rispondono al saluto dei vicini, imparano a fare la raccolta differenziata dei rifiuti, il malumore e il pregiudizio cadono.
L’altra sera alla riunione condominiale qualcuno ha detto, “i marocchini non si toccano,  sono meglio del signor 'X' che dopo vent’anni ancora non sa fare la raccolta differenziata".

Poi, l’Italiano razzista ci sarà senz’altro, come del resto la Dacia Valent di turno, ma  soffiare sul fuoco dei singoli episodi per dire di un popolo intero che è razzista non solo è ingiusto ma è dannoso.
Bisogna educare, bisogna ricordare il passato e la storia, anche con i "terroni" c'è stato razzismo, quando paintavano i pomodori nella vasca da bagno.

ASCOLTA su www.radioformigoni.it




8 ottobre 2008

Immagini


l'incontro con alcuni amici dell'associazione Magdi Allam

 
momenti dell'incontro: "Sacralità della vita, dignità della persona"


il pubblico


i relatori


l'assessore alla cultura Rosaria Longoni


Magdi Cristiano ha fatto dediche sino alle due a lettori in fila... 






il pubblico.



Con i soci fondatori e alcuni amici dell'associazione culturale
Felicita Merati




5 ottobre 2008

Magdi Cristiano Allam: "l'angoscia degli italiani... "


L'angoscia degli italiani convinti che se l'islam non è riformabile il futuro è a rischio e la guerra di religione inevitabile

La mia risposta è che il dialogo non lo si fa con l’islam ma con i musulmani. Ed è certamente possibile, anzi doveroso, il dialogo con i musulmani che, optando di convivere nel nostro spazio fisico, rispettino i diritti fondamentali dell’uomo e condividano i valori non negoziabili
Di Magdi Cristiano Allam
Cari amici,
Nel giro di una settimana, per tre volte ho toccato con mano l’angoscia degli italiani di fronte alla percezione dell’impossibilità del “dialogo con l’islam”. A manifestarla tre persone diversissime tra loro. Lunedì 29 settembre l’ha fatto suor Maria Elena, madre superiora delle monache di clausura delle Clarisse a Città della Pieve, nel corso di un suggestivo incontro che ho avuto con una trentina di monache, separati da una grata all’interno del monastero. Mercoledì 1 ottobre è stata la volta di uno dei partecipanti all’incontro pubblico che ho tenuto a Como in compagnia di monsignor Alessandro Maggiolini. Venerdì 3 ottobre a comunicarmi quest’ansia è stata la giovane amica Alessandra Boga, durante la cena che ha preceduto l’incontro pubblico a Nova Milanese, finalizzato all’inaugurazione della Associazione culturale Felicita Merati.
La domanda comune che mi è stata rivolta si può riassumere così: “Se è proprio vero che l’islam è incompatibile con i diritti e i valori fondanti della civiltà occidentale, se di conseguenza diventa impossibile dialogare con l’islam, significa dunque che non vi è alcuna alternativa allo scontro tra le religioni e le civiltà?”.
La mia risposta, sempre sinteticamente, è realistica e fiduciosa: “Il dialogo non lo si fa con l’islam ma con i musulmani. Ed è certamente possibile, anzi doveroso, il dialogo con i musulmani che, optando di convivere nel nostro spazio fisico, rispettino i diritti fondamentali dell’uomo e condividano i valori non negoziabili che sostanziano l’essenza della nostra umanità”.  continua 




22 luglio 2008

Nicole tradita dalla voglia di vivere al massimo

 

Un professore che l’aveva conosciuta alle scuole medie, assicura che Nicole Pasetto era una ragazza “con la testa sulle spalle”.
Era in vacanza con i suoi genitori a Sottomarina e si era portata i libri per ripassare, anche se non aveva debiti da riparare.
Nel suo diario sul web Nicole si descrive come un’adolescente come tante, romantica, che ama l’alba e il tramonto, non beve birra, ma fuma molto e spera presto di poter prendere la patente, racconta che cerca amicizia, che quando si annoia fuma e si racconta così: <em>«...c'era una volta una piccola bambina di nome Nicole. era sempre triste, chiusa in se stessa e voleva sempre e solo la sua mamma; amava stare da sola.. col tempo il suo carattere è cambiato molto facendola diventare una ragazzina ribelle che non aveva paura di niente e che odiava il mondo che la circondava, poi gli anni sono passati fino a che la ‘piccola Nichi’ è diventata un'adolescente con tanta voglia di vivere al massimo la vita, tanta voglia di divertirsi, di fare tutte le esperienze possibili e di essere sempre lei stessa».</em>

Parole che potrebbero scrivere tanti adolescenti, la voglia di “vivere al massimo” di provare tutte le esperienze possibili e allo stesso tempo di rimanere se stessi.

