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Ventura scrive Riccardi rispone

Ventura scrive ad Avvenire, Riccardi risponde e pare subito chiaro che ci sono omosessuali alla "Ventura" e altri che invece vogliono chiamarsi "famiglia" adottare figli e fingere che tutte le unioni siano uguali.  

Lettere (22 giugno 2007)  AVVENIRE

Diritti tutti riconoscibili se si salva il matrimonio

Cara Redazione di Avvenire,

ho letto l’editoriale di Folena sul Pride di Roma. Ci sono stato, ho partecipato, mi sono appassionato per una rivendicazione di diritti che investe la mia vita direttamente. Accolgo con interesse, come sempre, come la mia educazione di (ex) cattolico mi ha insegnato, ogni apertura al dialogo, eppure vi chiedo: è apertura quella di chi mi indica come «intrinsecamente disordinato» contro ogni evidenza scientifica? È apertura quella di chi mette insieme omosessualità e pedofilia, denigrando e insultando milioni di cittadini e cittadine italiane che lavorano, pagano le tasse e non sono criminali come invece chi commette atti di pedofilia? È apertura dichiarare che le unioni omosessuali minano il matrimonio tra un uomo e una donna? E come?

Mio fratello si è sposato l’anno scorso, tra poco diventerò zio, e sono stato felicissimo che facesse questo passo, aiutandolo contro le resistenze più o meno naturali della mia famiglia e della famiglia di mia cognata. Loro, sposati ad Assisi, cristiani credenti, mi hanno accolto e mai giudicato. Per esperienza so quanto è difficile per chi si ama non avere l’appoggio di nessuno quando si cerca di costruire il proprio progetto di vita. Ecco, queste cose chiedeva la piazza, una piazza esacerbata da ragionamenti che difettano di logica e che rifiutano di estendere i diritti e i doveri della costruzione di una società civile sana a dei cittadini che non differiscono dagli altri se non per l’orientamento sessuale. Io sono qui, disposto a dialogare, ma i dialoghi si fanno in due, con la rispettiva disponibilità a cambiare le proprie posizioni. Chi difende la "famiglia naturale" è disponibile ad ascoltare la scienza e la società in cui vive? Non sarebbe più utile per tutti giungere ad un felice compromesso?

Ad esempio, non mi interessa neanche un po’ chiamare il mio compagno "mio marito": tuttavia voglio poterlo visitare quando soffre in ospedale, prendermi la responsabilità di decidere delle sue cure se lui non può, prendermi la responsabilità di mantenerlo quando non potesse da solo andare avanti, sostenerlo nella vecchiaia e nella difficoltà, lasciargli l’eredità; voglio che riceva la mia reversibilità, voglio poter visitare la sua tomba senza ingiunzioni da parte di parenti "omofobi" che basterebbe solo definire razzisti, e soprattutto voglio che questa mia coppia sia riconosciuta dalla società che contribuisce a costruire, con atto pubblico. Perché facciamo la spesa, compriamo mobili, paghiamo il mutuo, paghiamo il canone Rai, lavoriamo, abbiamo amici, e parenti, che aiutiamo e sosteniamo come possiamo – al meglio di quanto possiamo. Che si chiami matrimonio, Dico, o vattelappesca cosa volete che ci importi... Dunque perché non sviluppare una giurisprudenza ed un diritto positivo per le coppie omosessuali, riconoscendo la loro diversità e salvaguardando la differenza del matrimonio? Cosa, da ultimo, è "inaccettabile" nella richiesta di diritti e doveri che nascono da un rapporto d’amore tra persone libere e sane?

Vi ringrazio per l’attenzione,

Stefano Ventura

Caro Ventura,

non ho competenza specifica per parlare delle posizioni della Chiesa circa l’omosessualità in generale. Sono però certo di due cose: innanzitutto che l’espressione «intrinsecamente disordinato» non è mai riferita alle persone, qualunque sia il loro orientamento sessuale. La seconda cosa che le posso assicurare è che nessuno – né nella gerarchia ecclesiastica né tantomeno su questo giornale – ha mai equiparato omosessualità e pedofilia, che sono cose assolutamente diverse.

È la seconda parte della sua lettera, però, a reclamare una risposta non elusiva e che rappresenta un’occasione di dialogo da non sprecare. Lei dice: «Non mi interessa chiamare il mio compagno "mio marito"... che sia matrimonio o Dico o vattelapesca cosa volete che ci importi» ed elenca invece una serie di diritti, rispetto ai quali fa legittima richiesta di riconoscimento. Personalmente penso che questo sia esattamente il terreno sul quale possiamo ritrovarci senza divisioni ideologiche. Il nostro unico "limite", per così dire, è quello che lei stesso scrive nella penultima frase della sua lettera: «Dunque perché non sviluppare una giurisprudenza e un diritto positivo per le coppie omosessuali, riconoscendo la loro diversità e salvaguardando la differenza del matrimonio?». Ecco il punto: se l’unicità del matrimonio tra un uomo e una donna viene salvaguardata, se si evitano equiparazioni con convivenze di diverso tipo, si può arrivare senza grandi difficoltà a individuare a uno a uno proprio quei diritti individuali che – fin dall’inizio di questo dibattito – la Chiesa, e noi nel nostro piccolo, abbiamo indicato come strumento di reale promozione.

Molti dei diritti che lei ricorda sono già riconosciuti dalle leggi più recenti o dalla prassi giurisprudenziale. Ma in questi mesi abbiamo indicato varie possibili soluzioni tecniche – da una riforma del Codice civile in materia di eredità al riconoscimento degli accordi di convivenza, dalle dichiarazioni di unione solidale alla semplice certificazione della convivenza – per arrivare all’obiettivo di rendere i diritti individuali più facilmente fruibili da tutti i conviventi. Non abbiamo alcuna preclusione a che sia possibile per i conviventi – omo od eterosessuali – il subentro nel contratto d’affitto, la cura in ospedale, la regolazione dei rapporti patrimoniali all’interno della coppia, la libertà nel decidere i propri lasciti ereditari, se questo non danneggia i diritti di figli eventualmente presenti. Le uniche perplessità, per la verità, le conserviamo sulla questione della pensione di reversibilità, soprattutto per i conviventi eterosessuali, che potrebbero accedere al matrimonio ma fanno scelte diverse (non a caso neppure i Pacs francesi la prevedono). Occorre infatti evitare che vengano create delle "nozze di serie B" con tanti diritti e pochi doveri, in concorrenza oggettiva – sempre per le coppie eterosessuali – con il vero matrimonio. Lo ripetiamo: siamo contro le discriminazioni e siamo aperti a chi voglia dialogare e confrontarsi senza tacciarci gratuitamente di omofobia. Proviamo a ragionare ancora insieme partendo da questa base comune?

Grazie dell’ascolto.

Francesco Riccardi

Pubblicato il 22/6/2007 alle 16.9 nella rubrica Politica.

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