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Donne: nè sante, nè puttane

Il femminismo, che ha avuto la pretesa di liberare in toto il mondo delle donne, forse non aveva capito che la libertà è singolare, femminile, ma singolare.

The Blood of Fish, c.1898 Stampa trasferimenti su tela di Gustav Klimt

“Na femena fa o desfa na fameja” tradotto, “una donna costruisce o distrugge una famiglia”.
Dicono spesso i Veneti e in passato mi sembrava una vera esagerazione, anzi peggio, un modo per dare la colpa sempre alle donne.
E' così dai tempi di Adamo ed Eva, pensavo, mai nessuno che dica che lo stupido è stato lui, è sempre colpa dei capricci di lei.

Credevo il proverbio, una forma di maschilismo antico insinuatosi persino nel pensare comune femminile, visto che spesso erano le stesse donne a pronunciarlo.

Invece crescendo e forse anche invecchiando, gli anni non sempre passano invano, ho compreso che quel detto ha del vero, e che forse non è una forma di maschilismo, ma un riconoscimento al genio femminile.
Alla capacità delle donne di “tenere” reggere una famiglia, smussarne i malumori, i conflitti, valorizzare i pregi di chi le circonda, poi ci sono anche casi in cui - se desfa – si distrugge, perché quando le donne usano le loro capacità per acuire i conflitti, evidenziare le differenze e le debolezze allora si distrugge, questa è la libertà.

In queste ultime settimane si è molto dibattuto di femminismo, giusto, sbagliato, periodo superato, o periodo non ancora compiuto?

Il femminismo, che ha avuto la pretesa di liberare in toto il mondo delle donne, forse non aveva capito che la libertà è singolare, femminile, ma singolare. Perché la libertà per essere vera, efficace, deve essere la libertà dell’individuo di esprimere la sua unicità.
Invece, troppo spesso la libertà delle donne è stata declinata al maschile, si è umiliato l’essere femminile pretendendo che la parità consistesse non nell’esigere il rispetto di una diversità, ma nel dimostrare di potere essere identici, alla categoria del maschi, fratelli, colleghi, compagni di scuola

Mi guardavo attorno in questi giorni perché volevo raccontarvi la storia di una donna significativa, sconosciuta ma degna rappresentante di quel genio, di quella capacità di reggere il mondo, il quotidiano, e mi sono trovata ad affrontare una galleria di volti e di storie, non saprei scegliere, ad avere più tempo, più che un racconto si dovrebbe scrivere un libro.

Storie di donne sconosciute, che non avranno mai il nome sui
giornali, ma che reggono il mondo, perché ognuna regge un mattone, un pilastro. Si chiami famiglia, azienda, associazione.

C’è una signora a Meda nella verde Brianza, unghie dipinte di rosso, capelli sempre in ordine e impatto aggressivo.
Il marito aveva una piccola impresa di termoidraulica, quando è morto prematuramente lei si è trovata con due figli troppo giovani per reggere il peso dell’impresa di famiglia, e allora ci ha pensato lei, ha imparato quello che c’era da imparare, non le sfugge un ordine, una scadenza, una legge, ha l’ufficio nella taverna di casa, e i figli ora che sono diventati uomini camminano con le loro gambe e lei fa il direttore, la mamma, la nonna, sempre impeccabile nell’aspetto, professionale nel lavoro, disposta a ad ascoltare chi le sta di fronte ma non a cedere a sentimentalismi. Che dire è parità? Non so, ma di certo è la capacità di rispondere alle difficoltà, cercando di non snaturare se stessi, di continuare ad essere donna e madre.

Per farle un complimento dicono che la Furlanetto è come un uomo, e invece non è vero, perché è una donna che ha saputo non cedere davanti alla fatica, un uomo? Chissà che avrebbe fatto?

E poi c'è Adele, madre, moglie, ha saputo crescere una bella famiglia, accudire un marito impegnativo, intelligente, eclettico, spesso le capitava di fare da traduttore, lui filosofava e noi troppo giovani per capire le sue teorie lo ascoltavamo un po’ increduli, poi arrivava Adele ripeteva con parole sue e tutto diventava semplice. Ha fatto della sua casa un posto bello, accogliente dove altri potessero correre a rifugiarsi in cerca di consigli, esempi di vita, in qualche caso anche di accoglienza discreta e concreta. Lei mi è stata madre, pur non avendomi generata, perché in quell’età in cui tutto si contesta, dove si è smarriti e soli ha saputo con suo marito essere un sostegno alle mie fatiche e al mio scoraggiamento. Ha affrontato il male del secolo diventando come dice spesso - la prova vivente che in alcuni casi il cancro è una malattia cronica - e ora che il male è tornato a far visita a lei e a suo marito, si trova anche nella malattia ad essere prima che la malata, ancora colei che cura e conforta. Una volta sola si è adirata con me, una volta in cui presa dal mio lavorare, accudire, rassettare, sono sbottata dicendo:– beate le casalinghe che non fanno nulla – si sentì parte in causa e si arrabbiò, aveva ragione, perché lei è l’emblema della casalinga che cura, casa, famiglia, sua e di chi ha la fortuna di ruotare intono alla sua cucina, siano amici, figli, nipoti o sconosciuti. Attenta alle cose belle, a dare un giudizio su quanto accade nel mondo, nella politica, in paese, ad insegnare vivendo cosa davvero conta nella vita.

L’ultima di cui vi voglio raccontare è una manager con 4 figli, si chiama Cecilia, laurea in Economia presso l'Università Bocconi di Milano, con specializzazione in area Marketing. Rimasta senza lavoro si è trovata ad affrontare il vuoto che la mancata realizzazione anche come professionista comporta, perché i bambini sono belli, ma quando uno stipendio manca si sente eccome. E allora ha saputo cogliere le esigenze del mercato e accorgersi che nessuno sapeva fare marketing e comunicare alle mamme come chi è mamma e conosce quel mondo e quelle esigenze da coniugare. Con altri soci ha dato vita a "fattore mamma", una società di servizi di marketing e comunicazione in grado di creare relazioni vere fra i brand e le mamme. Coniugando così famiglia, lavoro, facendo fruttare un’esperienza sul campo.

Non so se queste sono donne siano un pezzetto di femminismo.
Sono di certo un pezzo di universo, la dimostrazione che non esiste una liberazione di categoria, ma una realizzazione dell’essere umano.

"Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani." Diceva nella lettera alle donne di Giovanni Paolo II, rendendo omaggio alle donne, una per una e non come categoria.

Insomma, non una "categoria", un "gruppo sociale", semplicemente donne, esseri umani unici, né sante, né puttane, preziose costruttrici di domani.

Pubblicato il 12/5/2010 alle 13.18 nella rubrica Cultura.

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