Se stessi? Il guaio è che spesso gli adolescenti non sanno chi sono, le esperienze possibili che incontrano sulla loro strada sono esperienze di sesso, droga, sballo, e non esistono persone capaci di indicare loro altre strade, di dire loro che per trovare se stessi bisogna misurarsi con la vita e non con la fuga da essa.

Sono finite le generazioni dell’impegno politico o sociale, gli adolescenti come Nicole guardano Uomini e Donne, sognando di innamorarsi di un bel fusto che gioca a fare l’innamorato per raggiungere per una via che spera breve fama e denaro.

Poi arriva una sera d’estate, la tradizionale <strong>Festa del Redentore</strong>, molti ragazzi come da tradizione si ritrovano sulla spiaggia del Lido di Venezia, ci sono anche Nicole e le sue amiche, pare abbiano fatto una colletta per acquistare la droga della morte.
Nicole si accascia sulla spiaggia, inutile la corsa all’ospedale di Dolo, Nicole non ce la fa.

La sua vita al massimo, il suo desiderio di provare tutto l’ha tradita e noi siamo qui a chiederci perché, dove abbiamo sbagliato, dove non abbiamo capito, e i giornali ci chiedono di rispondere ad un sondaggio - sei favorevole o contrario al test antidroga fornito alle famiglie per sapere se il proprio figlio nel fine settimana si droga.

Ma il problema non è nemmeno la droga, nè l’adolescenza, non è la libertà, il problema è la mancanza di educazione alla responsabilità.
Responsabilità verso se stessi, verso gli altri, chi parla più ai giovani di responsabilità?
Chi li educa ad assumersi degli impegni, a mantenerli, a prendersi cura degli altri?
I nostri ragazzi sono privi di proposte positive con cui confrontarsi, misurarsi ed affrontare la quotidianità e nella migliore delle ipotesi diventano apatici, solitari, oppure aggressivi, cinici.

Diceva una madre l’altro giorno, che gli oratori feriali non le sembravano un posto sicuro, perché gli “educatori” sono poco più che adolescenti che si prendono cura dei bambini più piccoli, meglio la professionalità dei centri gestiti da professionisti, sarà, ma io mi chiedo, in quale altro luogo s’insegna la gratuità? Il prendersi cura di chi è più piccolo gratuitamente? In quale posto si cresce guardando “i grandi” che giocano con te, che ti preparano la merenda,  ti medicano il ginocchio sbucciato, altri che sudano su un campo da calcio, che sedano le liti, ti precedono in montagna e ti segnano la via, gratuitamente?
E lo fanno bene, con impegno, con la consapevolezza di "andare al massimo" e i più piccoli guardano e imparano la responsabilità.




7 luglio 2008

Mamme "di gruppo"

Diventare mamme in gruppo: anche in Massachussets la realtà non si decide a tavolino

ASCOLTA


“L’amore non è un’avventura.
Prende sapore da un uomo intero.
Ha il suo peso specifico.
E’ il peso di tutto il tuo destino.
Non può durare un solo momento.
L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore.
Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio - solo Lui è l’Eternità”.

da “La Bottega dell’Orefice” di Karol Wojtyla – 1960

Gloucester è un piccolo villaggio di pescatori del Massachussetts, a sud di Boston, il liceo conta 1.200 studenti e le statistiche dicono che vi sono in media 4 studentesse che ogni anno attendono un figlio.
Ma sino ad ora si era sempre trattato di gravidanze non volute, incidenti di percorso, quello che invece i giornali ci raccontano in questi giorni è differente.
Si tratta di un patto tra studentesse, fare un figlio e allevarlo tutte insieme, un figlio da cui pare le ragazze si attendano un amore incondizionato, il padre? Pare si tratti per così dire di “maschi occasionali”, usati allo scopo.

Il preside Joseph Sullivan ha riferito che le ragazze non incinte si sono dimostrate deluse, e ha aggiunto: “Non ci capacitiamo di questo fenomeno: uno dei padri è un minorenne, un altro è un senza tetto di 24 anni, un altro è un poco di buono”.
A gettare luce sull’accaduto è stata una studentessa di 18 anni, Amanda Ireland, che l’anno scorso diede alla luce un maschio, e che tacque il nome del padre. “Al liceo si fa sesso - ha dichiarato alla rivista Time che l’ha intervistata - ma le mie compagne sono state dissennate. Non è facile allevare un bambino da sole, né sentirsi amate quando ogni notte ti sveglia alle tre. Non si finisce più la scuola”.

