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Yara, campane a festa per un angelo

Il parroco di Brembate Sopra, don  Corinno ha fatto suonare le campane a festa, ad ogni ora per tutto il giorno, perché “Yara è un Angelo e quando c’è un nuovo angelo bisogna festeggiare”
 

Yara Gambirasio, 13 anni, poco più di una bambina, il viso acqua e sapone, il sorriso metallico di chi porta l’apparecchio in attesa di sfoggiare un sorriso adulto allineato e bello. Sparita nel tragitto dalla palestra a casa il 26 novembre e ritrovata il 26 febbraio a meno di nove chilometri da casa in un campo, il corpo accoltellato, ancora i suoi abiti adosso.

Ricerche, ipotesi, indagini, tutti abbiamo sperato fosse ancora viva, magari segregata in qualche luogo, una fanciulla da liberare come accade nelle fiabe, ma tutti con il passare dei giorni, abbiamo temuto  in silenzio  che quell’assenza fosse presagio di una fiaba che non avrebbe avuto il lieto fine.
Così è stato.
Trovata per caso, da qualcuno che pensava di passare un pomeriggio spensierato tra i cambi di Chignolo D'Isola a far volare un aeromodello e  si è trovato suo malgrado, protagonista di un ritrovamento che di certo non scorderà.

Non ci sono parole capaci di esprimere lo sdegno, lo sconforto e l’orrore,  nel sapere che esistono persone capaci di tanto male, non ci sono parole adeguate a consolare il dolore di una famiglia che ha vissuto questi mesi con una dignità esemplare, salvaguardando gli altri figli da quello che spesso in casi simili si trasforma in un circo mediatico privo di scrupoli e pudore, che in nome del diritto ad informare calpesta la dignità delle vittime e dei più fragili.

Poche immagini di questa bimba sono circolate, ma che ce l’hanno fatta sentire un po’ figlia nostra, Yara, casa , scuola, oratorio e palestra.
La guardi e pensi che è un po’ figlia tua e che è terribile solo immaginare che ci sia per strada, una persona capace di tanta malvagità, capace di infierire su una bambina con un coltello, di non fermarsi davanti alle sue grida, alla sua paura, al suo sgomento, una persona incapace di umana pietà.

Presto gli esperti ci spiegheranno la psicologia dell’orco, ma noi siamo qui a chiederci che faccia abbia un mostro capace di infliggere tanto orrore, un mostro che ancora è per strada, siamo a chiedere che sia scovato e rinchiuso, allontanato da tutte le Yara del mondo.
In questo momento solo l’educazione ricevuta ci impedisce di cercare di lenire il dolore con il desiderio di vendetta, la pietà e la condivisione del dolore con la famiglia Gambirasio ci inducono a pregare perché la loro famiglia rimanga unita, abbiano la forza di reagire, di elaborare il lutto, di non perdere la fiducia negli uomini e nel domani.

Ma chiediamo sia fatta giustizia, perché ci sono altre Yara che escono da scuola,  vanno in palestra o a spasso  con le amiche e noi che siamo adulti,  viviamo la paura di non saperle custodire.

In un mondo fatto di cellulari e di tecnologia, dove quando il telefono squilla non diciamo più “pronto” ma, “dove sei?” , le tragedie come questa ci dicono che di fronte al malvagio i nostri figli sono soli, noi siamo soli, che il male è in noi e che solo la coscienza di essere amati, voluti, perdonati ci educa al bene, rendendoci uomini e non orchi, capaci di vedere il male e di non sceglierlo.
 

Pubblicato il 28/2/2011 alle 21.59 nella rubrica Vita.

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