La giovane ha attribuito l’evento alla crisi della famiglia in America e in particolare a Gloucester: “Molte di noi si sentono incomprese e trascurate. Ma io so di avere sbagliato, un figlio ha bisogno di un padre e di una casa”.

Chissà, forse anche le adolescenti che ora attendono di mettere al mondo questo figlio fatto per solidarietà femminile, tra qualche tempo la penseranno allo stesso modo.

Quello che colpisce però è la reazione degli adulti.
Il medico e l’infermiera della scuola si sono dimessi: “Avevamo capito che cosa stava succedendo, e avevamo chiesto che fossero distribuiti profilattici agli studenti e che intervenissero degli psichiatri” ha protestato il medico. “Ma l’Ospedale Addison Gilbert, da cui noi dipendiamo, ha respinto la nostra richiesta.”
Insomma, secondo il medico è tutta colpa dello scarso numero di profilattici messi a disposizione, come se una scelta, pur così dissennata ma libera, avesse potuto essere arginata da un profilattico.

Anche l’assessore cerca di porre rimedio all’aumento delle gravidanze negli adolescenti: “Abbiamo aperto corsi sull’istruzione sessuale per le famiglie e abbiamo chiesto l’aiuto delle parrocchie. Prenderemo misure per la riapertura dell’anno scolastico”.
Insomma, pare che la confusione regni sovrana, e come spesso accade, ci rivolge alla “tecnica” anticoncezionali e educazione sessuale come rimedio.

Chissà se qualcuno ha mai parlato a queste adolescenti di amore, di quell’amore che vuol dire amare un altro da sé, volere il suo bene, desiderare di condividerne la vita e il destino.
Non è di anticoncezionali che hanno bisogno queste adolescenti, li conoscono e hanno scelto di non usarli, hanno bisogno di maestri di vita, di persone capaci di amare che stiano loro vicine in questa scelta oramai fatta che forse le porterà a crescere, ma non senza fatica.
Hanno bisogno di sperimentare che non si chiede ad un figlio “amore incondizionato”, perché un figlio non è mai una proprietà, è un altro da sé.
Hanno creduto che essere in tante e tutte con un figlio da crescere rendesse più semplice il compito, sperimenteranno che la realtà non ti viene mai incontro nel modo che tu hai stabilito.


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29 aprile 2008

François Michelin, quello delle gomme

 

Si è svolto lunedì 21 aprile a Milano, il primo degli appuntamenti che promuovono il progetto sponsorizzato da Diesse Lombardia “Lavorare per conoscere, conoscere per lavorare”. La proposta didattica è rivolta agli alunni e agli insegnanti di tutte le scuole secondarie di I e II grado e dei percorsi di Istruzione e formazione professionale della Lombardia.

Piove a Milano e fa freddo in questo aprile che volge al termine, arrivano nel salone dell’auditorium gruppi di ragazzi, rumorosi e disordinati come sanno essere i ragazzi, un disordine allegro, i display dei cellulari si illuminano nelle loro mani, gli insegnanti che li accompagnano fanno occupare loro anche le prime file che diserterebbero volentieri, forse, potendo scegliere preferirebbero stare a casa davanti alla televisione, o al cinema a vedere l’ultimo film di Muccino.

Dal palco annunciano che François Michelin “quello delle gomme”, 

        

arriverà con qualche minuto di ritardo, il suo aereo privato è atterrato, ma il traffico di Milano ne rallenta l’arrivo, si sentono commenti in sala, parte un timido applauso.
Pochi minuti dopo, da una porta laterale entra un signore anziano, elegante, saluta tutti e prende posto al tavolo della conferenza accanto alla sua interprete e agli altri relatori.
François Michelin presidente onorario della Michelin inizia a raccontare, si presenta dichiarando alla platea la sua età, 81 anni, il numero dei figli e i loro anni di nascita, poi parla della moglie molto malata, hai subito l’impressione che ti stia mettendo tra le mani un inatteso regalo, un pezzetto della sua lunga, e avventurosa vita.

Poi chiede ai ragazzi in platea: “Cosa vi aspettate da me?” La risposta si fa attendere e allora racconta loro la storia dei tre tagliapietre a cui un passante chiede: “Cosa stai facendo?”
Il primo risponde “taglio una pietra”, il secondo “faccio una scultura”, il terzo “costruisco una cattedrale”.
“Lì sta l’essenziale della nostra attitudine, ciò che qualifica un lavoro è lo scopo a cui uno vuole arrivare, Quello che è straordinario nel vostro paese, è che chi lavora in azienda viene chiamato -operaio- colui che fa un’opera, qualunque lavoro faccia”, dice monsieur Michelin.

I ragazzi ascoltano, di tanto in tanto si distraggono, qualcuno alle mie spalle fa la solita constatazione, - “bella forza suo nonno aveva i soldi”, mi chiedo cosa diavolo abbiamo passato a queste nuove generazioni, che idea di lavoro, di fatica, di onore abbiamo passato loro?

E’ la volta dell’intervento di Giuseppe Angelico, amministratore delegato della Ceccato S.p.A., i ragazzi paiono distrarsi, lui spiazza subito la platea dicendo che è contento di stare in mezzo ai ragazzi, ma se qualcuno crede di avere cose più importanti da dire lui cede volentieri il posto.
Si rifà silenzio.
Racconta di come il lavoro sia la sua vita, ma quando ti capita di scordarti che non sei tu che fai la realtà, allora il lavoro diventa faticoso, perché non risponde al tuo progetto.
Poi parla della sua fabbrica, dei pezzi di acciaio che ogni giorno vengono, forati, rettificati e dice: “cerco di fare cose belle, così belle che è impossibile che uno come me, quasi cieco, possa farlo senza che un Altro lo voglia”.

Il terzo relatore, ha voluto essere presentato solo come un lavoratore, si chiama Claudio Bottini lavora da 35 anni in banca, fa bonifici, appena lo dice un pensiero mi sfugge, penso 'che tristezza' e subito me ne pento, perchè lo conosco, ne ho sentito molto parlare è una persona che molti amano e stimano, per molti giovani è un punto di riferimento, un maestro, ma ci sono cascata anch’io con quel pensiero banale.
Bottini, racconta che non è il lavoro che rende liberi, ma è ciò per cui si lavora. Lui si dice contento della propria vita: "Ogni gesto che si compie ha un nesso con qualcosa di più grande e di più profondo. Essere consapevole di questo legame, ti appaga completamente".
E' proprio così, se hai la consapevolezza di partecipare alla costruzione della cattedrale, anche fare bonifici, lavorare alla catena di montaggio, o rifare i letti tutti i santi giorni, assume un valore speciale, ma se non hai chi ti aiuta a rinnovare questa consapevolezza, ci caschi, ti conformi al comune modo di pensare.

Spazio alle domande, i ragazzi sono un po’ intimiditi, uno chiede a Michelin perché suo nonno non si arrese dopo che il primo esperimento fallì, allora monsieur Michelin sorride e racconta di Fausto Coppi, un uomo che quando sbagliava si chiedeva perché, dove aveva sbagliato, ma non si arrendeva e poi rivolto al ragazzo che aveva posto la domanda: "credo che lei sottovaluti le sue capacità, ricordi che può fare meglio”.
Poi rivolto ai ragazzi "ricordate che potete diventare qualcosa che è dentro di voi e che non sapete ancora cos'è".

Brusio, in sala, il problema dei soldi rimane irrisolto e allora eccola la domanda, - ma lei ha tanti soldi?- del resto da tutte le parti si insegna ai giovani a rincorrere il denaro facile, si insegna loro a guardare a chi crea, fa impresa, o come a un privilegiato che si è trovato il lavoro già fatto o a un disonesto, se ha fatto fortuna di certo deve aver fatto qualcosa di poco onesto.

Michelin: “i soldi devono essere un servitore non un padrone, se diventano un padrone si finisce come nella società odierna”

Angelico: ”avete presente il telecomando della tv, quelle righe verdi che indicano il volume che viene alzato o abbassato? Quel brevetto ha fruttato milioni di euro a chi lo ha inventato, dove sta il genio di chi lo ha inventato? Il genio dell’imprenditore sta nel leggere la realtà.

Concludendo l’incontro Andrea Caspani di Diesse, cita una frase di Antoine de Saint Exupéry: “Se vuoi costruire una nave non radunare gli uomini per raccogliere legna e distribuire compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare” e capisco che nelle testimonianze che abbiamo appena ascoltato a questa nostalgia “del mare” è stato dato un nome concreto.




20 aprile 2008

Red Ronnie racconta William Congdon

L’artista di origine americana ha vissuto una lunga parte della sua vita in Italia, di cui gli ultimi venti anni in una cascina della Bassa Milanese, figura di spicco nel clima sorto intorno alla nascita dell’action painting americana è rimasto comunque molto legato al figurativo, dai memorabili scorci su Venezia, alle prospettive aeree sul Colosseo alle essenziali vedute della pianura lombarda.



L'ultimo quadro dipinto da Congdon


"Vi è l'occhio vegetativo, occhio di questa riva, che vede l'apparenza, che vede la "cosa", che vede come vede il cane. Poi c'è l'occhio dell'altra riva, occhio che intravede la Presenza e non vede quell'albero in fondo al campo, ma vede il nulla in cui sta nascendo l'albero, in trasfigurazione da oggetto a immagine dell'albero".
W. Congdon 1994

Ascoltate l'ìntervista di Red Ronnie a Congdon, ne vale davvero la pena, è una lezione di vita, mi veniva in mente che a volte diciamo che la "bellezza salverà il mondo", poi ci sono attimi in cui questa affermazione diventa chiara, le parole dell'artista sono uno di questi attimi.

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29 marzo 2008

Afef Jnifen Vs Magdi Cristiano Allam

    

La bella Afef non ce la fa a tacere, e così si ricorda del suo essere musulmana e si scaglia contro Magdi Cristiano Allam, dice di non essere interessata alla sua conversione, già, fermarsi un attimo a riflettere su questo, chiede un uno sforzo che non tutti sono disposti a fare, ma a suo dire Magdi Allam ha un solo scopo:
 
" vuole soltanto alimentare i conflitti, infiammare lo scontro di civilta' per cercare di passare alla storia come un simbolo e una vittima di questa crisi. E' diabolico, ma non ci riuscira'".

Più che passare per vittima, Magdi mi pare uno che NON fa la vittima, nonostante ne abbia motivo, vive blindato, con una condanna a morte sul capo, in un paese dove si può insultare il Papa e il presidente della Repubblica, dove si possono infrangere le vetrine delle banche e incendiare i rifiuti senza che nessuno ti cheida di pagare il conto.

"Afef Jnifen cita una serie di esempi di tolleranza e dialogo in paesi arabi, di cui Allam "non parla mai. Lui cita soltanto esempi di conflitti". Questo non significa - fa notare Afef - negare che nel mondo musulmano ci siano gli integralisti, ma "nessuno oserebbe dire che poiche' Mussolini e Hitler erano cristiani il cristianesimo sia violento". "Gli articoli che da anni scrive Magdi Allam sono stati molto dannosi per la comunita' arabo-musulmana in Italia", aggiunge Afef; "Allam ha troppo astio dentro di se', mi auguro che ora dopo il battesimo trovi pace interiore, lo dico senza ironia". "Ci risparmi - conclude - altre lezioni di malafede tra le religioni, anche il Vaticano ha capito che crea zizzania fra due mondi che cercano un dialogo difficile, ma molto importante. Caro Magdi, alla faccia tua il dialogo continuera'". (AGI) - Roma, 28 marzo

La signopra Afef ha perso un'occasione per tacere, poteva andare a bere un caffè da Magdi Allam e fare due chiacchiere con lui, avrebbe capito che molte delle cose che pensava e stava per dire erano sbagliate, peccato, ha perso un'occasione.
Chi conosce Magdi Allam, sa che non conosce astio, che non ha come scopo creare ostilità e conflitti, ma conosce la realtà e la guarda con disincanto, non fa lezioni di malafede e non aspira a fare in modo che non vi sia dialogo tra cattolici e musulmani.
 E' una persona che ha il coraggio delle sue idee e delle sue scelte, uno che paga di persona questo coraggio e molti di quelli che si riempiono la bocca di consigli inutili e di giudizi dati senza conoscere, lo fanno perchè le loro parole sono vuoto a perdere, danno tutt'alpiù un pò di notorietà, ma nessuna grana.




23 marzo 2008

Magdi Allam riceve il battesimo

 

Citta' del Vaticano, 22 mar. - (Adnkronos) - <em>Nel corso della Veglia pasquale di questa notte il Pontefice amministrera' il battesimo a 7 persone, 5 donne e due uomini provenienti da diversi Paesi. I catecumeni che riceveranno il battesimo questa notte provengono dall'Italia, dal Camerun, dalla Cina, dagli Stati Uniti, dal Peru'. Fra di essi vi e' anche Magdi Allam, noto giornalista di origine egiziana, vicedirettore 'ad personam' del 'Corriere della Sera'...</em>

Che il cammino di un uomo, la sua ricerca di verità, lo porti a fare una scelta così grande e nel suo caso anche coraggiosa e rischiosa, mi commuove.
Mi commuove perchè rivela a me stessa, il mio essere spesso, tiepidamente cristiana, stancamente cristiana.
Ecco perchè ringrazio Magdi Allam, perchè la sua scelta, è per me un richiamo a vivere, quotidianamente, pienamente, consapevolmente, la Grazia della fede.
Benvenuto nella comunità dei cristiani caro Magdi!



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